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ITALIA

Bruceremo le linee guida di Valditara

«Rimettiamo al mittente il piano di educazione alle relazioni, ritenendolo carente nella fase storica, politica e culturale che viviamo e in questo senso quasi offensiva rispetto al clima di rabbia diffusa e trasversale di questi giorni»

Trattando la violenza maschile contro le donne come un’anomalia che necessita di un intervento emergenziale, Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del merito dopo gli stupri di gruppo di Palermo e Caivano annunciava il piano “Educare alle relazioni” che sarebbe dovuto partire a settembre, ma che ha presentato solamente oggi in Senato, a pochi giorni dal femminicidio di Giulia Cecchettin, in compagnia, ça va sans dire, della Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella.

Il piano/campagna il cui coordinamento è stato affidato, dal Ministro, allo psicologo, spin doctor e sondaggista dell’Istituto Piepoli, Alessandro Amadori, “dettaglio” sui cui torneremo, prevede incontri extra-curricolari nelle sole scuole superiori, per un totale di 12 appuntamenti (e 30 ore, sembrerebbe spalmate nel corso dell’anno scolastico) e si basa su sedute di “autoconsapevolezza” tra studentə, condotte saltuariamente con espertə del settore e docenti come eventuali mediatorə.

Non solo! In un’epoca in cui uno dei più sconfortanti paradossi del massiccio utilizzo dei social è l’aumento di individualismo e isolamento soprattutto tra i/le giovanissimə, saranno reclutati anche influencer e testimonial mentre sono tenute a debita distanza e saranno ignorate tutte quelle figure che si riconoscono negli spazi femministi e trasnsfemminsti, che lavorano nei centri antiviolenza, nelle associazioni di donne e che, soprattutto, da anni riflettono e lottano contro la violenza di genere, contro le discriminazioni LGBTQIAPK e si battono per un’educazione sessuo-affettiva che inizi dalla prima infanzia.

Che di un piano, di una strategia, di strumenti ci fosse urgenza è fuor di dubbio, lo urliamo da anni, pressoché inascoltatə e con rabbia sempre crescente dopo ogni femminicidio, che, va ribadito con le parole di Elena Cecchetin “non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso”. Ma qual è il piano? Educare è sicuramente l’unica strada percorribile, ma il “come” conta, di più, è determinante.

Andiamo con ordine

Nonostante le linee guida dell’Oms (così come la prassi legislativa di molti Paesi Europei) indichino, ormai da tempo e a partire da constatazioni empiriche, che un’opportuna educazione sessuo-affettiva sia fondamentale nella prevenzione di abusi sessuali, di episodi di violenza e di omolesbotransbifobia ma anche nella riduzione di gravidanze nelle adolescenti e nella diminuzione della diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, in Italia non esiste ancora una legge che agisca in modo capillare e omogeneo sulla formazione a partire dall’infanzia.

L’Italia, infatti, è uno dei pochi paesi europei a non avere introdotto nelle scuole programmi di educazione sessuale obbligatoria. Qualche rapida ricerca in rete ci svela che la Svezia l’ha fatto nel 1955, la Germania nel 1969, Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970 e la Francia dal 1998. Eppure, se ne parla dal 1975, da quando Giorgio Bini presentò la proposta di legge dal titolo “Iniziative per l’informazione sui problemi della sessualità nella scuola statale”.

Ciò la dice lunga sul tipo di contesto sociale, culturale e politico in cui i/le studente di oggi stanno crescendo e si stanno formando.

Va da sé, dunque, che l’attesa di un segnale era molto forte, la necessità storica per l’appunto era impellente e dunque, oggi, la delusione e lo sdegno per il “piano Valditara-Amadori” sono enormi. Siamo convintə, infatti, che non vi sia più tempo per fare tentavi, né tantomeno per commettere errori. Abbiamo l’urgenza di un’educazione e di una scuola femminsta e transfemminista nella prassi e nei contenuti, nonché di strumenti per ostacolare il riprodursi e il continuo riaffermarsi dell’educazione patriarcale come l’unica possibile. Abbiamo altrettanto bisogno, per essere chiarə, di stravolgere i programmi scolastici e di farla finita con testi, autori e metodi che continuano a promuovere  modelli di violenza, di discriminazione e dominio.

La rabbia di questi giorni

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ci ha scosso profondamente. Ogni donna morta ammazzata per mano di un uomo, conoscente, compagno, ex, familiare, è una ferita lacerante. Ogni volta speriamo (perché abbiamo bisogno di sperarlo), ma siamo consapevoli, che non sarà l’ultima e ogni volta la determinazione e la rabbia si amplificano, arrivano dove non credevamo possibile.

La morte di Giulia ci impone con tutta la sua evidenza la normalità della violenza, l’età, il contesto universitario, il liceo classico, il “bravo ragazzo”. Tutti elementi, apparentemente di contorno che ci mettono di fronte in modo ineluttabile e sempre più insopportabile che quando ascoltiamo, parliamo, ci facciamo travolgere da questi eventi, dobbiamo essere consapevoli che riguardano la nostra società nel suo complesso senza sconti né esclusioni, evidentemente, innervata ancora di una struttura patriarcale talmente radicata da riuscire, talvolta, addirittura a camuffarsi. Ci vengono i brividi ascoltando le narrazioni che ci dicono che “fare i biscotti” sia incompatibile con la furia del femminicidio di Giulia Cecchettin ma non basta più inorridire. La forza dirompente di Elena, la potenza delle sue parole, diventate mainstream, gli attacchi sferrati nei suoi confronti, ci impongono di essere determinatə come non mai e di non arretrare di un passo. Ce lo ricordano le giovanissime studentə che socializzano la loro risposta alla richiesta del minuto di silenzio di Valditara: un rumore assordante che grida “tutte insieme facciamo paura!”

In moltə in questi giorni, infatti, sono ripartitə dalle scuole: giovanissimə, docentə, studentə, genitorə hanno rilanciato la necessità di introdurre in modo sostanziale, continuativo, complessivo, il tema dell’affettività, del consenso, dell’educazione sessuale negli istituti di ogni ordine e grado per cui non possiamo certo applaudire davanti alla proposta di Valditara che cerca di cavalcare l’onda a suon di umiliazioni di cui è un grande sostenitore, dobbiamo stravolgerla e vincere questa battaglia.

Nella maggior parte delle scuole queste tematiche sono completamente assenti, mentre i contenuti disciplinari, la didattica e i metodi di apprendimento continuano a essere impostati in termini gerarchici e autoritari, dannatamente patriarcali. La scuola continua a separare le emozioni e il benessere psicofisico degli e delle studentə dagli aspetti cognitivi e conoscitivi. I corpi, le relazioni, i sentimenti, la sessualità, gli amori, gli istinti, vengono considerati marginali o peggio, vengono trattati in termini paternalistici, cosa che non fa altro che accrescere la distanza tra adultə e giovani generazioni in modo insanabile. La quotidianità vissuta nelle scuole (le inter-relazioni azioni tra studentə, tra insegnanti e tra studentə-insegnanti, la strutturazione fisica dello spazio scolastico, i programmi, le norme – e i consigli – sull’abbigliamento, il linguaggio, ecc.) fa parte di una “cultura scolastica” in cui si stabiliscono confini precisi nel campo dell’affettività e della sessualità, dove alcune soggettività, e i loro vissuti, sono visibili e accettate, mentre altre sono considerate inammissibili, se non addirittura devianti e offensive.

Che fare

Serve dunque un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’amore non è possesso, non è controllo, non è competizione, né sopraffazione. Non è più rimandabile l’educazione all’affettività e all’amore, al rispetto di sé, al consenso, alla parità, fin dalla primissima infanzia, quando bambini/e vengono, o meno, messi in condizione di fare le stesse esperienze e acquisire le stesse abilità, imparare a esprimere, condividere e gestire le emozioni, formarsi nelle prime, importanti, relazioni con gli adulti e tra coetanee/i. Quello che noi vogliamo è un percorso che ci accompagni in fasi e in contesti differenti delle nostre vite e che arrivi alle scuole superiori a un’educazione sessuale che provi a rispondere senza tabù e omissioni, senza morale e costrizioni, alle domande degli adolescenti, che non deleghi, né ai social, né alla rete, né alla famiglia, che spesso è un ambiente problematico o disfunzionale ma anche semplicemente che rappresenta proprio le relazioni da cui tuttə, crescendo, cerchiamo di fuggire. L’adolescenza, è ormai noto, con i suoi rapidi cambiamenti fisici, emotivi e sociali, richiede un’attenzione e una cura estreme. È una fase nella quale, l’educazione all’affettività dovrebbe concentrarsi su temi come l’identità di genere, la gestione dello stress e dell’ansia, la sessualità, il consenso in ogni tipo di relazione e la resistenza emotiva.

Crediamo dunque che solo un approccio che segua gli studenti lungo tutto il loro percorso scolastico, adattandosi e approfondendo i temi trattati in relazione alle esigenze evolutive di ogni età sia una strategia efficace. La proposta di Valditara, al contrario, oltre alla sua inconsistenza, si propone di arrivare, per capirci, a cose fatte.

Per finirla con gli schiaffi in faccia e “la cattiveria”. Non una di meno

Concludiamo dunque rimettendo al mittente il piano di educazione alle relazioni, ritenendolo carente nella fase storica, politica e culturale che viviamo e in questo senso quasi offensiva rispetto al clima di rabbia diffusa e trasversale di questi giorni. Una proposta che sembra ancor più paradossale, una beffa, se si pensa che solamente un mese fa alla Camera, durante l’esame del Ddl contro la violenza sulle donne, il deputato leghista Rossano Sasso ha definito l’educazione sessuale nelle scuole «una nefandezza», promettendo che, fino alla fine della legislatura «sarebbe stato fatto muro» sull’inserimento dell’educazione sessuale nelle scuole.

Infine, vorremmo denunciare, senza polemizzare come richiede il Ministro dell’istruzione (e del merito) ma appunto denunciare la “cura” dello stesso Ministro nel selezionare Alessandro Amadori come coordinatore del piano “Educare alle relazioni” presentato oggi. Parliamo dell’autore di un testo (autopubblicato nel 2020), La guerra dei sessi, in cui nega la violenza maschile e sostiene che i femminicidi siano causati «dal bisogno di sottomissione maschile» e che la violenza di genere vada intesa come “cattiveria”,  come effetto della perdita di potere degli uomini, dovuta a una presunta tendenza delle donne a “castrare” gli uomini.

«Il diavolo è anche donna», sostiene l’autore, esperto di educazione all’affettività, affermando: «Ma allora, parlando di male e di cattiveria, dovremmo concentrarci solamente sugli uomini? Che dire delle donne? Sono anch’esse cattive? La nostra risposta è “sì”, cioè che anche le donne sanno essere cattive, più di quanto pensiamo».

No, non un minuto di silenzio in più, egregio Ministro, le nostre vite insieme faranno rumore, per Giulia e per tutte noi e le generazioni che verranno siamo pronte a bruciare tutto, il 25N a Roma e a Messina e tutti i giorni che seguiranno nelle scuole e nelle piazze. Non una di meno.

Immagine di copertina di Giordano Pennisi Scattomancino, corteo femminista a Catania, agosto 2023