ITALIA

Carceri e Covid-19: se il problema resta l’“ossessione securitaria”

È uscito il rapporto dell’associazione Antigone sulle carceri italiane. Dalle “rivolte” al sovraffollamento, un’analisi della scarsa trasparenza con cui è stata spesso gestita l’emergenza sanitaria

Si è trattato quasi di un’infodemia al contrario. Se, all’inizio dell’emergenza Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva indicato nella proliferazione incontrollata di notizie e di messaggi allarmistici una possibile causa di panico sociale, per quanto riguarda il nostro sistema carcerario il problema è stata invece la scarsa trasparenza, l’assenza di qualsiasi comunicazione fra interno ed esterno. «Sono molto preoccupata che il virus si possa diffondere» – scriveva i primi giorni di marzo la moglie di un detenuto all’associazione Antigone, che riporta questa e altre testimonianze nel lungo e approfondito rapporto sul carcere pubblicato venerdì scorso – «ma altrettanto preoccupata dell’abbandono e dell’ulteriore isolamento che stanno vivendo i detenuti in questo momento». E ancora: «Dall’8 marzo non ho ricevuto nessuna chiamata», «siamo al 25 marzo e ancora non ho sue notizie», «qualche telefonata in più non farebbe che dare un po’ di tranquillità». Sono le voci dei familiari, tutti evidentemente preoccupati di non ricevere alcuna notizia dalle strutture in cui si trovano detenuti i propri cari. «Non sto chiedendo qualcosa di assurdo: sto implorando di non farlo morire in carcere per un contagio che non perdona», diceva infine la madre di un ragazzo in custodia cautelare.

Nel frattempo, a causa dell’epidemia di Covid-19 sono morti ufficialmente quattro detenuti nelle carceri italiane. Il primo decesso, che ha riguardato l’uomo di 77 anni, Vincenzo Sucato, è avvenuto il primo aprile scorso all’interno del carcere di Bologna. Un altro decesso a causa della Covid-19, quello di Antonio Ribecco, invece, si è verificato il 10 aprile nel carcere di Voghera, mentre David Antonio Rivera Costa è morto dopo tre settimane di ricovero all’Ospedale San Paolo di Milano, trasferito lì dopo il contagio all’interno del carcere di San Vittore, dove era recluso per una serie di furti. L’avvocato dell’uomo, Massimiliano Migliara, all’indomani del decesso ha commentato sulla stampa così: «Spero che vicende come questa facciano riflettere chi in questi giorni ha scompostamente gridato all’indirizzo di magistrati seri che scarceravano detenuti comuni per gravi motivo di salute». Il riferimento, qui, è alle polemiche scatenatesi tra le forze politiche e su alcuni giornali sulla concessione delle detenzioni domiciliari concesse ad alcuni “boss mafiosi” gravemente malati e non curabili in cella. Siamo nei giorni in cui l’ex magistrato a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia – il Dap – Francesco Basentini, si dimette dal proprio ruolo proprio in seguito a quelle pressioni, comunicando, allo stesso tempo, un elenco di oltre 150 detenuti positivi e di altrettanti agenti o funzionari contagiati all’interno dei penitenziari. E ancora, il 7 maggio, Giovanni Marzoli, un detenuto di 67 anni si spegne a causa del virus all’interno del reparto Covid dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dove era stato trasferito dal carcere bolognese della Dozza. Eppure, nonostante sessanta morti avvenuti nei penitenziari dall’inizio dell’anno, di cui un terzo classificati come suicidi dal Centro Studi Ristretti Orizzonti che in venti anni di attività ha calcolato (con i dati aggiornati allo scorso 14 maggio) 3.087 morti, di cui oltre 1100 suicidi; sebbene in solo giorno, lo scorso 7 marzo, ci siano stati 13 morti nel corso di eventi di protesta legati all’emergenza Covid-19 frettolosamente classificati come “rivolte”. Delle cause, sia contingenti che strutturali e di quanto è successo nelle carceri italiane dalle prime avvisaglie della pandemia a oggi, invece se ne è parlato e anche scritto troppo poco.

 

Una situazione già compromessa

Ma quale era la situazione delle carceri nel nostro paese in quel momento? «A fine febbraio i detenuti erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti», rileva Il carcere al tempo del coronavirus, il rapporto presentato venerdì scorso dall’associazione Antigone. Si tratta di un’indagine che era già in procinto di pubblicazione all’inizio di quest’anno ma che, vista l’eccezionalità degli avvenimenti accaduti da fine febbraio in poi, si è prorogata sino all’inizio della “fase 2”.

 

La convinzione di fondo è che, come per tanti ambiti della nostra società, la crisi generata dalla Covid-19 abbia messo in luce problematiche preesistenti, portandole alle estreme conseguenze.

 

La più nota e chiaramente correlata con la diffusione del virus è rappresentata dal sovraffollamento cronico delle nostre strutture penitenziarie. L’Italia presenta infatti un tasso di affollamento carcerario ufficiale del 120% (uno dei più alti in Europa, assieme a Francia e Belgio): a fine febbraio – si legge nel rapporto di Antigone – i detenuti erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti (con la Puglia e la Lombardia che erano due fra le regioni con il tasso di affollamento più alto, rispettivamente 153,5% e 140,7%). Un elemento, quello del sovraffollamento, che non solo favoriva l’eventualità di un contagio rapido ed esteso fra la popolazione carceraria, ma che anche acuiva una situazione sanitaria particolarmente compromessa già prima della diffusione della Covid-19. In questo senso, si legge ancora nel rapporto:  «In 25 delle 98 carceri visitate da Antigone nel 2019 abbiamo trovato celle in cui non era nemmeno rispettato il criterio dei 3 mq per detenuto. […] In 45 istituti visitati, circa la metà, c’erano inoltre celle senza acqua calda per lavarsi e in 52, ben più del 50%, c’erano celle senza doccia, cosa che costringe i detenuti a usare docce comuni». Non solo.

 

Hanno spiegato dall’associazione: «In otto istituti tra quelli visitati c’erano celle in cui il wc stava a vista nella cella, anziché in un ambiente separato. Tutto questo può lasciar immaginare le difficoltà della vita in carcere anche da un punto di vista igienico e le ovvie conseguenze per la diffusione delle malattie infettive».

 

A queste gravi carenze sanitarie dei penitenziari italiani si aggiunge quanto ha riconosciuto lo stesso Ministero della Salute, che ha evidenziato come «il 67,5% dei ristretti abbia almeno una patologia», con una popolazione carceraria che nell’8,6 % dei casi ha più di sessanta anni. Ed è così che il sovraffollamento, gli ambienti insalubri, le conseguenti patologie pregresse e l’età avanzata di molti detenuti sono tutti fattori che allo scoppiare della pandemia hanno posto la popolazione carceraria in una situazione di rischio sanitario elevato e, come tale, particolarmente bisognosa di tutele.

 

 

La notte delle proteste e la repressione a freddo

Hanno fatto il giro del mondo le immagini della notte tra l’8 e il 9 marzo, definite le proteste più gravi e drammatiche dal dopoguerra, quando in 49 istituti penitenziari, un quarto del totale delle carceri italiane, si sono viste le scene dei detenuti sui tetti, degli agenti di polizia posti dietro gli scudi per far fronte alle fila dei famigliari davanti ai penitenziari, dei materassi bruciati, dei letti divelti, delle evasioni, delle infermerie saccheggiate, con il loro corredo di tredici morti attrbuite tutte a overdose di metadone, ma su cui in alcuni casi sono in corso indagini della magistratura. E tuttavia i ricercatori di Antigone hanno raccontato anche altro, di quelle giornate. Mentre infatti le immagini più spettacolari si erano prese tutto lo spazio accadeva anche che la maggior parte delle proteste infatti sono state pacifiche: si sono scritte lettere, si è parlato con i magistrati di sorveglianza, si è digiunato. Ma c’è di più. I ricercatori e gli avvocati di Antigone hanno raccolto anche segnalazioni di questo tipo, nei giorni successivi: «Ci hanno buttato a terra e ci hanno preso a manganellate tenendoci bloccati con i piedi. Entravano in tre/quattro nelle celle». Questa era soltanto la prima di numerose segnalazioni che sarebbero giunte dalla Casa circondariale “Opera” di Milano e, nei giorni seguenti, anche da altre carceri: Pavia, Santa Maria Capua Vetere e Melfi. «Nell’arco di un mese abbiamo presentato quattro esposti», hanno riferito ancora dall’associazione. «Le Procure competenti stanno portando avanti le indagini per ricostruire quanto accaduto. Nel frattempo vale la pena soffermarsi su un dato emerso e che riguarda la genesi dei fatti, e in particolare la distanza temporale tra le proteste dei ristretti e le violenze che sarebbero state realizzate da appartenenti delle Forze dell’ordine».

«Ossessione securitaria», la definisce Patrizio Gonnella, il presidente di Antigone. «Una sicurezza invadente è una sicurezza mai mirata. L’orgia del controllo di massa è solo funzionale alla rassicurazione simbolica, alla costruzione di un modello illiberale di società, ma nulla ha a che fare con i bisogni reali di sicurezza individuale e comunitaria». Gli fa eco Alessio Scandurra, il portavoce dell’associazione, che non esita a esita a mettere “sotto accusa” parte della stampa italiana, fra cui il quotidiano “La Repubblica” e il settimanale “L’Espresso”, laddove ricorda che «il 17 (aprile, ndr) parte, con un articolo di Lirio Abbate su “L’Espresso”, una campagna portata poi avanti principalmente da “Repubblica” che mette in relazione il calo della popolazione detenuta, determinatosi per contrastare la diffusione in carcere del Covid-19, con gli interessi della criminalità organizzata, insinuando addirittura atteggiamenti equivoci da parte della politica o dei vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria». Una campagna che mostra i suoi effetti e che Scandurra spiega con i dati delle scarcerazioni, così: «Se, con il decreto dell’8 marzo e con il successivo “Cura Italia” del 17 marzo il Governo, le autorità giudiziarie e i quadri dirigenziali e operativi degli istituti penitenziari si sono effettivamente impegnati per ridurre il numero dei reclusi e per mettere in atto misure alternative alla detenzione, a un certo punto questa tendenza subisce un cambio repentino. Le presenze in carcere iniziano a calare a un ritmo molto meno sostenuto di prima, passando da una media di 158 persone in meno al giorno nel periodo 17 marzo-16 aprile a una media di 77,3 nel periodo 16 aprile-15 maggio». È l’effetto di una mentalità che vede il carcere come luogo esclusivamente punitivo, da lasciare del tutto isolato dal resto della società e il cui contraltare è appunto la mancanza di trasparenza, spesso di umanità, anche al tempo della pandemia.

 

Foto di Inside Carceri via Flickr