MONDO

American Jesus

Con una sentenza storica anche se non del tutto inaspettata la Corte Suprema degli USA ha reso illegittima Roe v. Wade, la sentenza del 1973 che per cinquant’anni aveva protetto i diritti riproduttivi delle donne americane. Un evento che rappresenta un salto di qualità nell’offensiva della destra americana per aprire una nuova fase reazionaria

Una delle esperienze che rende unito un paese che per il resto è diseguale e iniquo come gli Stati Uniti d’America è senz’altro quella di andare in automobile. È ciò che unisce camionisti, fattorini, pendolari, viaggiatori, studenti, insegnanti di diversa estrazione sociale e provenienza geografica.

Per motivi che riguardano la loro storia ma anche per via di quella tradizione urbanistica che ha tentato di rendere lo spazio un supporto senza ostacoli delle relazioni capitalistiche, gli USA sono, com’è noto, un paese con una rete di trasporti pubblica debolissima e dove ci si sposta quasi esclusivamente in macchina.

E basta viaggiare su una delle migliaia di interstate o strade statali – ovvero fare quella che è l’atto americano per eccellenza: stare da soli su un’automobile – per notare che grande parte dei cartelloni pubblicitari, soprattutto negli stati del Sud, recitano scritte come

“Pregnant and Alone? Know your options”, “Believe in miracles. Heartbeat 18 days from conception”, “Abortion is not healthcare. It hurts women and murders their babies” o alcuni persino più esplicitamente religiosi come “‘Before I formed you in the womb I knew you’ – God. Jeremiah 1:5. Pregnancy Help 800.848.LOVE”. 

Si tratta delle pubblicità dei celebri Crisis Pregnancy Center (CPC) che da decenni fanno una campagna violentissima per dissuadere dall’aborto giovani donne in giro per gli Stati Uniti, soprattutto in zone rurali e periferiche e spesso mascherandosi da finte cliniche mediche (anche se non sono accreditate per esserlo e non possono per lo più offrire prestazioni mediche se non raramente ecografie).

A volte si presentano persino come finte cliniche abortive per riuscire meglio a ingannare quelle donne che invece erano orientate verso un’interruzione gravidanza –pratica illegale, ma che rimane comunque diffusissima soprattutto in stati fortemente anti-abortisti come Alabama e Mississippi dove anche i governi locali danno copertura politica all’irresponsabile spregiudicatezza di questi centri.

Se poi in questo ideale viaggio in macchina accendessimo la radio troveremmo il panorama delle radio FM (per non parlare dei network di web radio come Sirius XM) intasato da radio channel a tema religioso in cui basta aspettare un paio di minuti per sentire nominare la parole chiave dell’ideologia conservatrice-religiosa contemporanea: aborto. Ma anche il mondo musicale ne è pieno, soprattutto in quel genere che ancora domina l’immaginario nell’America di provincia e rurale, ovvero il country.

A chi scrive è capitato al concerto di Miranda Lambert tenutosi lo scorso 30 aprile nello stadio della squadra di football della East Tennessee University a Johnson City, Tennessee, di essere fermato fuori dallo stadio dai banchetti di organizzazioni che promuovevano alternativamente la difesa del Secondo Emendamento (quello che difende il diritto a possedere un’arma da fuoco per autodifesa) o le politiche anti-abortive dei CPC (anche se in questo caso i volantini venivano dati solo alle donne). 

Nell’America del 2022, ancora prima della sentenza della Corte Suprema di due giorni fa, l’aborto era insomma al centro del dibattito politico e culturale. Era letteralmente ovunque. Com’è che si è arrivati a questo punto? E perché la destra conservatrice ha fatto un investimento politico così sproporzionato ed eccezionale su questa questione in particolare? Di che cosa l’aborto è il nome? 

Come molti stanno dicendo in queste ore, l’unico sentimento che non dobbiamo provare di fronte alla sentenza della Corte Suprema del caso Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization dell’altro di ieri – che ha delegato la giurisdizione sull’aborto ai singoli stati, togliendola alla giurisprudenza federale – è quello di sorpresa. Perché ciò che è successo è semplicemente l’ultimo tassello di una lunga lotta politica diretta dalla destra conservatrice americana contro la giustizia riproduttiva che sta andando avanti da decenni.

Innanzitutto una premessa tecnica: il diritto all’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti era disciplinato non da una legge federale ma da due sentenze della Corte Suprema che hanno fatto da “precedente”: la famosa Roe vs. Wade del 1973 e la Planned Parenthood vs. Casey del 1992.

La base giuridica di queste sentenze – e quindi la base giuridica che ha disciplinato il diritto all’aborto fino all’altro ieri degli Stati Uniti – non era la difesa dei diritti riproduttivi ma la difesa dei diritti di privacy disciplinata dal Quattordicesimo Emendamento.

Foto di di Mila Tenaglia, proteste a seguito del ribaltamento della sentenza Roe vs Wade, New York City

Secondo la sentenza del 1973 una donna aveva non diritto all’interruzione di gravidanza ma diritto inviolabile alla privacy del trattamento sanitario che le permetteva di non avere influenze esterne riguardo alla decisione di portare a termine una gravidanza.

Sembra un cavillo ma è un dettaglio importante, perchè si tratta evidentemente di una base giuridica debolissima su cui i movimenti delle donne e femministi da decenni avevano richiamato l’attenzione invocando una legge federale che mettesse fine al pericolo del classico circolo delle sentenze e contro-sentenze della Corte Suprema, come poi è puntualmente avvenuto. 

Ma come la storia dei CPC mostra – che sono nati all’inizio degli anni Settanta come risposta ai movimenti per la giustizia riproduttiva – l’obiettivo del controllo sulla libertà dei corpi femminili è stato un obiettivo di lungo periodo della destra conservatrice religiosa, che va avanti da decenni.

A partire da quella Presidenza Reagan che per prima ha stretto un legame con le frange più estremiste delle Chiese Evangeliche e ultra-cattoliche fino ad arrivare al successo dei Tea Party durante la prima presidenza di George W. Bush, dove la destra religiosa è diventata organicamente dominante nel Partito Repubblicano.

Ma forse questa è anche la vittoria più profonda di una lunga penetrazione dei contenuti delle destre evangeliche nel discorso comune e nella cultura diffusa americana, veicolata da una presenza sui territori e nei media (soprattutto locali, cosa che spesso ci si dimentica concentrandosi su Fox News) che non ha precedenti e che il Partito Democratico e la sinistra americana si sono dimostrati completamente incapaci di contrastare.

È insomma parte di quella “culturalizzazione” della politica americana (e soprattutto dell’America rurale) di cui Thomas Frank parlava già nel 2004 in What’s the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Hearth of America

Ma questa naturalmente è anche e soprattutto la vittoria di Donald Trump, che è riuscito a estendere la sua longa manus ben oltre la fine della sua amministrazione influenzando in modo così profondo il sistema giudiziario americano da riuscire a mettere un’ipoteca conservatrice per gli anni avvenire.

Giustamente in questi giorni tutti ricordano le tre nomine dei giudici della Corte Suprema avvenuti durante la sua amministrazione (un evento senza precedenti per una Presidenza di un solo mandato) – Neil Gorsuch e soprattutto gli ultra-reazionari Amy Coney Barrett e Brett Kavanaugh, che hanno solo 50 e 57 anni per un mandato che è vitalizio – ma Trump è stato anche il Presidente che ha nominato più giudici nelle corti federali e statali dove i “Brett Kavanaugh” e le “Amy Coney Barrett” sono decine e decine rendendo l’intero sistema giudiziario americano un’istituzione ormai sempre più vicina alla destra estrema che all’imparzialità giurisdizionale. 

Trump ha insomma assunto in pieno la spregiudicatezza e la “fame” politica che ha caratterizzato la destra evangelica e reazionaria degli ultimi quarant’anni, tanto che lui stesso aveva più volte esplicitamente annunciato senza alcuna vergogna che tutti i giudici da lui nominati per la Corte Suprema sarebbero stati anti-abortisti, come poi è effettivamente avvenuto.

In effetti la presidenza Trump si è fondata sin dall’inizio su una sorta di normalizzazione delle peggiori boutade razziste e sessiste che sono state prima presentate come provocazioni, poi divenute parte del discorso pubblico e infine incredibilmente inveratesi e con un uso spregiudicato e personalistico della macchina amministrativa.

Foto di di Mila Tenaglia, proteste a seguito del ribaltamento della sentenza Roe vs Wade, New York City

Se pensiamo alla candidatura stessa di Donald Trump, prima accolta come una provocazione da giornale scandalistico di terzo ordine e poi divenuta inaspettatamente talmente forte da spostare gli equilibri dello stesso partito repubblicano, tutta la sua architettura retorica si è sempre basata sulla normalizzazione di ciò che era precedentemente percepito come irreale.

Dal travel ban che all’inizio del 2017 aveva portato in piazza centinaia di migliaia di persone in tutti gli Stati Uniti quando venne applicato a una manciata di paesi del Medio Oriente ma che poi divenne  uno strumento “regolare” delle politiche anti-migratorie, alla costruzione del muro con il Messico fino alle misure protezionistiche anti-cinesi su acciaio e alluminio, l’intera politica di Trump ha avuto l’obiettivo di rendere accettabile e possibile ciò che fino a poco tempo prima sembrava fuori dall’alveo persino del “dicibile”. 

Fino a pochi anni fa nessuno si sarebbe aspettato che Roe vs. Wade potesse essere cancellata dalla Corte Suprema in un paese dove la stragrande maggioranza delle persone – è bene ricordarlo – rimangono comunque favorevoli all’interruzione di gravidanza e dove il protagonismo politico femminile è in crescita.

Ma se c’è una lezione che questa sentenza ci sta impartendo è che gli Stati Uniti, nonostante il compromesso della Presidenza Biden (che è stata capace, nonostante tutte le timidezze, di una politica ridistribuiva senza precedenti) stanno attraversando una fase politica dove il dominio della destra fondamentalista e reazionaria è talmente radicato – nei media, nel sistema giudiziario e nel senso comune – da caratterizzare in modo profondo i rapporti di forza, nella società e nella politica (il fenomeno Krysten Sinema e Joe Manchin – i due senatori nominalmente democratici ma di fatto reazionari che stanno bloccando i progetti riformistici più coraggiosi della Presidenza Biden – indicano più un sintomo di una generale sottomissione culturale al discorso della destra che un’eccezione).

E chi pensa che questa sentenza comporterà un cambiamento solo cosmetico e che finirà solo per restringere i diritti riproduttivi in stati (come Alabama, Mississippi o Texas) dove erano già di fatto messi in discussione da tempo,e che, tutto sommato, le spedizioni di pillole abortive riusciranno ad aggirare i divieti degli Stati, si sbaglia di grosso.

Era lo stesso che si diceva quando ci fu il leak della bozza della sentenza contro Roe vs. Wade lo scorso maggio: doveva essere soltanto un leak fatto per spaventare gli attivisti pro-choice ma – si diceva – “non avrebbero mai avuto il coraggio di farlo”.

Oggi che leggiamo una sentenza Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization che ripete parola per parola il leak pubblicato a maggio da “Politico” è forse giunto il momento di assumere fino in fondo la gravità della situazione. Non solo perché si parla già di un giro di vite contro i diritti LGBTQ da parte della Corte Suprema nei prossimi mesi o perché i senatori e deputati Repubblicani più estremisti stanno già preparando progetti per un ban contro l’aborto in sede di legislazione federale (chi abita a Boston o Los Angeles e pensa che questa sentenza riguarderà solo gli stati del Sud sta facendo un enorme errore di valutazione). Ma anche perché si rischia di aprire una fase reazionaria, che proprio perché  figlia di una trasformazione profonda dei rapporti di forza e delle istituzioni della società americana, rischia di durare molto a lungo.

Si profila all’orizzonte una sorta di riedizione di quello che successe durante l’amministrazione Carter del 1976, quando si pensava che si fosse chiusa la fase reazionaria dall’amministrazione Nixon e che invece verrà ricordata per essere solo una parentesi in una più lunga (e molto più violenta) fase neoliberista che, a partire da Nixon che l’annunciò, si intensificò con gli otto anni di Reagan.

Forse anche Biden alla fine verrà ricordato per essere un’eccezione in una lunga fase reazionaria. Il problema è che il Reagan che ci aspetta nel 2024 rischia di essere persino più violento e brutale di quello che vinse le elezioni del 1980. 

È compito dei movimenti sociali e transfemministi americani e di quello che rimane della sinistra politica e sindacale nelle istituzioni e nella società scrivere un copione diverso. Ma il tempo è sempre di meno e il nemico sempre più agguerrito. 

Immagine di copertina da Wikimedia (un cartellone pubblicitario contro il diritto all’aborto)