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NELLE STORIE

24-25 dicembre, in periferia

Nasce da profughi a mezzanotte del 24 dicembre nei territori occupati e ben presto è costretto a una relocation forzata in Egitto con tutta la famiglia. Avendo i suoi genitori invaso abusivamente una grotta, il neonato è sprovvisto di qualsiasi altro documento, ai sensi dell’art. 5 del decreto casa Renzi-Lupi 2014/47, tuttavia si suppone che la data sia esatta.

La sua azione è controversa, se cioè fosse un mistico quietista o un ardente rivoluzionario. Di certo risultò scomodo per il suo schierarsi a favore degli ultimi e contro l’autorità ebraica e romana. Disconosceva l’antica Legge ed era piuttosto indifferente alla legislazione imposta dagli occupanti. Vero che spostava il suo regno e l’avvento della giustizia nell’aldilà, ma si sa che i poveri sono portati a fraintendere e ad anticipare.

Andava in giro a predicare e diceva cose strane. Che non bisognava preoccuparsi di accumulare tesori, ma occorreva vivere alla giornata come i gigli dei campi e gli uccelli del cielo, tanto che un suo seguace hippy di qualche secolo dopo giudicava inappropriato mettere a mollo i legumi il giorno prima. Quando ai pranzi di nozze si erano sbagliati i calcoli moltiplicava lì per lì la pita e il vino. Nutriva un’inspiegabile avversione per banchieri e trafficanti e anche al potere ci teneva poco.

Secondo Spinoza non comunicava con Dio per immagini e neppure faccia a faccia come Mosè, ma immediatamente “da mente a mente”, era la stessa vox Dei. Insegnamenti quindi, non comandi o divieti. La sua predicazione di amore sconvolgeva molti schemi e alla fine decisero che era pericoloso.

L’organizzazione fondata dai suoi seguaci venne fin troppo a patti con il secolo, dopo essersi integrata con il potere imperiale e aver preso gusto a governare in proprio. Si cominciò a dire che i suoi insegnamenti erano stati traditi e che, prima o poi, lui sarebbe ritornato per testimoniare di nuovo gli insegnamenti originari, con l’esempio o brandendo la spada. Una tonalità apocalittica si addensò intorno a una seconda venuta, contagiando perfino ambienti islamici. In tempi oscuri succede, ne sappiamo qualcosa.

Francesco volle imitarlo in letizia e povertà e pare che si rifacesse vivo fra i fraticelli Spirituali perseguitati per la loro insistenza sull’usus pauper, e poi naturalmente fra i seguaci di Dolcino e di Valdès in valli piemontesi non ancora perforate dalla Tav ma già ribelli. Ricomparve nella Spagna barocca e fu imprigionato dal Grande Inquisitore dostoevskiano per timore che destabilizzasse l’integrazione fra Chiesa cattolica e Stato assoluto con la sua retorica dell’amore, ma se ne congedò con un bacio.

Abbiamo perfino una documentazione fotografica che sembra attestarne la presenza fisica in circostanze eterogenee: ribelle abbattuto e circondato dai carnefici in divisa su un tavolaccio a Vallegrande di Bolivia o agnello sacrificale, esposto in gigantografia dalla sorella a piazzale Clodio.

L’ultima sua apparizione, nei Dodici di Aleksándr Blok, si apre con i versi più musicali della poesia russa: Ciornyi vjecer, bjelyi snjeg, vjeter, vjeter, na nogàk nie stoit celovjèk…Sera nera, neve bianca, vento, vento, nessun uomo può reggersi in piedi… Infuria la tormenta nella Pietrogrado buia e affamata dell’inverno 1917, dodici guardie rosse, fucili in spalla e stendardi insanguinati in pugno, percorrono la notte a caccia di controrivoluzionari, straparlano di arricchiti e grassi preti, incontrano prostitute accanto ai fuochi, risuonano spari in lontananza, li segue un cane randagio. Coronato di rose bianche alla loro testa marcia Isùs Christòs…

 

Il poema di A. Blok è recitato da Carmelo Bene

Illustrazioni:

Immagine di copertina: Beato Angelico, Fuga in Egitto (Armadio degli Argenti, Convento di S. Marco, Firenze. Meno male che non si erano diretti a Gorino…

Annekov01 didascalia: Illustrazione di Jurij Annenkov per I dodici di A. Blok, ed. 1918.