editoriale

#1 La settimana europea: arriva la Commissione Juncker

Si apre oggi questa rubrica a cadenza (quasi) settimanale su politica, economia, conflitti nello spazio europeo.

L’Europa si sa è un campo di battaglia, dove le linee di frattura tra le diverse forze in campo sono molto più evidenti che sul piano nazionale. Prima di tutto perché a livello europeo – a differenza di quanto voglia farci credere la narrazione main stream – le regole sono sempre pronte a nuove interpretazioni o stravolgimenti. Secondo poi perché, sul piano europeo, gli attori in campo non sono semplicemente gli stati nazione, ma grandi lobby, think tank, fondi d’investimento, le grandi ong, le associazioni-ombrello della società civile, così come le stesse istituzioni europee.

Martedì 22, la Commissione Juncker con 423 voti a favore, 209 contrari e 67 astensioni, ottiene il via libera dal Parlamento Europeo per entrare definitivamente in azione il 1 novembre 2014. Similmente a molti governi nazionali, questa Commissione è stata votata da Popolari, Socialisti e Liberali, mentre Verdi, Gue, Efdd e Non Iscritti hanno votato contro. Si rinnova così lo spirito della Grande Coalizione, dove le due maggiori famiglie partitiche europee si appiattiscono su posizioni simili.

Juncker ha subito promesso un piano di investimenti di 300 miliardi, sottolineando, però, che questo non può significare nuovo debito pubblico per i paesi membri. Così la grande svolta dell’Europa – annunciata da Renzi – sembra il solito fumo negli occhi. Del resto, guardando alla composizione della Commissione ci si rende conto come il progetto neo e ordo liberale sia ancora l’unica prospettiva delle istituzioni europee.

Ma cosa possiamo aspettarci da una Commissione presieduta da Juncker, su esplicito pressing della cancelliera Merkel? Juncker è stato prima ministro del lavoro e delle finanze, poi per 18 anni premier del Lussemburgo, ha lavorato presso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, fautore del Trattato di Maastricht e della sua accelerazione, nonché presidente dell’Eurogruppo fino al 2013, dove ha lavorato affinché le politiche di austerity venissero applicate nella maniera più restrittiva possibile. Insieme a Juncker i due guardiani dell’austerity sono il vicepresidente finlandese Jyrki Katainen con delega a lavoro, investimenti e competitività e il lettone, Valdis Dombrovskis, con delega al dialogo sociale europeo. Il contro altare socialista dovrebbe essere Pierre Moscovici, commissario per gli affari economici e finanziari, ministro delle finanze in Francia con il governo Hollande. Durante l’audizione al Parlamento Europeo, Moscovici ha chiarito che “sua responsabilità è applicare le regole, non cambiarle” e “stabilità e crescita non sono opposti, non c’è crescita senza riduzione dei debiti e non c’è riduzione dei debiti senza crescita”.

Moscovici è stato fino al 2012 vicepresidente del Cercle de l’Industrie, una lobby di grandi aziende francesi molto attiva a Bruxelles, particolarmente interessata alla conclusione dell’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti (TTIP).

Che il criterio di selezione per le nomine alla Commissione Europea non sia la competenza nella materia ce lo spiega bene la bocciatura della candidata slovena Alenka Bratusek alla Vicepresidenza per il portafoglio sull’Energia. Al suo posto in pochi giorni è stata nominata Violeta Bulc, a cui è stato affidata la competenza ai Trasporti, mentre la Vicepresidenza è stata assegnata al socialista slovacco Maros Sefcovic, con portafoglio per l’Energia, anche se inizialmente avrebbe dovuto occuparsi di Trasporti e Spazio, come se le materie fossero equivalenti.

Negli stessi giorni la Commissione Barroso ancora in carica – seguendo le regole del cosiddetto “semestre europeo”, meccanismo per il coordinamento ex ante delle politiche economiche nazionali – si affrettava ad inviare richieste di chiarimenti relativi ai bilanci previsionali per Francia, Italia, Slovenia, Austria e Malta. Al centro dei problemi il pareggio strutturale di bilancio, l’eccessiva spesa pubblica, il mancato raggiungimento del rapporto del 3% tra deficit e pil.

Dopo le trattative degli scorsi giorni, che hanno obbligato l’Italia a stanziare più risorse per tagliare il deficit, il commissario Katainen ha infine commentato che non si riscontrano deviazioni dalle regole del Patto di Stabilità, anche se non si esclude che in seguito alle previsioni economiche di autunno, si possa riaprire la questione riguardante l’eccessivo debito pubblico. In poche parole: continuiamo ad essere sorvegliati speciali. In ogni caso, il via definitivo sulla legge di stabilità non si avrà prima della fine del mese di novembre.

Siamo sorvegliati speciali anche per ciò che riguarda il sistema bancario, dove anche nel 2014, nonostante l’aumento di capitale, Carige e Mps non superano i cosiddetti stress test – l’esame per i bilanci delle banche che simulano periodi di difficoltà. Il Wall Street Journal ha commentato che questi risultati gettano un’ulteriore ombra sul sistema finanziario dell’Italia e sulla nostra economia moribonda.

Sempre la scorsa settimana il 23 ottobre si è riunito il Consiglio Europeo dei Ministri dell’Ambiente dei 28 Paesi alle prese con il Pacchetto Clima Energia 2030, dove le misure concordate, non ancora definitive, non sono poi così all’avanguardia, come ci si vuol far credere. Ma le prime pagine dei giornali sono ancora una volta prese dalle questioni di bilancio, dato che Cameron afferma che non pagherà la maggiorazione al budget europeo per il ricalcolo del pil rispetto alle economie sommerse, mentre Renzi dichiara, per l’ennesima volta, che il problema dell’Europa è la tecnocrazia.

Per concludere l’analisi della settimana ci limitiamo ai dati rilasciati dall’Eurostat sul secondo trimestre di questo anno: il debito pubblico in Italia continua a salire e raggiunge quota 133%. Le aziende italiane non cercano nuovi lavoratori, il tasso dei posti vacanti è fermo allo 0,5%, contro l’1,6% della media europea e dall’1,7% dell’area euro. Il tasso d’investimento delle famiglie dell’area dell’Euro scende dello 0,2%, raggiungendo quota 12,9%.

Mentre la bilancia commerciale dell’Ue ha registrato nel secondo trimestre un surplus di 32,6 mld di euro, pari all’1% del pil europeo. A livello di stati membri l’avanzo maggiore è in Germania (+46,3 mld), poi Olanda (+15,6 mld) e Italia (+6,1 mld). I deficit più significativi in Gran Bretagna (-25,5 mld), Francia (-11,4 mld) e Finlandia (-1,4mld). Rimane così una costante l’enorme disavanzo commerciale della Germania, che sottolinea come la strategia neomercantilista tedesca non sia cambiata, nonostante i bassi tassi di interesse della Bce. Ciò ci riporta all’idea che non basta cambiare qualche rapporto, o avere semplicemente maggiori possibilità di spesa. Va cambiato il progetto europeo e lo si può fare solo ricostruendolo dal basso contro le grandi lobby industriali e finanziarie, così come contro gli Stati nazione e i lori difensori: vecchi e nuovi nazionalismi.