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EUROPA

Pensavano di recintare il mare. Cronache dell’insorgenza francese

Il 24 ottobre, la scommessa di Macron di soffocare la protesta con la paura si è infranta miseramente. Oltre 800.000 persone sono tornate a riempire le strade in tutta la Francia e il Governo è stato costretto a offrire concessioni del tutto insufficienti. Prossimi appuntamenti domani 31 ottobre e il 5 novembre

La mobilitazione contro il carovita e in solidarietà del movimento dellə studentə, esplosa nelle piazze francesi il 17 ottobre, è tornata a riempire le strade sabato scorso, appena una settimana dopo, confermando la capacità del movimento di riaprire uno spazio di conflitto sociale e politico nel Paese. Nonostante le decine di ordinanze prefettizie di divieto, i cambiamenti di percorso imposti all’ultimo momento e un dispositivo repressivo eccezionale — 70.000 agenti dispiegati su tutto il territorio nazionale, affiancati da unità speciali, blindati, elicotteri ecc. — centinaia di migliaia di persone sono tornate in piazza. (Secondo la CGT, 800.000 persone in tutta la Francia e 250.000 solo a Parigi). Numeri enormi, che testimoniano la persistenza e l’ampiezza della mobilitazione malgrado i tentativi di intimidazione del governo.

Di fronte a una mobilitazione che continua a sfuggire ai tentativi di contenimento, il governo aveva reagito infatti, nel corso della settimana precedente, con nuove misure restrittive. Dopo gli scontri che si erano protratti in diverse città anche nei giorni successivi al 17 ottobre, il primo ministro Sébastien Lecornu aveva chiesto ai prefetti di introdurre coprifuoco parziali e localizzati aggiungendo un nuovo tassello a una stretta autoritaria che restringe le libertà pubbliche, dal diritto di manifestare alla libertà di circolazione, e rischia di normalizzare il ricorso a misure eccezionali. Sul piano giudiziario, migliaia di persone erano state fermate e il ministro della Giustizia Gérald Darmanin aveva sollecitato i procuratori a chiedere pene più severe per le persone accusate (sospensione del diritto di voto, trasmissione della sulla condanna al datore di lavoro, divieto di partecipare a manifestazioni; esclusione dai social network, interdizione dal territorio francese per le persone straniere condannate). Macron, dal canto suo, aveva indicato, al termine di un Consiglio di difesa e sicurezza nazionale, che la raccomandazione generale fosse di non organizzare manifestazioni nei giorni successivi, precisando che i prefetti avrebbero vietato, «ovunque possibile», quelle non promosse e inquadrate dai sindacati. Il 24 ottobre ha tuttavia dimostrato che la paura e la repressione non bastano a fermare una mobilitazione che continua a estendersi e punta ora a iscriversi nella durata, con nuove scadenze già all’orizzonte: domani 31 ottobre e il 5 novembre, giornata di Sciopero Generale dichiarato dall’intersindacale.

L’atteso imprevisto del 17 ottobre: la Francia torna in movimento

Se l’esplosione della mobilitazione studentesca delle ultime settimane aveva già rappresentato un’irruzione di novità nel torpore della rentrée politica – scandita dalle discussioni sul bilancio nazionale, dalle manovre la per la campagna elettorale per le presidenziali 2027 e dalle desolanti primarie del partito socialista – la mobilitazione del 17 ottobre ha costituito a tutti gli effetti un atteso imprevisto : l’emergere improvviso di una “convergenza” – sebbene la rigidità di questo termine mal si adatti alla fluidità delle alleanze e alla trasversalità delle rivendicazioni della piazza – a lungo invocata, ma che sembrava ogni volta sottrarsi alla possibilità di una concreta realizzazione.

Nata dalla circolazione in rete di una pluralità di appelli alla mobilitazione in vista dell’anniversario della prima mobilitazione dei Gilets jaunes, la giornata del 17 ottobre ha rapidamente catalizzato l’attenzione di tanti, trovando nel movimento liceale un interlocutore capace di rilanciarne la portata. Quest’ultimo ha infatti riconosciuto in questa data l’occasione per generalizzare la protesta avviata a settembre, attingendo all’eredità simbolica di una delle contestazioni sociali più forti e incisive dell’ultimo ciclo di lotte in Francia

È dunque nel segno di un paradosso temporale, quello dell’«atteso imprevisto», che si è presentata questa giornata: qualcosa a lungo cercato, tentato e preparato, che tuttavia irrompe all’improvviso.

Il 17 ottobre ha attraversato la Francia una mobilitazione di massa, a prevalenza giovanile e largamente autorganizzata, capace di portare in strada centinaia di migliaia di persone senza sciopero né appelli ufficiali. Dai blocchi stradali e dei caselli alle barricate, dai cortei spontanei all’occupazione delle stazioni, fino ai saccheggi di grandi catene commerciali e negozi di lusso, la giornata ha moltiplicato le forme del conflitto, mettendo a dura prova la capacità dell’apparato poliziesco di contenere e disciplinare la mobilitazione. Per un giorno, in molte città, i flussi di merci e di persone su cui si regge l’attività economica quotidiana (trasporti, commercio, circolazione stradale) sono stati bloccati. Senza rimuovere la radicalità dell’insieme di queste pratiche né liquidare i saccheggi come semplici atti di vandalismo, le testimonianze restituiscono qualcosa che il racconto securitario tende a cancellare: la gioia di ritrovarsi in tantə, la musica i cori e le danze nelle strade e nelle stazioni, i pasti condivisi, il mutuo soccorso sotto i lacrimogeni, la solidarietà di abitanti e automobilisti.

Una dimostrazione di forza dunque: non soltanto una manifestazione di collera, ma un momento di rottura, per quanto temporaneo, che rende visibile il passaggio dalla rassegnazione all’azione collettiva e la possibilità di intaccare i blocchi di potere politico ed economico.

A guardare le immagini del 17 ottobre, l’era Macron sembra già al capolinea. Impossibile, malgrado la preoccupazione per la scadenza elettorale delle presidenziali tra meno di sei mesi, non guardare indietro a quando, ormai dieci anni fa, l’entrata in scena di questo énarque ex banchiere d’affari — passato dall’alta amministrazione alla finanza per conto di grandi gruppi capitalistici e infine al vertice dello Stato — veniva raccontata attraverso la fiaba del riformismo “illuminato”. Un mito che oggi si dissolve definitivamente di fronte alla realtà di un Paese devastato dal saccheggio delle finanze pubbliche e a un governo autoritario di “estremo centro”, consumato dalla propria arroganza e dal disprezzo per ogni forma di dissenso sociale.

Un bilancio decennale che parla da sé: mentre gli aiuti pubblici alle grandi imprese sono schizzati a 211 miliardi di euro i servizi essenziali sono stati letteralmente svuotati. È il ritratto di una Francia messa in ginocchio da un’austerità a senso unico: oltre 32.000 letti d’ospedale tagliati, 10.000 posti di insegnante soppressi con classi ormai sovraffollate, e un attacco sistematico a lavoro, pensioni e potere d’acquisto.

Foto CGT

Lə studentə mediə catalizzatore di una nuova mobilitazione

Pochi avrebbero scommesso che il risveglio dal torpore dei mesi scorsi sarebbe arrivato da un movimento dellə studentə mediə. Un movimento con epicentro le scuole di banlieue da Creteil a Saint Denis. Mentre restavamo spettatori dell’avanzata reazionaria delle destre a livello globale, del precipitare degli equilibri planetari dentro la cornice della guerra permanente e del genocidio a Gaza, la jeunesse francese ha sparigliato le carte.

Con straordinaria determinazione il movimento cominciato a settembre ha saputo trasformare la periferia da margine dimenticato a centro del conflitto. Ma il suo ruolo non si è esaurito nell’innesco: agendo come elemento propulsivo, la Gen Z (o come si è autodefinita la generazione six-seven) ha spezzato l’isolamento delle singole lotte e ha riattivato l’intero corpo sociale. Attraverso un’energia vitale straripante, fatta di creatività, gioia e desiderio di festa, lə studentə sembrano spazzare via l’orizzonte mortifero a cui ci vorrebbe condannare il sistema dominante: crisi ecologica, corsa al riarmo, militarizzazione e sdoganamento del fascismo.

È proprio in questa capacità di irradiazione che la mobilitazione giovanile compie un salto di qualità, configurandosi come una vera e propria sintesi diffusiva.

Lungi dal rimanere confinata entro le mura delle scuole o nei perimetri corporativi (lo studente d’altronde è per antonomasia una figura in transizione) la protesta si è diffusa a macchia d’olio offrendo a soggetti sociali eterogenei (lavoratrici, precarə, abitanti dei quartieri popolari etc.) un linguaggio comune entro cui ritrovarsi.

L’efficacia di questa sintesi si misura in più punti decisivi:

Innanzitutto sul terreno delle rivendicazioni materiali e della ricomposizione del lavoro.  titolo di esempio, basta guardare al Plan d’urgence de 10 milliards d’euros pour l’éducation preteso da L’Union étudiante e L’Union syndicale lycéenne : un piano che prevede non solo la riqualificazione dell’edilizia scolastica e la creazione di nuovi posti di ruolo per gli insegnanti nella scuola secondaria, ma anche l’apertura di 250.000 nuovi posti per lə studentə negli atenei. Una misura capace di invertire la tendenza ai tagli all’università e di offrire uno sbocco reale alle aspirazioni di migliaia studentesse e studenti ma anche di precari dell’insegnamento e della ricerca da cui dipende in larga misura il funzionamento quotidiano degli atenei.

Il rifiuto dell’austerità e della distribuzione ineguale dei costi della crisi. Mentre il governo continua a chiedere sacrifici e a comprimere le risorse destinate ai servizi pubblici, le rivendicazioni lə studentə riportano al centro la questione delle priorità di bilancio. Il bilancio degli anni di Macron, celebrato al suo ingresso sulla scena politica come un «Mozart della finanza», è segnato da scelte fiscali e di spesa che alimentano il conflitto sulla distribuzione delle risorse pubbliche. Non a caso, l’intersindacale della funzione pubblica insiste sulla rivalutazione dei salari, sul recupero del potere d’acquisto e sulla necessità di investimenti capaci di garantire servizi adeguati. La protesta giovanile incontra così un malessere sociale più ampio, che riguarda tanto le condizioni materiali di chi studia quanto quelle di chi lavora e di chi dipende dai servizi pubblici. È su questo sfondo che acquista rilievo anche la critica alla corsa al riarmo, che rende ancora più evidente il conflitto sulle destinazioni della spesa pubblica: quali risorse per la scuola, la sanità, l’università e la protezione sociale, e quali per gli armamenti?

Infine, sul piano dell’assunzione politica delle lotte contro la violenza di Stato e il razzismo sistemico. Sfidando la linea della “tolleranza zero” e i divieti prefettizi sui blocages degli istituti scolastici, il movimento studentesco non ha soltanto sperimentato direttamente sulla propria pelle la brutalità delle forze dell’ordine, ma ha riconosciuto nella repressione subita una violenza sistemica denunciata ormai da tempo dai collettivi delle famiglie delle vittime. Facendo proprie le istanze di chi da tempo si batte contro le violenze della polizia e il razzismo di Stato — non da ultime le mobilitazioni che avevano aperto l’anno politico denunciando la proposta di legge sulla presunzione di legittima difesa presto ribattezzata “Permis de Tuer” —, il movimento ha collocato la repressione subita all’interno di una cornice strutturale. Una violenza fattasi pratica ordinaria di governo, segnata dall’uso di armi mutilanti come i LBD e le granate GM2L — responsabili negli anni di un drammatico bilancio di éborgnements e mains arrachées.

Il linguaggio trasversale della jeunesse de banlieue

Spesso oggetto di fantasie o rimozioni da parte della militanza tradizionale, le giovani delle banlieue incarnano la figura sociale su cui si concentra con maggior violenza l’oppressione sistemica, sociale e razziale. Che il detonatore della protesta sia arrivato da lì non era necessariamente prevedibile, ma è profondamente comprensibile: ed è forse proprio la loro insorgenza, quando non viene liquidata come l’ennesima jacquerie urbana o derubricata a mero sfogo di violenza anomica, a offrire il terreno per l’estensione della lotta. A muoversi è in effetti quella che qui veniva giustamente definita una «nuova e giovanissima generazione meticcia« capace di rompere gli schemi tradizionali della protesta e che senza attendere l’ennesima riforma da contestare sceglie una strada finalmente offensiva.

Questa jeunesse parla un linguaggio comprensibile a tuttə lə sfruttatə perché attacca senza mediazioni le radici dell’ingiustizia.

Il posto assegnato a questa giovane generazione è quello di una scuola pubblica che se nei licei del centro può conservare ancora talvolta la funzione di riproduzione delle élite, nei quartieri popolari diventa dispositivo di segregazione e canalizzazione precoce ai lavori più precari e ricattabili. È un meccanismo di matrice coloniale, che governa popolazioni di cui ha bisogno ma che non le accetta come pari, e di cui il razzismo e la violenza poliziesca sono gli strumenti. Contestarlo vuol dire attaccare una gerarchia che si regge non solo su accessi diseguali alla scuola ma anche al lavoro e alla città, e che oggi non si fermano ai confini dei quartieri popolari: ogni taglio alle risorse e ogni pezzo di stato sociale smantellato la estende a chi finora ne era al riparo. È qui che si gioca la vera portata politica dell’insorgenza: non più un’eccezione confinata ai margini, ma lo specchio anticipato di una condizione materiale che si fa più generale. Il linguaggio della jeunesse cessa così di essere il gergo di una frattura periferica per diventare una chiave di lettura e di attacco accessibile a una precarietà ormai diffusa.

Foto CGT

La violenza e chi ne parla

Dopo la grande giornata del 17 ottobre, il discorso pubblico è stato immediatamente sequestrato da una precisa operazione di rimozione. Le ragioni sociali che avevano spinto centinaia di migliaia di persone in piazza – il carovita soffocante, i tagli alla scuola pubblica, il collasso dei servizi essenziali – sono state cancellate per far posto alla sola grammatica dell’ordine pubblico e della criminalizzazione.

Questo ribaltamento è stato alimentato, a reti unificate, dal polo mediatico dell’estrema destra francese. Da un lato CNews – la rete all-news a ciclo continuo di proprietà del miliardario reazionario Vincent Bolloré, che ne ha fatto la piattaforma per le proprie ossessioni identitarie su immigrazione, Islam e insicurezza –, dall’altro BFMTV, l’altro gigante dell’informazione continua, ripiegato sulla medesima agenda securitaria.

Per giorni, queste emittenti hanno trasformato vetrine infrante e negozi saccheggiati in un flusso ininterrotto di immagini tossiche, costruite appositamente per attribuire le devastazioni a una parte precisa della popolazione e marchiare lə giovani delle periferie come nemici della nazione.

Nelle ore successive alla piazza, su tutti i canali di informazione è andato in scena un offensiva politico-mediatica dai toni apertamente razzisti. Éric Zemmour volto dell’estrema destra nazionalista e identitaria ha parlato di «horde de barbares maghrébins et africains», mentre su CNews Pascal Praud ha invocato apertamente la linea dura rispolverando De Gaulle: «L’unico tono da usare quando ci sono delle émeutes per strada è il tono del comando. […] in ultima analisi lo Stato ha una prerogativa: abbattere chi vuole abbatterlo!». Un’evocazione grottesca del gaullismo che rimuove – o richiama fin troppo bene – alcune tra le sue pagine più oscure, come quella del massacro degli algerini perpetrato dalla polizia francese proprio il 17 ottobre, ma del 1961.

La criminalizzazione della mobilitazione e la costruzione di un «nemico interno» non sono rimaste confinate al dibattito pubblico. Il 23 ottobre, a Trappes, nelle Yvelines, Kevin T., un estremista di destra, ha aperto il fuoco, uccidendo il ventiseienne Pengo Bossio Wangi e ferendo altre persone tra cui una bambina di 11 anni gravemente ferita . La città, è stata teatro di una violenza che, aveva una precisa matrice razzista: agli agenti, Kevin T. avrebbe dichiarato di aver voluto «vendicare i commercianti», prendendosela con «neri e arabi».

Questa mano armata non ha agito nel vuoto. L’estrema destra politica e mediatica, forte della propria capacità di occupare una parte rilevante dello spazio informativo nazionale, porta una responsabilità politica precisa nella costruzione del nemico interno e nella normalizzazione del discorso d’odio.

Chi dispone di un potere così grande nella formazione dell’opinione pubblica e lo mette al servizio della stigmatizzazione razziale non può chiamarsi fuori dalle conseguenze politiche del discorso che contribuisce a diffondere.

Come ha ricordato Assa Traoré a nome dei collettivi antirazzisti, la violenza di Trappes si inscrive in una storia più lunga di violenza di Stato e mediatica che da anni avvelena il Paese.

Conclusioni

Ed è proprio contro questa tenaglia fatta di terrorismo razzista, isteria mediatica, coprifuoco e blindati che la risposta della piazza ha mostrato tutto il suo valore politico. Il 24 ottobre, la scommessa del governo di soffocare la protesta con la paura si è infranta miseramente. Oltre 800.000 persone sono tornate a riempire le strade in tutta la Francia. Nonostante i massicci schieramenti di agenti, le minacce di pene esemplari e le ordinanze prefettizie e le incursioni fasciste nei cortei, la piazza ha spezzato l’ingranaggio della paura.

I primi risultati concreti strappati dalla mobilitazione hanno costretto l’esecutivo a correre ai ripari con una serie di concessioni ben precise: l’annuncio del superamento di Parcoursup (la piattaforma algoritmica opaca che disciplina gli accessi all’istruzione superiore) con lo sblocco di 15.000 posti aggiuntivi nelle filiere corte dell’università e l’attribuzione di nuovi fondi per il piano straordinario di ristrutturazione dell’edilizia scolastica.


Tuttavia, lə studentə che hanno imposto questi primi cedimenti non manifestano alcuna intenzione di recedere. Queste misure vengono rigettate come parziali, elemosine ridicole a fronte della gravità della crisi strutturale e della portata delle rivendicazioni in campo. La mobilitazione rilancia l’offensiva, puntando dritta alle scadenze di domani 31 ottobre e all’appuntamento decisivo dello Sciopero Generale indetto dall’intersindacale per il 5 novembre.

Copertina di Francescco Brancaccio

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