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“Eppure noi due”, romanzo sulla quasi felicità

Il libro dell’esordiente Giulia Marziali (Einaudi) racconta una storia d’amore tra Harvard e Roma, tra depressione e archeologia. Romanzo generazionale e transnazionale, atipica campus novel italiana

Filippo ha 28 anni, è di Roma, romanista, vive a Boston e fa il dottorato (il PhD, come si dice lì) in una delle università più prestigiose al mondo, Harvard. Non è uno di quelli che hanno fatto le scuole americane in Italia, che i genitori (o chi per loro) li accompagnano col macchinone lasciato indebitamente in seconda fila, e poi l’anno o meglio gli anni all’estero, l’au-pair che parla inglese e una vita spianata. No, i genitori di Filippo fanno i salumieri, lui ha un fratello e una sorella, arriva a Harvard perché è bravo e all’università si appassiona e poi specializza di un campo forse non così affollato, archeologia Maya. A Boston vive con due buffi coinquilini che sono anche i suoi migliori amici, uno inglese e uno statunitense, Liam e James. 

Filippo Scola è il protagonista di Eppure noi due di Giulia Marziali, esordiente per Einaudi ella stessa poco più che trentenne e con un breve passaggio a Harvard. Il motore narrativo è un’ecografia trovata in un libro nella Widener Library, come davvero successo all’autrice, e che nel libro da origine a una serie di scoperte, avventure, comprensioni e incomprensioni. La seconda persona del titolo, quel “due” che si sviluppa e articola in 385 scorrevoli e magnetiche pagine, è Amelia, viene anche lei da Roma e, come l’autrice del libro, a Harvard passa solo un periodo, in visiting, gli scambi che coinvolgono noi accademici in giro per il mondo in preda a una non sempre piacevolissima anche se talvolta privilegiata precarietà. [“Noi” perché anche chi scrive – più o meno alla stessa età e con provenienza simile oltre che eguale fede calcistica di quella del protagonista – ha passato alcuni degli anni teoricamente migliori della propria vita in un’università d’élite statunitense, quella rivale di Harvard: precisazione d’obbligo, per specificare la scarsa distanza dello scrivente dalle storie raccontate nel romanzo recensito].

Un anno basta ad Amelia, e si può dedurre sia bastato anche a Marziali, per andare oltre i lustrini e alle comodità di un’università tra le migliori al mondo, le biblioteche più fornite, le persone più colte: la salute mentale precaria, la competizione, il senso di inadeguatezza che regnano nelle università d’élite, dove eccellere è d’obbligo e chi non ci riesce (o più spesso ha questa impressione) non resiste.

Filippo si porta dietro i suoi mostri mentali da ben prima di arrivare a Harvard, che però li acuisce: il libro si apre con un suicidio mancato, «la gente di ammazzava dall’alba dei tempi e lui era riuscito solo a pisciarsi addosso» (p. 7) e disturbi psichici suoi o altrui scandiscono tutto il libro, incluso l’incontro di Filippo e Amelia, la quale a sua volta avanza nel precariato accademico e nelle interazioni transoceaniche con il suo bel carico di traumi. Ci vuole una cura e un equilibrio difficile da rendere senza risultare forzato per parlare di traumi, depressioni, suicidi, e Marziali ci riesce benissimo, riportando i e le sue lettrici in un mondo non facile da comprendere per chi non lo vive. Dice Filippo a un certo punto, a sé e a chi legge, «vorrei che la depressione non mi definisse. Lo so, ogni medico mi dice che siamo due cose staccate, ma in realtà condiziona tutto, ogni pensiero, ogni azione, da quanto sono ragazzino» (p. 332). 

Eppure noi due si muove su tre continenti: Boston, U.SA., dove i protagonisti studiano; la Turchia dove si svolge uno scavo dove i due lavorano (e dove si ricrea una comunità chiusa che ha punti in comune con i campus anglo-americani); e Roma, Italia, costante punto di riferimento – «cerchiamo Roma qui a Boston, ci sarà qualcosa di romano» (p. 120) – di partenza e di arrivo, origine di tutte le cose. A Harvard si svolge tutta la prima parte. La narrativa dei campus è un genere, soprattutto negli Stati Uniti, piuttosto codificato e diffuso.

Non qui da noi, anche se non mancano esempi recenti di romanzi universitari di successo (su tutti La ricreazione è finita di Dario Ferrari, ormai quasi un piccolo long seller di Sellerio) e qualcuno in passato si è già avventurato nel racconto dei campus statunitensi (Quando studiavamo in America di Beppi Chiuppani ma anche L’età estrema di Romano Luperini). Che sono, di fatto, un mondo completamente diverso dall’università italiana: si vive in campus, non sono solo luoghi dove si va a fare esami e lezioni, la propria vita sociale è spesso sempre nei confini dell’università. Questo implica un totale ripensamento delle dinamiche interazionali (come si vede anche in uno degli ultimi film di Luca Guadagnino, After the Hunt, 2025), in genere con un buon livello di tossicità, anche a livello lavorativo. Sono differenze che spesso tendono a confondere i visitatori che arrivano da oltre oceano.

Ma, su certe cose, come dice il vecchio adagio, tutto il mondo è paese: «Filippo ci aveva messo solo qualche giorno a capire che la scioltezza distratta di Harvard era performativa e consapevole e che a livello di politica interna non aveva nulla da invidiare alle università italiane» (p. 50)

Eppure noi due è tante cose, una campus novel, una storia d’amore (il grido di copertina recita, «Ancora una volta una storia d’amore? Sì, se è come questa»), un racconto di formazione, un libro sulla depressione e in generale sulla malattia mentale e sicuramente anche un romanzo generazionale. Di una generazione consapevole della fine del mondo (Filippo, in fondo, studia proprio il popolo più associato all’idea di fine del mondo), per cui la felicità non è un reale obiettivo, basta essere “quasi felice”, come Filippo quando sceglie il tema del dottorato (p. 75). Abbandonarsi alla lettura di Eppure noi due rende sicuramente un po’ più che quasi felici. 

Immagine di copertina, università di Harvard (Wikimedia commons)

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