ROMA

Inceneritore di Santa Palomba: la Roma che scarica i suoi veleni sulle periferie

Roma continua a costruire il suo inceneritore a Santa Palomba, mentre il quadrante sud della città brucia ancora tra discariche abusive, diossina oltre i limiti OMS e una mobilitazione popolare che non arretra

Alla periferia sud di Roma, tra campi coltivati, capannoni e casali storici, sta prendendo forma uno degli scempi ecologici più allarmanti del Lazio. L’inceneritore di Santa Palomba. Fortemente voluto dalla giunta Gualtieri, è ormai ufficialmente un cantiere aperto a pieno regime. La storia di questo impianto racconta molto di più di un’infrastruttura per lo smaltimento dei rifiuti: racconta di chi decide e di chi paga, di periferie trattate come discariche a cielo aperto e di comunità che da anni si battono, spesso da sole, contro un modello di sviluppo che le ha già condannate in partenza.

Il conto climatico che tutti pagheremo — ma non allo stesso modo

Il Comune di Roma da tempo insegue l’autosufficienza nella gestione dei rifiuti, per superare la dipendenza dalla discarica di Malagrotta e trasformare l’indifferenziato in energia elettrica. Peccato che la soluzione scelta ricalchi uno schema già visto: un mega-impianto unico, calato dall’alto su un territorio già fragile, senza reale interlocuzione con chi lo abita. L’impianto, che tratterà circa 600mila tonnellate annue di rifiuti indifferenziati, per un investimento stimato intorno al miliardo di euro, è un progetto realizzato da Ama insieme a RenewRome e Acea. Inaugurato dal sindaco Gualtieri il 15 maggio 2026 con tanto di zappa e caschetto — un’immagine da cantiere “pop” che stride non poco con la rabbia di chi vive a due passi – e definito a livello istituzionale “Termovalorizzatore” è di fatto un mega-impianto pensato per bruciare rifiuto “tal quale”. L’impianto non prevedrebbe infatti una vera differenziata a monte e, invece di puntare su una filiera diffusa di riciclo, più capillare e a minor impatto, brucerà indifferenziatamente i rifiuti.

Un impianto simile, da 600mila tonnellate l’anno, è difficilmente compatibile con gli obiettivi europei di neutralità climatica. Infatti, nella petizione presentata al Parlamento europeo – sottoscritta da oltre 13mila cittadinə – si stima che l’impianto potrebbe emettere circa 400mila tonnellate di CO₂ all’anno, con una quota di cattura del carbonio ridottissima. E c’è un dettaglio che la politica preferisce non spiegare bene: entro il 2026 la Commissione Europea valuterà se inserire anche gli inceneritori nel sistema EU ETS, il mercato delle emissioni. Se ciò accadesse, il costo per la collettività potrebbe salire di circa 40 milioni di euro l’anno per un periodo stimato di trent’anni. Tradotto: un impianto presentato come “sostenibile” rischia di trasformarsi, oltre che in un problema di salute pubblica, anche in un salasso pagato, ancora una volta, dalle tasche di chi ci vive intorno.

Poteri commissariali: decidere senza ascoltare

Verrebbe da chiedersi come sia possibile che un progetto tanto pericoloso abbia ottenuto le autorizzazioni a procedere così in fretta. Dietro l’accelerazione dei lavori c’è un cortocircuito democratico che va messo a conoscenza pubblica una volta per tutte. Gualtieri gestisce l’operazione anche come commissario straordinario per il Giubileo e per il ciclo dei rifiuti, con poteri eccezionali che, secondo il comitato “No Inceneritori”, rappresentano uno strappo all’ordinamento giuridico. Poteri legati a una parentesi giubilare conclusa il 6 gennaio 2026, ma prorogati fino al 31 dicembre 2026: il tempo che serve per chiudere il cantiere, scavalcando i tempi ordinari della pianificazione e, soprattutto, il confronto con chi quel territorio lo abita ogni giorno.

E lo sciacallaggio di suolo non si è fermato. Ad agosto 2026 Ama è stata autorizzata ad acquistare ulteriori quattro ettari di terreno lungo via di Cancelliera e via Ardeatina, per 5,5 milioni di euro extra, sommati ai circa 10 ettari già acquistati nel 2022 per 7,7 milioni. Un impianto che doveva avere confini definiti continua a mangiarsi territorio mentre le vertenze aperte restano lì, irrisolte, come se non contassero nulla.

L’estate dei fumi tossici: le periferie si ammalano in silenzio

La rabbia dei Comitati territoriali e di chiunque verrà travolto dalle esalazioni tossiche dell’inceneritore, si aggiunge e si collega a una condizione di pericolosità per la salute che moltə cittadinə del quadrante sud della Capitale conoscono fin troppo bene. Se c’è un episodio che ha reso evidente la posta in gioco, è l’incendio divampato il 26 luglio 2026 tra via Laurentina e il Grande Raccordo Anulare. Le fiamme hanno riportato alla luce quella che la Procura di Roma ha accertato essere una maxi-discarica abusiva interrata su terreni privati, di oltre un ettaro. Per più di due settimane il terreno ha continuato a “fumare” anche dopo lo spegnimento in superficie, alimentato dai rifiuti sepolti.
I dati di Arpa Lazio hanno dato ragione alla paura della gente: concentrazione di diossina oltre tre volte il valore medio urbano indicato dall’OMS.

A questo si è aggiunto il timore, tutt’altro che infondato, della dispersione di fibre di amianto friabile, tanto che ə residenti hanno presentato un esposto e la Procura ha messo l’area sotto sequestro. La Asl Roma 2 ha dovuto raccomandare di limitare la permanenza nelle zone più esposte e di proteggere le persone più fragili, mentre la commissione parlamentare Ecomafie ha aperto un’inchiesta. A pagare il prezzo più alto, per settimane, sono state le migliaia di famiglie di Laurentina, Vallerano, Fonte Laurentina, Spinaceto, Torrino, Vitinia e Trigoria, costrette a vivere per settimane barricate in casa, con le finestre chiuse, nell’estate più torrida di sempre e con il costo dell’energia elettrica alle stelle. Chi poteva permetterselo ha acquistato purificatori d’aria, ha usufruito di condizionatori, è andatə fuori Roma, chi invece non poteva ha subito in tutta la sua ferocia la disparità e l’ingiustizia sociale, scegliendo tra morire di caldo o morire di diossina.

Una resistenza che non arretra

È dentro questa rabbia che nasce la mobilitazione del Coordinamento popolare Laurentino 38, che ha unito i puntini: da una parte un’estate intera respirata a fumi tossici per la negligenza sulle discariche abusive, dall’altra un cantiere per un inceneritore che sorgerebbe a pochi minuti in linea d’aria dal quartiere. Nel loro appello alla mobilitazione parlano apertamente di ulteriori emissioni previste dall’impianto, che si sommerebbero – non sostituirebbero – quelle già respirate quest’estate.Questa non è una battaglia di poche persone isolate. È una resistenza popolare, fatta prima di tutto di cittadinə, comitati e territori che si sono organizzati dal basso perché nessun altro lo ha fatto per loro. Il Coordinamento No Inceneritore di Albano e Roma e il Coordinamento popolare Laurentino 38 sono oggi le voci più vive di questa lotta: da anni raccolgono firme, organizzano presidi, cortei, assemblee pubbliche nelle campagne e nei quartieri, tengono insieme pezzi di città che la politica ignora. Una mobilitazione che ha già messo in fila numeri difficili da liquidare come rumore di fondo: 13mila firme raccolte nel 2024, 12mila nel 2025, e migliaia ancora nei mesi successivi.
Intorno a questo nucleo di attivismo popolare si sono negli anni affiancate, a più riprese, anche voci istituzionali – sindaci dei Castelli Romani, consigli comunali, qualche europarlamentare – segno che la protesta nasce da un malessere diffuso e condiviso. Sul piano giudiziario, dopo il primo rigetto dei ricorsi da parte del Tar del Lazio, la partita resta aperta: il Consiglio di Stato è atteso a pronunciarsi il 30 novembre su un nuovo ricorso. Ma è nelle piazze, non nei tribunali, che questa battaglia continua a respirare davvero.

Chi decide non è chi respira

Alla fine, Santa Palomba e Laurentino 38 raccontano la stessa storia da due lati diversi della stessa periferia: quella di una città che continua a scaricare sui quartieri più periferici – meno serviti, meno ascoltati, meno rappresentati – il conto delle proprie scelte industriali. Poteri commissariali usati per aggirare il confronto, un quadrante già segnato da discariche abusive e diossina oltre i limiti OMS, un bilancio climatico catastrofico, e mentre la politica si fa fotografare la gente si ammala e i territori si lacerano. Per questo sabato 26 settembre, alle 16:30, in piazza Mazzini ad Albano si scende in strada. Per il diritto alla salute, per il diritto ad una vita degna di chi non ha intenzione di arrendersi.

Immagine di copertina: wired.it

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