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Due spicci, la criminalità organizzata e quella scocciatura di crescere

La nuova serie di Zerocalcare, uscita a fine maggio, presenta temi e ambientazioni consuete dell’autore romano: l’amicizia, le periferie, il passato che ritorna. Ma si parla anche di violenza di genere e del potere delle famiglie criminali. E in genere è tutto un po’ più cupo

Una delle migliori qualità di Zerocalcare è di prendere un formato già esplorato, con personaggi visti nelle serie o dei romanzi a fumetti precedenti, aggiungere qualche novità e presentarsi di nuovo con qualcosa di nuovo da dire, da vedere, da sentire. Due Spicci è terza serie per Netflix – dopo Strappare lungo i bordi del 2021 e Questo mondo non mi renderà cattivodel 2023 – quasi un format ormai, con l’Armadillo, Sarah, Secco, Cinghiale, la famiglia. Se nella prima serie l’autore romano si era concentrato sul lato più personale, andando a ritroso nella propria infanzia e adolescenza, e nella seconda aveva parlato di migrazione, di droga e dipendenze, nonché della penetrazione dell’estrema destra nelle periferie, in questa nuova serie si prende di petto un tema forse ancor più complicato: quello della criminalità organizzata a Roma, delle famiglie che si spartiscono il territorio delle periferie e oltre. Siamo infatti sempre nella capitale,abbastanza cupa, e naturalmente piena di problemi – inclusa la violenza di genere e gli abusi.

Il gruppo di amici si trova stavolta a gestirne un problema più grande di loro e ritrovarsi è di nuovo un modo per andare a ritroso nelle proprie paure, nel proprio passato, a partire dall’amore mancato o forse fallito, non più Alice della prima serie ma Smeralda, il motore della storia di Due Spicci.

Non è mai troppo facile (né forse necessario) distinguere Zerocalcare autore, persona, personaggio. È così da La profezia dell’armadillo e le strisce sul sito che gli diedero la popolarità, e continua a essere così in un universo mediale completamente diverso. Superati i quaranta, ci sono i figli e i matrimoni (degli altri), meno slanci e più bilanci su quello che è stato o non è stato.

Il personaggio Zerocalcare è quello che sta meglio professionalmente, ha fatto i soldi («du soldi al pizzo me li so messi», dice nella serie), ma c’è sempre quella botola piena di inquietudini e irrisolti. Non che il resto del gruppo di amiche e amici stia meglio, «un accrocco che se regge sullo sputo e sullo xanax». Ed ecco allora il costante ritorno a uno spazio dell’amicizia, al nostro pigiama party interiore, che inevitabilmente crescendo (o invecchiando?) si modifica, evolve, si stravolge.

Noi che siamo rimasti indietro, o che così ci percepiamo, facciamo i conti con le macerie – «Scusate se non ho risposte, vedo solo macerie», diceva nel 2021 – macerie fisiche e esistenziali, e proviamo ad aggrapparci a quello che rimane: le amicizie, la politica, la famiglia (in questa serie più presente anche il padre), la notte a Roma. E se, recensendo Strappare lungo i bordi, avevo parlato di un potenziale pubblico young adult, per Due spicci siamo più dalle parti di una serie generazionale che parla di uno snodo di vita preciso. Non c’è molta speranza, lo dice anche lo stesso Michele Rech in un’intervista a il Venerdì di Repubblica, «c’è un senso di crepuscolo. In produzione si aspettavano qualcosa di più speranzoso». Ma, in fondo, è proprio una delle cifre di Zerocalcare, riuscire a raccontare un mondo a pezzi in modo presuntamente scanzonato. Per poi puntualmente piazzare il metaforico pugno nello stomaco.  

Quel misto tra nostalgia, approccio retrospettivo, e omaggio alla propria storia si riflette anche nella scelta delle canzoni, da Boys Don’t Cry dei The Cure e la cinepanettonata Moonlight Shadow di Mike Oldfield, passando per vere e proprie hit da karaoke millenial come Ti scatterò una foto di Tiziano Ferro e T’appartengo di Ambra, oltre al punk italiano che non manca mai – in questo caso in un momento decisivo, nell’ultima puntata, parte Granito dei Plakkaggio, «È la storia della nostra vita, dolore, rancore… Scolpita nel granito, un’esistenza di stenti, non ci abbatterai!». Giancane di nuovo alla sigla e presente con diverse altre canzoni, e un bellissimo brano inedito di Coez – i due hanno suonato al Circo Massimo nell’evento di lancio della serie a fine maggio, migliaia e migliari di persone sotto al sole, un caldo già estivo, per vedere il Circo Massimo così pieno ci vuole Vasco o lo scudetto della Roma (o quantomeno la Conference League).

Il lavoro tecnico e sulla forma è di nuovo notevole, con le voci del doppiaggio che cambiano nell’ultima puntata (come nelle serie precedenti) e oltre al disegno tradizionale più sperimentazione con stop motion e sfondi per creare contrasto – bellissimo l’uso di una calcolatrice con le cifre del debito che crescono. Alla serie lavorano del resto centinaia di persone, come Zerocalcare ricorda (e omaggia) spesso. Le puntate salgono a otto e gli incisi si moltiplicano: i personaggi raccontano spesso storie, aprono parentesi, ci conducono per mano in altri mondi. Se Strappare lungo i bordi durava un’oretta e mezza, qui siamo sulle cinque ore di storia, ma non pesano, anzi, si arriva all’apparentemente sorprendente finale senza alcuna fatica.

L’ultima puntata, forse la più bella, contiene anche un passaggio consigliatissimo agli appassionati di toponomastica coloniale e contestata. Insomma, Zerocalcare continua a raccontare storie locali e particolari che parlano però a tantissima gente. Netflix fa il resto, e se anche i fumetti sono tradotti ormai in decine di lingue, il bacino e la facilità di diffusione del colosso dello streaming non hanno pari.

Anche all’estero: se Michele Rech mi avesse dato una decina di euro per ogni volta che qualcuno mi ha chiesto “do you know Zerocalcare? Have you seen Two cents or Tear Along the Dotted Line” a questo punto qualche soldo al pizzo me lo sarei messo pure io.

Immagine di copertina: frame dal lancio della serie

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