ROMA
Il dissenso a processo. Attivistə in tribunale dopo l’azione contro Leonardo
Il 23 giugno prende il via il procedimento nei confronti di due attivistə coinvolti in un’azione dimostrativa presso la sede romana di Leonardo lo scorso dicembre. Una vicenda che intreccia mobilitazioni per la Palestina, criminalizzazione del conflitto e solidarietà
Il 23 giugno si apre a Roma il processo nei confronti di due attivistə coinvolti in un’azione di protesta contro Leonardo S.p.A., il principale gruppo italiano, a partecipazione pubblica, dell’industria militare che rifornisce di armi lo Stato di Israele, sotto accusa all’Aia per genocidio. A rendere particolarmente preoccupante la vicenda sono due elementi principali: l’avvio del procedimento giudiziario nonostante l’azione politica sia stata puramente dimostrativa e la scelta dell’azienda di costituirsi parte civile contro le due persone imputate. Il tutto in un quadro in cui Leonardo attualmente continua a vendere armi a Israele con totale impunità.
Per comprendere la posta in gioco occorre tornare al 18 dicembre 2024. Quella mattina un gruppo di attivistə solidali con la lotta di liberazione del popolo palestinese entrò all’interno del complesso Leonardo di via Tiburtina, nel quadrante est della capitale. L’obiettivo dichiarato era denunciare il ruolo dell’azienda nelle guerre in corso, a partire dal sostegno militare a Israele e dalla collaborazione con l’esercito turco impegnato nelle operazioni contro il Rojava.
La protesta si sviluppò per circa venti minuti: le partecipanti percorsero gli spazi esterni della sede aziendale con striscioni e bandiere, entrarono nella zona mensa, che in quel momento era vuota, accesero alcuni fumogeni e scandirono slogan.
Successivamente lasciarono autonomamente il perimetro dell’azienda mentre sul posto stavano arrivando le prime pattuglie delle forze dell’ordine. L’iniziativa si svolse senza violenze, senza danneggiamenti e senza alcun contatto fisico con il personale dell’azienda o con gli addetti alla vigilanza. Nessuna infrastruttura è stata danneggiata e la manifestazione, per la stessa intenzione delle partecipanti, ha mantenuto dall’inizio alla fine un carattere esclusivamente politico e dimostrativo per tentare di bucare il silenzio mediatico che copre la complicità di Leonardo (e quindi del Governo, essendo quest’ultimo azionista di maggioranza) nel genocidio perpetrato da Israele.
La Leonardo, infatti, anche dopo l’inizio dell’attacco genocida di Israele, ha fornito assistenza tecnica da remoto, riparazione materiali e fornitura ricambi per la flotta di velivoli addestratori M-346 prodotti da Alenia Aermacchi e consegnati in precedenza a Tel Aviv tra il 2014 e 2015. Inoltre, dal 9 ottobre 2023, la Marina Israeliana ha colpito la Striscia di Gaza impiegando i cannoni prodotti dalla Oto Melara (oggi controllata da Leonardo S.p.A.) da 76 millimetri. Come ricostruito dal Guardian, in aggiunta, l’azienda bellica MBDA (controllata al 25% da Leonardo) produce le ali delle bombe GBU-39 che a migliaia la Boeing ha inviato a Israele dopo il 7 ottobre 2023. Queste bombe hanno ucciso decine di civili, fra cui bambini, come documentato dall’inchiesta riportata sul quotidiano britannico.
Nonostante l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia che il 26 gennaio 2024 ha riconosciuto che il popolo Palestinese ha il diritto di non essere sottoposto a genocidio e che vi e’ un rischio reale ed imminente che venga arrecato un danno irreparabile a tale diritto, la Leonardo ha non ha interrotto la fornitura di armi a Israele e nessun provvedimento è stato adottato dal Governo in tale direzione.
Di fronte a tali violazioni del diritto internazionale (la Convenzione per la Prevenzione del Genocidio e Il trattato internazionale sul commercio delle armi del 2013 ) e nazionale (L. 185/1990) che proibiscono l’esportazione di armi verso Paesi in guerra e Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, è inconcepibile che a essere messa sotto inchiesta è chi con i propri corpi denuncia l’economia del genocidio: alle due attivistə imputatə viene infatti contestato il reato di turbativa violenta del possesso di cose immobili che prevede una pena che può arrivare fino a due anni di reclusione.
È in questo contesto che la costituzione di parte civile assume una valenza politica che supera il singolo procedimento. Per le persone coinvolte, infatti, non si tratta semplicemente della reazione di un soggetto privato a una protesta ritenuta illegittima. La scelta di Leonardo è uno degli strumenti attraverso cui il dissenso viene progressivamente ricondotto sul terreno della repressione giudiziaria. «Non si tratta quindi di due persone singole», scrivono nella nota diffusa in vista del processo, «ma del diritto al dissenso e alla solidarietà».
Il tema della criminalizzazione del conflitto ha un’evidente centralità. Negli ultimi anni le mobilitazioni sociali hanno dovuto confrontarsi sempre più spesso con misure amministrative, sanzioni e procedimenti penali che producono costi economici, personali e politici elevati.
Il processo contro le due attivistə è parte di una stretta autoritaria che il Governo ha implementato nel corso di questa legislatura varando, fra gli altri provvedimenti, anche i due ultimi decreti sicurezza che inaspriscono le pene nei confronti dei cosiddetti reati politici e introducono limitazioni alla libertà di manifestazione quale ad esempio il fermo preventivo.
Per queste tematiche di fondo, attorno all’udienza del 23 giugno si è sviluppata una campagna pubblica che punta a sottrarre la vicenda alla dimensione individuale dell’imputazione. La solidarietà, in questo caso, non è unicamente sostegno personale alle due persone coinvolte, ma una risposta collettiva a un meccanismo repressivo che difende il genocidio. Se il procedimento tende a isolare singoli individui, la campagna prova invece a ricondurre il conflitto alla sua dimensione politica e collettiva. E’ quindi indispensabile sviluppare una campagna di solidarietà ampia e trasversale, che coinvolga attivistə, realtà sociali, collettivi, associazioni e persone impegnate nelle mobilitazioni contro la guerra. Una solidarietà che provi a riportare al centro le ragioni della protesta e le questioni politiche che l’hanno resa necessaria. Dentro il procedimento giudiziario, ma anche oltre i suoi confini, la vicenda è da assumere come un terreno di confronto sul diritto al dissenso, sulla legittimità del conflitto sociale e sulla possibilità di contestare pubblicamente i soggetti che traggono profitto dall’attuale economia di guerra.
Una cena a sottoscrizione per le spese legali del procedimento giudiziario è stata organizzata all’interno dell’iniziativa “All eyes still on Gaza” venerdì 26 prossimo ad Acrobax
La copertina è di Paolo (wikicommons)
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