approfondimenti
ROMA
Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale
Il 13 giugno Roma si trasforma in palcoscenico di un’offensiva politica coordinata: la marcia antiabortista “Scegliamo la Vita”, il corteo neofascista di “Remigrazione e Riconquista” e l’Assemblea costituente di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci occupano la città lo stesso giorno. Non è una coincidenza: è la mappa di un progetto che punta al controllo dei corpi, delle frontiere e dello spazio pubblico. L’assemblea Fuck Remigration, insieme a molte altre realtà antifasciste, sarà in strada a rispondergli.
A Roma, il 13 giugno 2026, accadrà qualcosa che un paese democratico — che ha visto la propria storia macchiata dal sangue di circa 500.000 morti, vittime di vent’anni di regime fascista — non dovrebbe mai vedere. Un paese che si è liberato anche grazie alla Resistenza antifascista, che ha scritto una Costituzione nata proprio per impedire che quella barbarie potesse ripetersi, si trova oggi a fare i conti con cortei che invocano deportazioni di massa, marce antiabortiste che vogliono sottrarre alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo e un generale in divisa da politico che, dopo aver lasciato la Lega, fonda un partito che in pochi mesi raggiunge 90.000 iscritti, dichiarando che “la remigrazione è una necessità”. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma si trasmette: nelle parole, nelle piazze, nelle leggi. E quando si lascia che certe parole tornino a occupare lo spazio pubblico senza essere contrastate, si comincia a perdere il filo di quella memoria. Roma, il 13 giugno, è uno di quei momenti in cui quel filo va tenuto stretto.
Roma, 13 giugno: tre piazze, un solo campo
Sabato 13 giugno Roma è attraversata da tre appuntamenti distinti ma contigui, che insieme disegnano la mappa del campo della destra radicale italiana. Alle 14:30, da piazza della Repubblica, parte la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”, organizzata con il supporto di Pro Vita & Famiglia e oltre 110 associazioni pro-life, cattoliche e pro-famiglia. Un corteo antiabortista diretto verso San Giovanni in Laterano, il cui obiettivo è quello di inasprire le leggi sull’aborto e sul fine vita. Alle 15:00 parte da Piazza della Libertà il corteo del comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” — che aggrega CasaPound, il Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani — per consegnare al Parlamento le firme per una proposta di legge che prevede espulsioni di massa di persone di origine straniera, compresi regolari e naturalizzatə. Sempre il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, si svolge la prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci, che ha fatto della remigrazione un tema chiave, per accaparrarsi consenso, facendo leva su una paura vecchia come il mondo e già strumentalizzata dalla destra storica.
Tre soggetti, tre registri diversi: quello religioso-familiare di Pro Vita, quello etno-nazionalista degli identitari, quello istituzional-populista di Vannacci. Ma un unico denominatore: la convinzione che certi corpi — quelli delle donne, quelli deə migranti, quelli queer e trans — debbano essere controllati, espulsi o cancellati dall’orizzonte del visibile.
Non è una coincidenza di calendario. È un campo politico che ha imparato a muoversi su più fronti simultaneamente per costruire egemonia culturale, occupare spazio pubblico e moltiplicare i canali di accesso al potere. Sono le tattiche della destra radicale europea, studiate e replicate.
Pro Vita & Famiglia: agenda, tattica e finanziamenti opachi
Pro Vita & Famiglia Onlus è l’associazione antiabortista più strutturata e visibile in Italia. Fondata nel 2013, si presenta come onlus apartitica ma opera da anni come principale motore culturale della destra religiosa e nazional conservatrice sul tema dei diritti riproduttivi e LGBTQIA+. Le sue campagne hanno tappezzato oltre 190 città italiane con maxi-manifesti e camion vela contro la legge 194. Nel gennaio 2024 ha lanciato Semplicemente Umano — bombardando i muri dei quartieri con immagini di embrioni nominati, Matteo, Sofia, Giulia — con il messaggio «9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano. E tu?». L’8 marzo 2024 poi, in concomitanza con il corteo transfemminista di Non Una di Meno, invece di stare fuori dalla piazza transfemminista, ha organizzato flash mob davanti alle ambasciate francesi con camion vela recanti lo slogan “Non Una Di Meno… ma per davvero”: una mossa deliberata per attaccare e svuotare il linguaggio del femminismo, colonizzarne le parole per piegarle a un significato opposto e fazioso. Non è ingenuità, è strategia culturale consapevole, parte di un più ampio processo di mainstreaming reazionario che trasforma il lessico dei movimenti in strumenti del loro contrario.
Nel 2025 il bersaglio si è spostato alle scuole con la campagna Mio Figlio No, presentata in conferenza stampa a febbraio 2025 a pochi passi dalla Camera. Manifesti con immagini di minorenni generate dall’intelligenza artificiale recavano messaggi come «Oggi a scuola un attivista Lgbt ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni». La campagna chiedeva leggi per bloccare qualunque progetto sulla “fluidità di genere” e lo stop aə attivistə LGBTQ+ negli istituti. Nel luglio 2025 rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati in audizione alla Camera. Questo è il punto che non va sottovalutato:
Pro Vita non è più solo una realtà di piazza. È un soggetto che detta agenda parlamentare, che porta la propria visione dentro le istituzioni con la legittimità di chi viene invitato a sedere ai tavoli del potere. È la normalizzazione progressiva di un progetto antifemminista e omofobo travestita da difesa della famiglia.
Sul piano dei finanziamenti e delle connessioni politiche, il quadro è denso di zone d’ombra, per usare un eufemismo. Nel 2024, un’inchiesta giornalistica uscita su “Domani” ha documentato cinque operazioni immobiliari che hanno coinvolto personalmente Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, e Roberto Fiore, leader storico di Forza Nuova — il partito neofascista i cui militanti hanno assaltato la sede della CGIL nell’ottobre 2021, per cui Fiore è stato condannato in primo grado a otto anni e sei mesi. Brandi avrebbe acquistato da Fiore o dalla sua società cinque immobili — a Roma, Bari, Latina, Padova e Treviso — pagandoli in parte con fondi provenienti da conti svizzeri, per poi donarli alla onlus nel 2019. In alcuni casi i pagamenti sarebbero avvenuti con anni di anticipo rispetto ai rogiti notarili. Tra i collaboratori dell’associazione figura Alessandro Fiore — figlio del leader neofascista — nel ruolo di responsabile del settore legale, come risulta dal bilancio sociale 2023 di Pro Vita & Famiglia. Pro Vita ha sempre smentito ogni legame organico, affermando che si trattasse di rapporti personali precedenti alla nascita della onlus e che nessuna operazione coinvolgesse direttamente l’associazione. Ma le domande specifiche rivolte a Brandi dai giornalisti sono rimaste senza risposta. Dal settembre 2024 Pro Vita risulta comunque iscritta al Registro di Trasparenza dell’UE. Nessuna risposta ufficiale è arrivata. Nel frattempo, Pro Vita continua ad avere accesso ai consultori pubblici, dove i suoi obiettori di coscienza contribuiscono a rendere sempre più ostico l’accesso all’interruzione di gravidanza.
Remigrazione: quando l’aberrazione diventa proposta di legge
Il termine “remigrazione” è stato inserito nel 2025 da Treccani tra i neologismi con la definizione esplicita di «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Nato in ambienti identitari europei a partire dagli anni Dieci, serve a mascherare con linguaggio neutro un progetto di deportazione di massa che includerebbe non solo ə migranti irregolari ma anche regolari, naturalizzatə e figliə di migranti consideratə “non assimilatə”. È la teoria della “grande sostituzione” — la cospirazione secondo cui le popolazioni europee bianche verrebbero rimpiazzate da popolazioni non europee — tradotta in proposta di legge. Quello che colpisce non è solo il contenuto, brutale e razzista in modo manifesto, ma il meccanismo linguistico che lo veicola: prendere una parola tecnica, neutra nella forma, e riempirla di un significato opposto, così da rendere dicibile in pubblico quello che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto confinato nelle chat di neofascisti.
È la stessa operazione che fa Pro Vita con il linguaggio del femminismo: la parola viene svuotata, rovesciata, restituita come arma.
In Italia questa agenda ha trovato un canale istituzionale nel maggio 2025, quando circa 400 tra attivisti, militanti e simpatizzanti dell’alt-right si sono riuniti al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate per la prima edizione del Remigration Summit. Il teatro comunale è stato ufficialmente concesso dal sindaco leghista Andrea Cassani. L’organizzatore italiano è Andrea Ballarati, 23 anni, ex-militante di Gioventù Nazionale — la giovanile di Fratelli d’Italia — ora fondatore dell’associazione identitaria Azione, Cultura, Tradizione. Tra i relatori, Martin Sellner, teorico austriaco del Grand Remplacement, e Dries Van Langenhove, ex-parlamentare belga condannato a un anno di reclusione dal tribunale di Gand per razzismo e negazionismo dell’Olocausto. Vannacci ha inviato un videomessaggio dichiarando che «la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». Il passaggio dall’estrema destra extraparlamentare alla destra istituzionale — con un sindaco leghista che apre le porte del teatro comunale e un eurodeputato che manda il proprio endorsement in video — è il dato politico più rilevante: non si tratta di frange, si tratta di un’agenda che scala verso il centro.
Vale la pena sottolinearlo: quando Forza Nuova organizzava cortei sulla remigrazione, veniva liquidata dalla politica come fenomeno marginale di pochi. Quando lo stesso contenuto viene rivestito con abiti presentabili, portato in un teatro, promosso da un eurodeputato con seggio a Bruxelles e firmato da 150.000 persone in calce a una proposta di legge, diventa dibattito.
Questa è la normalizzazione. Non avviene di colpo: si costruisce lentamente, passo dopo passo, convegno dopo convegno, audizione dopo audizione. E ogni volta che non viene contrastata, il passo successivo costa meno e intanto la rana continua a bollire.
Dalla biopolitica all’etno-nazionalismo: il progetto è uno
Non serve una laurea a capire quale sia il futuro auspicato dietro tutto questo. L’analisi transfemminista e antirazzista rifiuta di trattare questi fenomeni come questioni separate. Il controllo dei corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto, la cancellazione delle identità trans e queer dalle scuole, la deportazione delle persone migranti: sono le facce dello stesso progetto politico. Quello che i movimenti identitari europei chiamano “riconquista” è in realtà una restaurazione della gerarchia patriarcale, razziale ed eteronormativa. Il corpo della donna bianca eterosessuale serve a riprodurre la nazione; il corpo del migrante non bianco va espulso perché “la contamina”; le persone trans e queer disturbano entrambi gli assi di questa logica e vanno cancellate dall’orizzonte del visibile, a partire dalle scuole.
Questa chiave di lettura non è solo ideologica: è analitica. Ci dice che quando Pro Vita entra nelle istituzioni con le sue proposte di legge sulla “libertà educativa”, non sta difendendo le famiglie. Sta normalizzando l’idea che certi corpi — quelli delle donne, quelli queer, quelli migranti — abbiano meno diritti degli altri, che la loro libertà sia negoziabile, che lo Stato possa e debba regolarne l’esistenza. Ci dice che quando Vannacci parla di «riaccompagnare nei paesi d’origine chi non rispetta i nostri valori», non sta parlando di sicurezza. Sta costruendo una gerarchia di appartenenza nazionale in cui alcuni corpi sono originari e altri sono ospiti revocabili. Ci dice che quando il comitato Remigrazione e Riconquista sfila con skinhead e neofascisti, non lo fa nonostante il proprio programma politico: lo fa coerentemente con esso.
Il filo che connette Pro Vita, gli identitari e Vannacci non è occasionale né tattico: è strutturale. Tutti e tre operano dentro la stessa cornice ideologica — quella del nazionalismo etnico e patriarcale.
Tutti e tre trovano nel governo Meloni un interlocutore che non li contraddice mai, che li riceve, che li ascolta in Parlamento, che concede i teatri comunali, che non risponde alle interrogazioni. Non prendere le distanze, in politica, è già una forma di endorsement. Roma, il 13 giugno, sarà il luogo dove questo progetto si mostra in piena luce. La risposta è già in strada.
Fuck Remigration: il 13 giugno in strada
A Roma, infatti, il 13 giugno non sarà solo la giornata dell’ultradestra. Da alcune settimane è attiva Fuck Remigration. Nata dopo un primo incontro alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e cresciuta attraverso assemblee pubbliche aperte. Il contro-corteo antifascista e antirazzista partirà da Colosseo alle 15:00. Chi scende in piazza quel giorno lo fa, come si legge in una nota dell’assemblea, perché «non va mai normalizzata la presenza nello spazio pubblico di organizzazioni neofasciste e razziste. La libertà non riguarda la possibilità di propagandare idee di odio e di sopraffazione. Nonostante l’idea di remigrazione venga discussa con disinvoltura nel dibattito pubblico, non dobbiamo rinunciare a spiegare che è tutto tranne che un’idea di buon senso».
Il 13 giugno è anche la data in cui si chiude la raccolta firme del comitato Remigrazione e Riconquista prima della consegna in Parlamento. Essere in strada sabato significa impedire che la normalizzazione compia un altro passo, che deportazioni e controllo dei corpi vengano consegnati alle istituzioni come se fossero carne da macello ideologico. La risposta alle tre piazze della destra radicale non è la delega alle istituzioni che non rispondono, non è l’interrogazione parlamentare ignorata, non è l’appello ai valori costituzionali rivolto a chi li viola ogni giorno. È la piazza antifascista, antirazzista e transfemminista. È alle 15.
La foto di copertina è di Daniele Napolitano
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