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ROMA

Il corteo per Ciro Principessa è una festa di vita

Sabato 23 maggio alle 14.00 partirà da largo dei Savorgnan la manifestazione in ricordo del militante del Partito Comunista Italiano ucciso da mano fascista nel 1979. Una commemorazione che ci induce a riflettere sull’uso della memoria, per dare un senso al presente e al futuro più che al passato

Il 12 maggio abbiano ricordato su questo sito l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, colpita alle spalle da un agente in borghese nel 1977, secondo i metodi di controguerriglia teorizzati da Kossiga. Il 23 maggio un corteo e una festa indette dal Comitato Certosa ricorderanno la morte di Ciro Principessa, assassinato nel suo quartiere di Torpignattara il 19 aprile 1979 da un fascista del giro stretto di Delle Chiaie, come a dire da un altro pezzo dello Stato “deviato”. Ciro e Giorgiana: due militanti (dalle biografie diversissime) di un biennio sanguinoso, due testimoni di lotta e di speranza.

Nel nostro campo abbiano spesso avuto morti e sconfitte – una lunga serie che comincia almeno a Parigi nel giugno 1848 e che, passo a passo, ha costruito una realtà di classe e di popolo sempre più solida. Ma non è stata mai nostra abitudine soffermarci sulla morte e sul martirio, i caduti li citiamo come testimoni della vita e messaggeri del futuro, rifuggendo da lugubri riti di lamentazione e vendetta quali accompagnano le celebrazioni di Acca Larenzia o di Ramelli.

Al !Viva la muerte! che corre da Millán-Astray alle mani tese negli appelli Presente! noi contrapponiamo una gestione vitale del ricordo. Sappiamo bene che l’indignazione che cambia lo stato delle cose si alimenta delle sofferenze delle generazioni che ci hanno preceduto ben più che dall’immaginare i nostri liberi nipoti.

Le rammemorazioni costruiscono un calendario dell’avanzata delle lotte che è più di una commemorazione dei santi e dei defunti, è un calendario di accelerazione: esse non misurano il tempo come orologi ma anticipano il corso storico nella lotta quotidiana, fanno esperienza della rottura della continuità ripetitiva del tempo mostrando fuggevolmente quanto di alternativo sarebbe possibile. Perciò teniamoci caro il calendario dei tumulti e dei caduti, non per lamentare ma per riscattare il passato.

Esordiva una quasi dimenticata canzone partigiana del 1944 che cade a proposito nell’anniversario della Semaine sanglante del 21-28 maggio 1871: «Non siam più la Comune di Parigi, che tu borghese schiacciasti nel sangue…), ma abbiamo imparato e oggi è il giorno della riscossa. Non era vero, purtroppo, e altre rivoluzioni sono finite male, ma quell’atteggiamento resta valido e ogni volta si dovrà ricominciare da capo con quello spirito.

Ciro Principessa aveva avuto un’adolescenza un po’ malandrina a Torpigna, come tanti ragazzi della Fgci di allora, nelle borgate e nei rioni di un centro ancora non colonizzato da Airbnb, qualche furto, due anni di carcere minorile, la diserzione dal servizio militare, poi “il Nespola” cambia vita, mantenendo il look d’epoca (capelli lunghi, abbigliamento tutto bianco alla Tony Manero (la Febbre del sabato sera è del 1977), vive di lavoretti saltuari, diffonde l’”Unità” la domenica mattina, frequenta la sezione del Pci “Nino Franchellucci” virando il ribellismo originario in coscienza di classe e impegnandosi nel lavoro di massa. Occupa nel 1978 un ex-mobilificio abbandonata via di Porta Furba e vi organizza una specie di centro sociale.

Un percorso antropologico comune in quegli anni anche ai ragazzi dei gruppi extraparlamentari, una biografia che potrebbe appartenere a un militante di Lotta continua o ai Tiburtaros – certo, le linee politiche erano ben diverse nella sostanza, anche se il Pci di prima della Bolognina si teneva dentro contraddittoriamente forze che di fatto non seguivano tutte le implicazioni della linea della dirigenza.

Per quanto Ciro non fosse un dissidente e, anzi, condannasse le tendenze alla lotta armata che serpeggiavano alla base fino a partecipare ai funerali del sindacalista Guido Rossa ucciso dalle Br, tuttavia non lo immaginiamo come un attivista del Pd odierno o un simpatizzante del “campo largo”. Il salto di qualità era giù compiuto a livello strategico e dirigente, ma non era ancora sgocciolato fino a impregnare il tessuto di base.

Comunque quel maledetto 19 aprile 1979 Ciro si occupava della gestione della biblioteca di sezione, quando si presentò uno sconosciuto che chiese un libro in prestito. Gli dicono che deve registrarsi con un documento e allora afferra il volume e scappa via. Ciro e un paio di compagni partono all’inseguimento – un libro, in epoca pre-web, è vissuto come uno strumento di emancipazione e di crescita –, raggiungono il provocatore e si accorgono all’ultimo minuto che impugna una lama. Troppo tardi, Ciro, crolla a terra con due squarci al torace e all’addome. L’aggressore fugge e viene fermato poco dopo in un bar mentre cerca di disfarsi del coltello. Ciro ha un’arteria recisa e muore il giorno dopo all’ospedale dopo una notte di atroce agonia.

Ma chi è l’assassino? Un fascista, certo, ma non un pischello di borgata, come quelli della destra sociale che si diffonderanno nelle periferie a fine secolo, sulla scia delle campagne d’odio etnico verso migranti e zingari, mentre gli eredi del Pci si rinserrano nella zona ZTL. No, Claudio Minetti è un figlio d’arte, la madre, fascistissima, è convivente di Stefano Delle Chiaie (il “Caccola”), fondatore di Avanguardia Nazionale, banda eversiva strettamente legata alla Cia e a una parte dei Servizi italiani. Il fratello maggiore, Riccardo, è affezionato compagno d’armi dell’altro fondatore di AN, Mario Merlino (il cui figlio, a sua volta, è il braccio destro di Fazzolari e commissario politico di FdI presso il Ministero della Cultura – come ben si sa dagli scazzi di questi giorni) e si è suicidato o, più probabilmente, è stato suicidato in carcere alla vigilia della sua deposizione nel processo di Catanzaro per piazza Fontana. Claudio segue le orme familiari e, dopo lo scioglimento di AN, entra in Europa civiltà e transita per la solita sezione di Acca Larenzia. Sarà condannato a 10 anni di carcere ma, grazie a una provvidenziale dichiarazione di infermità mentale, ne sconta solo una parte.

 Una genealogia diversa dallo spontaneismo “settantasettino” dei coevi Nar e del nascente Movimento rivoluzionario popolare, che peraltro compiono azioni molto simili in quelle roventi settimane.

Rivelatrice della situazione è la partecipazione di Berlinguer al corteo funebre di Ciro: solidale, però il segretario commentò la recrudescenza di attentati come una conferma dei pericoli per la democrazia e rispiegò a un perplesso D’Alema, leader allora della Fgci, la necessità impellente del compromesso storico.

Oggi la commemorazione non è identitaria, del militante Pci, ma rivendica Ciro a una ribellione diffusa, le cui cause e sentimenti si sono trasferiti alla difficile situazione di oggi, segnata dalla violenza neofascista, dalla vita precaria dei giovani nei quartieri popolari, della loro composizione multietnica e moltitudinaria.

Il corteo partirà da Largo dei Savorgnan, sabato 23 maggio alle ore 14.00, e si snoderà per le vie di Torpignattara e Certosa.

La festa si terrà a via del Mandrione 215 (ex-Stazione Casilina), dalle 11.00 alle 23.00 lo stesso giorno

La copertina è tratta dalla pagina Facebook “Comitato Certosa

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