EDITORIALE
La tregua dello stretto di Hormutz e la debolezza delle destre reazionarie occidentali
L’accettazione da parte di Trump della proposta iraniana suona come un accordo a ribasso per entrambe le parti, anche se Teheran ne sembra uscire rafforzata. La sospensione delle ostilità deve servire a rilanciare le lotte sociali e conrtro la guerra
Per tutta la giornata di martedì 7 aprile Trump ha minacciato di distruggere e sradicare un’intera civiltà, quella iraniana, con bombardamenti massicci sulle strutture fondamentali civili ed energetiche. Nel frattempo trattava freneticamente con il regime islamista iraniano attraverso intermediari pakistani, teleguidati dalla Cina e in rapporto dialettico con l’Arabia Saudita. Probabilmente Trump è anche stato sottoposto a forti pressioni interne da parte di Vance e di una buona parte delle forze armate e del mondo MAGA, mentre soltanto Hegseth, il ministro della Guerra, e i suoi pretoriani di fresca nomina premevano per l’escalation. La rottura totale con l’Europa ha portato perfino gli zelanti Meloni e Crosetto (Tajani non conta) a dare segni di sconcerto e presa di distanza. Ha retto, ovviamente, l’asse con Israele, che del resto è l’unico a trarre vantaggi dalla prosecuzione a oltranza della guerra, per la sua politica criminale di genocidio ed egemonia regionale.
Nella notte fra il 7 e l’8 aprile l’apocalisse è stata rinviata e Trump ha accettato di colpo i 10 punti proposti dal Pakistan sulla base di una proposta iraniana, riservandosi di “interpretarli” nelle prossime due settimane.
E dunque ogni solido giudizio è rinviato a questo percorso interpretativo, e al momento possiamo solo formulare ipotesi provvisorie. Israele invece un’interpretazione l’ha già data: accerta la sospensione delle ostilità con l’Iran, ma prosegue e anzi intensifica i raid sul Libano. L’Iran, a sua volta, si riserva di riprendere i lanci missilistici su Israele, a sostegno dell’alleato Hezbollah, in caso di mancata tregua su quel fronte.
Nella misura in cui la tregua regge, chi ci perde e chi ci guadagna? Potremmo dire sommariamente che il bilancio sul fronte Usa-Iran è, al netto delle perdite umane e dei danni materiali subiti dal secondo, di win-win, o forse, per meglio dire, di lose-lose. Trump riesce a tirarsi fuori da una situazione che ha pesantemente compromesso il suo consenso in vista delle elezioni di mid term e a fingere di aver conseguito una vittoria schiacciante con scarse perdite, anche se non può nascondere gli enormi costi economici e materiali, nonché, in minor misura, umani, pagati dagli Stati uniti in questi giorni.
L’Iran, contrariamente alle previsioni compiacenti e alle sbruffonate del tycoon, non ha ceduto, né in termini militari né sul piano del regime change (anzi, forse ha ricompattato il Paese per ragioni patriottiche, almeno per qualche mese). Teheran ottiene la sospensione dei bombardamenti, la promessa (vaga) della fine delle sanzioni primarie e secondarie e il diritto di pedaggio (ai mezzi con l’Oman) sul transito di petroliere e container nello stretto di Hormuz. La riapertura è vincolata ad una tassa di transito di 2 milioni di dollari a nave, ufficialmente per ricostruire il paese. Nei fatti però si trasforma uno stretto marittimo in un canale a pagamento come sono Suez e Panama, un cambio radicale che potrebbe essere motivo di stravolgimenti geopolitici futuri.
Il diritto all’arricchimento dell’uranio viene riconosciuto a fini civili (ma già il cane rabbioso Hegseth parla di sequestro dell’uranio arricchito), mentre viene formalizzata la rinuncia agli ordigni atomici, che l’Iran dichiara già da anni.
Il fatto stesso che la tregua sia stata stipulata a partire dai 10 punti richiesti dall’Iran, e non dai 15 punti (radicalmente diversi) proposti giorni addietro dagli Stati Uniti, è il dato politico più evidente che fa definire questa tregua una sonora sconfitta statunitense secondo l’opinione di molti analisti, addirittura la più grande dopo la ritirata dal Vietnam.
Il principale e immediato risultato pratico dell’accordo, propri o quello più intensamente sollecitato da Trump, è la riapertura di Hormuz, quindi il ristabilimento del flusso di petrolio e fertilizzanti verso la Cina, che ringrazia sentitamente, e secondariamente l’India e l’Europa. Il soft power cinese, manifestatosi tutto d’un colpo sullo scacchiere mediorientale dopo mesi di silenzio, non solo fa di quel Paese il garante degli equilibri internazionali sconvolti dalla gestione “disturbata” e disturbante di Trump, ma gli consente un accesso privilegiato alle materie prime di cui ha bisogno (petrolio, gas e fertilizzanti), emancipandolo da residua dipendenza da Mosca (a sua volta troppo soddisfatta dai vantaggi in Ucraina per giocare un ruolo in Medio Oriente).
Da Hormuz riaperto verranno vantaggi anche per l’India e la Ue, e naturalmente per i paesi arabi che potranno tornare a esportare il fossile estratto, leccandosi le ferite inflitte senza risarcimento dall’Iran. Il viaggetto meloniano nell’area si rivela essere stato del tutto inutile, ma pasquetta fuori casa è un’occasione imperdibile, anche per smaltire lo stress.
L’Europa riguadagna un po’ di fossile, ma vede compromessa irrimediabilmente la tenuta della Nato e si trova così davanti a problemi economici (una tipica stagflation) e militari di difficile soluzione, costretta a una politica di riarmo autonomo in una situazione di incipiente recessione. Il governo Meloni ne esce a pezzi e della cosa non abbiamo che da rallegrarci, anche se il carrello della spesa e il blocco dello sviluppo peseranno duramente sui nostri consumi, già strozzati dal livello dei salari e delle pensioni.
Il progetto-caos di Trump si avvia al fallimento ma la guerra, che ha temporaneamente paralizzato le insorgenze democratiche all’interno degli Usa e dell’Iran, ha forse incrinato anche il blocco delle destre trumpiane in Europa e aperto nuovi spazi di lotta, visibili per ora (a parte la Spagna) solo in Francia e in Italia, ma su cui possiamo lavorare.
La copertina è di European space agency (Flickr)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno




