ITALIA
Non sono solo “cave”: nella Tuscia ci si batte per difendere l’acqua e la terra
Nel Viterbese ci sono 150 siti dove attività estrattive dismesse hanno lasciato crateri che aspettano la messa in sicurezza. Nell’assenza delle istituzioni la soluzione la trovano i cittadini e le cittadine che quei luoghi abitano. È nella doverosa tutela delle acque, bene indispensabile per la vita di ogni essere vivente, esauribile e non riproducibile
Arlena di Castro, Lucciano e San Silvestro a Civita Castellana, Cinelli a Vetralla, Castel Sant’Elia con lo sversamento delle terre dell’Ilva di Taranto, Pascolaro a Graffignano e Sant’Eutizio a Soriano nel Cimino: sono tutti luoghi in cui cittadine e cittadini, organizzati in comitati per la difesa del territorio, lottano per chiedere la bonifica da sversamenti illeciti nelle cave dismesse e per impedirne il riutilizzo improprio. Ancora oggi, nonostante la coalizione tra le singole realtà territoriali, non è stati possibile ottenere una risposta efficace e definitiva al grave problema delle 150 cave dismesse o abbandonate che non sono mai state oggetto di recupero ambientale. I numeri sono impietosi e preoccupanti. In Italia sono 4.168 le cave autorizzate, 14.141 quelle dismesse o abbandonate, il cui numero è in aumento .
Il Rapporto Cave 2021 di Legambiente (l’ultima analisi sistematica su scala nazionale) rileva una situazione complessa per il Lazio e, in particolare, per la provincia di Viterbo.
Il Lazio emerge come una regione con una pressione estrattiva altissima, con 386 cave attive e 1.300 dismesse e abbandonate. Fra le province, Viterbo detiene il primato con 60 siti estrattivi, con una specializzazione unica in peperino, tufo e basalto. E 150 siti abbandonati o inattivi, molti dei quali mai sottoposti a un vero ripristino ambientale o monitoraggio .
Nel Viterbese quindi il concetto di “recupero” sembrerebbe spesso limitato al semplice abbandono. Molte cave dismesse nel distretto di Civita Castellana e Viterbo non hanno visto l’attuazione dei piani di rimboschimento o rimodellamento delle scarpate e conseguentemente il rischio di un loro utilizzo a discariche è altissimo, anche a causa della loro posizione isolata e della mancanza di controlli.
Le norme che regolano l’attività estrattiva
Il quadro normativo che regola l’attività estrattiva nel Lazio e in particolare nella provincia di Viterbo vede la Legge Regionale n.17 /1993 che stabilisce che l’estrazione è permessa solo se inserita nel piano regionale.
Questo piano PRAE (Piano Regionale delle Attività Estrattive) definisce dove si può scavare e con quali vincoli, classifica le aree e stabilisce i criteri per il ripristino ambientale obbligatorio. La competenza per il rilascio delle autorizzazioni è della Regione Lazio (Direzione Politiche Ambientali e Ciclo dei Rifiuti), spesso in concerto con le Province per il controllo.
C’è poi la normativa nazionale che interviene per gli aspetti di tutela ambientale e sicurezza sul lavoro. Il D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale) regola la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e la gestione dei residui estrattivi. Ogni progetto di recupero di una cava dismessa deve rispettare le norme sulla bonifica dei siti contaminati se la cava è stata usata impropriamente come discarica.
Il D.Lgs. 624/1996 tutela la sicurezza e salute dei lavoratori nelle industrie estrattive (cave e miniere). Anche in fase di recupero o di messa in sicurezza di una cava dismessa, questo decreto rimane il riferimento tecnico.
Infine il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) che individua le aree vincolate. Fondamentale per il Viterbese, dove molte cave sono soggette a vincoli paesaggistici o archeologici per la vicinanza a siti Etruschi o zone di pregio.
Esistono degli obblighi di recupero i quali prevedono che l’autorizzazione all’estrazione sia subordinata alla presentazione di un Piano di Recupero Ambientale con il versamento di una fidejussione a garanzia del recupero finale. Recenti norme del 2025-2026 facilitano l’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici in cave dismesse, considerandole aree già degradate da non sottrarre all’agricoltura.
I danni prodotti da cavità non recuperate
I principali rischi e le dinamiche che si instaurano quando una cavità non viene recuperata riguardano l’inquinamento della falda acquifera. Quando lo scavo scende al di sotto del livello piezometrico si formano i laghetti di cava con l’acqua della falda che rimane esposta all’atmosfera e la cavità diventa una “porta aperta”, che mette in comunicazione diretta l’ambiente esterno con il serbatoio sotterraneo, eliminando il potere filtrante e la naturale protezione del terreno.
Inoltre spesso le cave dismesse non ripristinate sono soggette a diventare discariche abusive. La porosità del tufo, roccia tipica della zona, permette ai contaminanti (oli, metalli pesanti, percolato da rifiuti) di penetrare nel terreno e raggiungere la falda e l’acqua potabile con una velocità elevatissima.
Basterebbe eseguire il recupero a norma per ricostituire uno strato di suolo e vegetazione. Senza questo, manca il filtro bio-chimico che neutralizza i batteri e alcune sostanze chimiche. I grandi vuoti creati dalle cave alterano i flussi idrogeologici. La cava può agire come un punto di drenaggio, attirando l’acqua dalle aree circostanti e provocando l’abbassamento del livello dei pozzi agricoli o domestici limitrofi. Nelle cave di tufo non recuperate, l’infiltrazione d’acqua nelle fessure (crio-clastismo e idro-clastismo) accelera il crollo delle pareti, che a sua volta può ostruire sorgenti naturali o deviare piccoli corsi d’acqua superficiali.
I conflitti ambientali nel viterbese
Le vertenze contro l’uso delle cave dismesse come discariche rappresentano uno dei fronti più caldi del conflitto ambientale nel Viterbese. La Tuscia, con i suoi enormi “vuoti” lasciati dall’attività estrattiva, è stata spesso vista dalla politica e dalle imprese dei rifiuti come la soluzione rapida alle emergenze del Lazio (in particolare di Roma).
Negli anni comitati di cittadini e cittadine, associazioni, amministrazioni locali e Soprintendenze hanno dato vita a proteste e azioni legali, per difendere il territorio. Chiedendo il blocco dei progetti di discarica, dell’apertura di nuove cave e il ripristino ambientale di quelle dismesse.
Una tendenza recente nelle vertenze è la proposta di alternative progettuali. Invece di opporsi e basta, il territorio propone di creare Parchi fotovoltaici a terra nelle cave dismesse, per generare energia senza impatto visivo. Oppure Oasi di biodiversità, proponendo progetti di riforestazione finanziati da fondi europei per sottrarre l’area alla pianificazione dei rifiuti.
L’esperienza del comune di Corchiano
Risale al 2012 l’esperienza del Comune di Corchiano a tutela delle falde acquifere quale bene indispensabile per la vita e la salute pubblica. L’allora amministrazione, guidata da me, ha fatto ricorso a norme comunali esistenti che potevano essere applicate per tutelare i beni comuni.
Quando una cava intercetta la falda acquifera, il Sindaco non interviene più solo come custode dell’urbanistica e del paesaggio, ma come responsabile della salute dei cittadini e delle cittadine basando le proprie ordinanze su un potere che gli è proprio in quanto capo dell’amministrazione e pertanto non essendo potere delegato non ha necessità di condivisione con altri organi istituzionali come la Prefettura.
Così a fronte di una attività estrattiva la cui cavità aveva intercettato la falda acquifera, quale Sindaco, con i poteri di Autorità Sanitaria Locale emisi una ordinanza di sequestro dell’area che si basava sui seguenti presupposti: la violazione della Protezione Naturale, poiché lo scavo aveva rimosso il “filtro” naturale (lo strato di roccia e terreno) che proteggeva l’acqua sotterranea, e l’esposizione della falda all’aria aperta, che la rendeva vulnerabile a inquinamenti batteriologici e chimici immediati.
Il rischio Arsenico e Mineralizzazione è infatti alto nel Viterbese, poiché l’acqua è già naturalmente ricca di questo minerale. L’ordinanza citava perizie tecniche che dimostravano come l’ossidazione della roccia esposta o il contatto con agenti esterni (polveri di cava, idrocarburi dei macchinari) potevano alterare i parametri chimici dell’acqua, rendendola non potabile.
Riuscii a dimostrare che esisteva necessità di urgenza e improcrastinabilità ed ero dunque autorizzato a usare poteri extra-ordinari. L’intercettazione della falda è considerata un «danno imminente e irreparabile» e giustifica il sequestro immediato del cantiere senza attendere i tempi lunghi della burocrazia regionale.
Il TAR e il Consiglio di Stato riconobbero validi i principi che avevano spinto l’azione, permettendo di spostare l’asse del dibattito, da “la cava distorce il paesaggio”, facilmente contestabile dalle ditte come giudizio estetico soggettivo, a “la cava espone la falda acquifera”, dato scientifico oggettivo e non negoziabile perché legato alla salute pubblica.
La seconda ed efficace fase fondata sulla esperienza dell’ordinanza e sui riconoscimenti giuridici ci indusse alla ricerca di una soluzione efficace , definitiva e diffusa sul rischio di utilizzo delle ex-cave come discariche, e grazie alla collaborazione competente e generosa di molti validi tecnici approvammo in un consiglio comunale aperto una Variante Urbanistica del Comune di Corchiano.
La variante urbanistica approvata dal Consiglio Comunale, anche con la suggestiva e spontanea alzata di mano di tutti i cittadini e tutte le cittadine presenti, afferma e stabilisce un principio fondamentale, e cioè che sia il Consiglio stesso a stabilire se qualsiasi intervento sulle cavità prodotte da attività estrattive non recuperate provoca rischi per le falde acquifere che in quei luoghi risultano inevitabilmente esposte o superficilizzate.
Con questa variante la Comunità si appropria della tutela dei beni comuni e della loro restituzione alle future generazioni. Non solo una semplice norma urbanistica ma uno strumento efficace per bloccare progetti di discariche camuffati da “ripristini ambientali” spostando la decisione dagli uffici tecnici regionali alla rappresentanza politica della Comunità locale.
Questa esperienza, che definirei storia collettiva di resistenza locale, offre strumenti efficaci condivisi anche dalla giustizia amministrativa, affinché si applichino definitivamente strumenti di tutela dell’acqua, quale bene comune per eccellenza, in particolare in quei luoghi dove sono presenti fragilità e conseguenti rischi per la salute pubblica.
La copertina è dell’autore
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