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This is the end

Recensione del film Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli dal primo giorno del Festival di Venezia 2017. 

• Prima tappa della rubrica Venezia Salva

“I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both are empty”

Nella prima sequenza di Nico, 1988, siamo già ad Ibiza la mattina del 18 luglio 1988. Nico dice al figlio Ari che prenderà la bicicletta per uscire di casa. Morirà dopo poche ora a causa di una caduta che verrà erroneamente diagnosticata come insolazione all’ospedale dell’isola. Nico quindi è già morta nelle prime immagini del film: quello che vedremo durante il resto della pellicola che racconta gli ultimi due anni della sua vita sarà solo il lento divenire della sua morte. 

Sulla carta si doveva pensare tutto il male possibile di un biopic su un’icona del rock decaduta, che passa gli anni appena prima della sua scomparsa a suonare in locali di terz’ordine ai margini dello show business in una spirale di dipendenza dall’eroina e di isolamento: un ex-modella la cui bellezza statuaria e stratosferica l’avevano sempre relegata al ruolo della “musa” – quelle figure femminili che vengono incensate fin tanto che rimangono decorative – e che poi era invecchiata distruggendo se stessa. Poteva essere il solito cantico del rock come epopea dell’autodistruzione, tanto compiaciuta quanto auto-indulgente.

E invece nel film della Nicchiarelli non c’è niente di tutto questo: dell’eroica dannazione dell’epopea rock morrisoniana o hendrixiana – quel live fast, die young che tuttavia nella tragedia riusciva a mantenere tutta la trasfigurazione in icona senza tempo (e dove la morte coincideva con l’eternità simbolica). Aveva ragione Augusto Illuminati a scrivere che in Nico “la dimensione dionisiaca [è spinta] sul tono neutro, senza l’ebbrezza lisergica del rock West Coast (Led Zeppelin, Graetful Dead, gli stessi Doors), [e] si accompagna al differimento della morte singola per farla coincidere con il collasso di un’intera generazione”.

La questione fondamentale della Nico degli anni Ottanta rimane la morte e non solo per questioni biografiche, ma come vero e proprio tema poetico. Perché non si tratta della morte come evento culmine di un’esistenza, ma della morte-come-divenire, vissuta come dépense e sperpero, senza alcun compiacimento o redenzione tragica. Il registro fondamentale del film è infatti proprio il neutro, quel terreno d’indistinto che sta sempre un passo prima della sublimazione ma anche della distanza cinica ed è perfettamente reso da quell’inglese con inflessione tedesca a cui Trine Dyrholm dà persino un surplus di straniamento con la sua inflessione nord-europea.

“Sono stata al top e ho toccato il fondo, ed entrambi sono vuoti” dice Nico. La sua musica infatti a quel punto della sua carriera non è più fatta per assecondare il proprio pubblico (“non mi interessa piacere”) e i suoi concerti si tengono in luoghi marginali e periferici. Alla soglia dei cinquant’anni, ormai liberatasi della sua bellezza da modella, sembra che il tempo non abbia più nessuna verticalità simbolica: non c’è più un obiettivo da raggiungere come non c’è un successo da inseguire.

Non c’è più nemmeno una relazione sentimentale da coltivare se non un figlio con problemi psichiatrici con il quale “sprecare” del tempo, come nella bellissima sequenza della sigaretta fumata insieme nel giardino di un manicomio, dove tra i due sembra che a essere condivisa sia soprattutto un’enorme tristezza. Il “no future” del suo punk – un punk continentale e anni Ottanta, che più che essere inglese o americano si aggira tra la Polonia e la Cecoslovacchia, Berlino Ovest e i litorali della provincia di Roma – non è la provocazione avanguardista che interiorizza il tempo dialettico della rottura e della discontinuità (e quindi dell’innovazione) ma semmai la scomparsa di ogni destino, di ogni esemplarità, di ogni verticalità. Vivere al ritmo della contingenza vuol dire innanzitutto rompere con ogni gabbia dell’immaginario, e dunque anche con ogni immagine del proprio sé ridotto a icona: non è più insomma la Nico warholiana di I’ll Be Your Mirror e del I love images worth repeating ma quella che vive senza più alcun dramma l’intransitività della propria fine. 

In questi anni Ottanta silenziosi, dove sono assenti le scene di massa (proprio perché le masse sono “uscite dalla scena della storia”), dove anche in un’esperienza collettiva come quella dei concerti pare che si stia sempre da soli, il film della Nicchiarelli trova il suo mood migliore. E lo fa naturalmente indovinando la parte più importante di un film a tema musicale, che sono le scene dei concerti. Del film infatti ci rimane in mente una stupenda versione punk di My Heart is Empty a Praga o una geniale Nibelungen girata alla Reichsparteitagsgelände di Norimberga, l’area dei raduni del partito nazista: due momenti che paiono incarnare la sintesi perfetta di questo no future anni Ottanta deprivato di ogni climax, di ogni deflagrazione estetizzante, di ogni chiusura significante.

Gli anni non tanto della fine della storia, quanto dell’eclissi della sua promessa di liberazione. Gli anni insomma in cui è iniziato il mondo in cui ancora siamo immersi, dove la resistenza non è più gonfia dell’afflato della promessa di emancipazione ma è semmai consapevole del disincanto della catastrofe.