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“La sala professori”: relazioni sociali e conflitto

Nel film “La sala professori” di İlker Çatak, attraverso l’ambientazione scolastica, viene messo a tema il rapporto fra regole sociali e conflitto, fra democrazia e denaro nelle istituzioni più che la scuola in senso stretto

Dal momento che La sala professori è stato recepito per lo più come un film sulla scuola, si può dire allora che il suo titolo è – volutamente – fuorviante,e che il film di İlker Çatak, nominato agli Oscar 2024 come miglior film straniero, fa di questa ambiguità il suo punto di forza. Contrariamente a quanto il titolo ci porta spontaneamente a credere, infatti, non si tratta semplicemente e solamente di un film sulla scuola, ma di un film sulla scuola come simbolo delle tensioni e dei conflitti sociali, in quanto questi non si danno mai al di fuori di un’architettura istituzionale, la quale a sua volta, per quanto si voglia neutra, non costituisce una semplice scena vuota sulla quale essi possono avere luogo, bensì una vera e propria infrastruttura in cui i ruoli sono sempre qualificati, le possibilità di azione codificate e dunque gli esiti dei conflitti almeno parzialmente determinati.

Interpretato in quest’ottica, il film non è allora un semplice dramma che narra le conseguenze imponderabili di alcune vicende umane deplorabili ma, tutto sommato, non particolarmente gravi (un paio di furti di soldi avvenuti tra le mura scolastiche), ma è una vera e propria tragedia che mette in scena in maniera esemplare, con il pretesto di episodi in fondo banali, l’impossibilità di ogni personaggio di trascendere i limiti – i valori, le esigenze, finanche le emozioni – che gli sono assegnati dal proprio ruolo. La complessità e l’interesse del film stanno nel fatto che, sebbene i ruoli di ciascun personaggio siano istituzionalmente definiti (l’insegnante, lo studente, la direttrice ecc.), ognuno occupa il proprio in maniera precipua, non solo a causa dell’irriducibile singolarità di ogni carattere e personalità, ma anche perché ogni biografia si nutre di traiettorie sociali e materiali particolari.

Non si comprende in fondo il film, infatti, finché si interpretano i comportamenti dei personaggi prendendo in considerazione solamente il dato per così dire immediato del ruolo scolastico di ciascuno e finché questo non viene arricchito con almeno altre due serie di dati, di stampo eminentemente sociale, cioè la provenienza razziale e la provenienza di classe dei personaggi principali. Manca, al trittico di categorie ormai classico delle teorie dell’intersezionalità, quella del genere, che viene però sostituita da un’altra categoria almeno etimologicamente simile, ovvero quella di generazione, con una mossa sapiente che restituisce spessore umano alla pellicola, evitando di trasformarla in un semplice saggio per immagini.

Come in un cubo di Rubik in cui però l’allineamento di tutte le facce non solo sembra impossibile, ma lo è davvero, questi tre assi si intersecano in configurazioni diverse, soggettivando in maniera singolare e vicendevolmente conflittuale tutti i personaggi. Così come ci sono studenti di origine tedesca e altri di origine straniera (per esempio turca, come quella del regista), studenti benestanti e studenti più poveri, lo stesso vale ovviamente per gli adulti. I corridoi di solidarietà oppure i nodi di conflitto sono allora molteplici e non del tutto prevedibili: gli studenti possono, in quanto tali, coalizzarsi contro i professori o i rappresentanti delle istituzioni in generale, ma possono anche confliggere tra loro sulla base di altre ricomposizioni, per lo più inconsce, di modo che i posizionamenti di classe e di razza arrivano a sfaldare persino la solidarietà generazionale.

Al centro di quest’arena si trova Carla Nowak (una superlativa Leonie Benesch), professoressa coordinatrice della classe protagonista del film, che non a caso sembra la più giovane degli adulti e la più vecchia tra i giovani, in grado, anche grazie a questa posizione intermediaria, sia di sentire profondamente le esigenze di questi ultimi che di condividere razionalmente le istanze di ordine supportate dall’istituzione. Così, se da un lato la professoressa Nowak non può non difendere, davanti agli studenti, l’operato della scuola quando le gerarchie decidono di spingere i rappresentanti degli studenti alla delazione, o quando ordinano una perquisizione in classe alla ricerca dei soldi rubati, dall’altro è anche capace di omertà nei confronti della stessa istituzione che in classe è obbligata a tutelare, per nascondere le condotte riprovevoli di Oskar, sapendo che lui rischia di essere cacciato da quella scuola.

Regole formali e relazioni di potere

Scandagliando in maniera intima e dettagliata, ma mai voyeristica, gli effetti concreti delle relazioni sociali in seno a un’istituzione dall’indomita, e probabilmente indomabile, vocazione disciplinare, La sala professori è quindi un film sul rapporto tra le istituzioni e il potere, sugli effetti che il potere ha sulle persone ma anche su come ognuno, a partire dalla propria posizione nell’istituzione, e per quanto essa possa essere marginale, può sempre esercitare un potere più o meno grande, più o meno limitato. Contro la visione liberale che informa gran parte della concezione occidentale della democrazia e che intende le istituzioni come le garanti dell’uguaglianza – visione ampiamente sostenuta dalla direttrice scolastica, che per l’appunto più di altri incarna i valori democratici e veglia al rispetto, implacabilmente pedissequo, delle procedure – La sala professori mostra invece che le procedure non sono mai neutre, ma vengono anzi sempre usate da qualcuno contro qualcun altro. Ma si badi: a scanso di ogni facile disfattismo o vittimismo, quest’uso è anche tattico: la rivendicazione della giustizia procedurale non è solo uno strumento di oppressione dei più deboli, ma può anche essere effettivamente una garanzia contro l’oppressione, come evidente nel film quando la segretaria incolpata del furto denuncia l’illegittimità delle riprese video che la incriminano (perché fatte in uno spazio comune senza il consenso dei presenti).

Dietro questo strato uniforme di uguaglianza formale, che si stende sulla comunità scolastica incurante della complessità e dello spessore delle relazioni reali, ma anche tra gli interstizi delle sue maglie troppo larghe per cogliere la concretezza del reale, si nascondono evidentemente delle disuguaglianze sostanziali, che appaiono come il vero elefante nella stanza del gioco democratico che si svolge nell’istituzione scolastica: ciò di cui non si parla mai, nel film, è proprio il denaro che è all’origine di tutti i problemi. I furti vengono trattati alla stregua di atti immorali e illegali, che vanno smascherati, repressi, condannati e puniti, ma nessuno, in nessun momento, si chiede perché qualcuno sia portato a rubare, come se si trattasse di una patologia da curare, e soprattutto come se questa patologia fosse individuale e non sociale. Eppure a più riprese viene evocata un’esosa gita all’estero ed è facile immaginare che non tutte le famiglie possano farsene carico con la stessa facilità. Ciononostante, né la professoressa Nowak, apparentemente così empatica, è in grado di sollevare questo problema, né osa farlo chi probabilmente lo vive come tale sulla propria pelle, di modo che questa questione così triviale e primordiale, quella dell’ingiustizia economica, resta indicibile e si rivela l’autentico rimosso del gioco democratico a cui tutti senza esclusione partecipano, senza metterne in discussione le regole persino quando le infrangono.

La sala professori non è dunque solo un’aula all’interno di una scuola, ma il luogo al cuore delle istituzioni in cui le regole del gioco democratico non vengono mai revocate in dubbio. Se le istituzioni trattano la società come un cubo di Rubik di cui bisogna trovare l’algoritmo risolutivo, il sociale dal canto suo non si lascia ridurre a un’equazione e infatti, alla fine del film, la soluzione, da parte di Oskar, del cubo di Rubik che la professoressa Nowak gli ha prestato, non coincide con la soluzione del conflitto. Malgrado la bontà delle procedure e malgrado la buona volontà che (quasi) tutti i personaggi dimostrano nel tentare di risolvere la situazione, il conflitto si dimostra irriducibile e quasi originario. Portarlo nella sala professori è allora un gesto di estrema e necessaria radicalità, il cui significato politico resta però indeterminato – se esso debba ravvivare le istituzioni o piuttosto farle saltare, non è detto una volta per tutte – e questo non è che l’ultimo dei molti meriti del film, bellissimo, di İlker Çatak.

In copertina e all’interno dell’articolo: frame dal film La sala professori