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Sul prossimo referendum costituzionale in Turchia

Reflections on the Upcoming Referendum in Turkey
Il prossimo 16 aprile si voterà in Turchia per un referendum costituzionale che rischia di spostare il paese verso un presidenzialismo dai forti tratti autoritari. In un contesto di capitalismo clientelare, appropriazione privata degli spazi comuni e accentramento istituzionale, quali sono gli scenari per una possibile opposizione al regime di Erdoğan?

Il 16 aprile, gli elettori turchi voteranno una proposta di legge che prevede un’importante riforma della Costituzione. Il progetto di legge è stato scritto dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdoğan (AKP) e il cambiamento proposto è così radicale che molti giuristi ritengono che si debba considerarlo non come un emendamento costituzionale ma come un vero e proprio cambio di regime. Questo perché la proposta stravolge alcuni principi costituzionali fondamentali. Murat Sevinç, un Professore di Diritto Costituzionale che è stato allontanato dall’Università di Ankara con uno dei tanti decreti esecutivi, ritiene che mettersi a valutarne gli aspetti formali da un punto di vista giuridico non abbia alcun senso. Con l’appoggio a questa proposta di legge costituzionale l’AKP e il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), ovvero l’unico altro partito il cui presidente appoggia esplicitamente questa riforma, intendono porsi come un potere costituente che instaurerà un nuovo regime politico.

L’alleanza tra questi due partiti rappresenta un’affinità di lunga data tra i partiti di centro-destra conservatori e islamici che hanno sposato i modelli dello sviluppo capitalista, e alcuni settori del nazionalismo anti-comunista e religioso: è quello che nella storia politica della Turchia viene definito il fronte nazionalista. Oggi, queste correnti sono rappresentate dall’AKP e dal MHP (i cui leader si sono allineati al SI, anche se un parte degli elettori e dei quadri dell’MHP si sono opposti alla decisione). Storicamente quest’alleanza veniva alimentata da una condivisa ostilità verso la sinistra curda, i social-democratici, e i movimenti socialisti e comunisti. L’anno scorso tuttavia la mappa politica turca si è divisa ancora lungo queste direttrici. Nello stesso tempo invece il campo del NO è frammentato e a malapena può vantare di avere un programma.

Il dibattito quindi deve essere visto in termini storici, perché la riforma viene visto dagli erdoğanisti come un colpo di grazia da parte della nazione turca (millet) verso quei garanti (vesayet) di una minoranza burocratica che da sempre hanno bloccato l’azione dei governi ponendosi a guardia del regime kemalista. Spesso si pensa che questi organi di tutela fossero legati soprattutto ai militari, ma in realtà vi è anche un importante componente del potere giudiziario. Dall’altro lato con nazione (millet) qui si intende una maggioranza civile conservatrice e nazionalista: un’alleanza trans-classista la cui spina dorsale è una piccola borghesia clientelare. Secondo la narrazione degli erdoğanisti il potere che oggi si è costituito si è sempre opposto al regime kemalista, ma è stato in realtà da questi osteggiato nonostante avesse ampiamente vinto ogni elezione fino dalle prime elezioni multi-partitiche del 1950 – cosa che è parzialmente anche se non completamente vera. Per Erdoğan, il dominio della maggioranza che vince alle elezioni è sinonimo di democrazia come esercizio di un potere senza limiti da parte del 50% +1.

Gli organi di tutela invece si riferiscono all’autorità burocratica, giuridica e militare che è stata esercitata da istituzioni non elettive e che si trovano soprattutto nei dipartimenti dell’amministrazione pubblica, nelle scuole di Legge e nelle accademie militari. Erdoğan considera il referendum come la battaglia decisiva contro questi garanti, che avrebbero reso la Turchia un sistema di governo provinciale della periferia europea e avrebbero impedito la realizzazione del potenziale della nazione grazie a un sistema democratico a maggioranza, un dinamismo dello sviluppo e una politica estera indipendente. Questo dualismo tra gli organi di tutela e la nazione si ripercuote poi anche nella sfera ideologico-culturale: i religiosi contro i laici, i civili contro i servitori dello stato, i mussulmani locali contro quelli europeizzati, l’autentico contro l’artificiale. Il contenuto della riforma quindi non è nient’altro che un’improvvisazione finalizzata alla realizzazione di quello che viene considerato un mito storico con il quale gli uni vengono messi sotto controllo degli altri. Ognuno di questi gruppi definisce infatti una rete di clientele private su scala nazionale, tenute insieme dall’influenza culturale della piccola borghesia, dagli ordini e dalle fondazioni sunnite, dai rapporti di interesse famigliari e dalla capacità organizzativa dei partiti populisti di destra. Questa rete ha formato la spina dorsale delle vittorie elettorali degli ultimi anni soprattutto quando sono state rese possibile dall’azione di un unico partito unificatosi attorno alla condivisione di questo nazionalismo conservatore. Tuttavia, ci sono stati dei momenti fondamentali nella storia politica turca in cui il fronte nazionalista e i cosiddetti organi di tutela hanno collaborato ben volentieri per isolare le correnti socialiste e comuniste o i sindacati di sinistra dal tessuto sociale, e per unire i loro mezzi di coercizione pubblici e privati.

Nel sistema proposto, un presidente eletto a maggioranza deciderà la composizione del proprio gabinetto di governo ed eserciterà un potere legislativo ed esecutivo senza limiti per i cinque anni che ci sono tra un’elezione e l’altra. Le elezioni diventano una gara in cui il “vincitore prende tutto” e non viene limitato in alcun modo – la popolarità è l’unico meccanismo di controllo nei confronti del governo e la popolazione può far valere il proprio scontento soltanto con il voto. L’opposizione spesso usa delle metafore calcistiche per dire che le elezioni produrranno un vincitore truccato, dal momento che gli arbitri (i corpi giuridici e che regolano le attività politiche) vengono decisi dal presidente in carica. In risposta, il video di propaganda dell’AKP mostra una giovane donna (la nazione del popolo) che mostra un cartellino rosso all’arbitro (i garanti): la nazione insomma darà una regolata alle regole. Per Erdoğan infatti la nazione parla veramente soltanto nella cabina elettorale. E dice “andiamo al potere attraverso la cabina elettorale e ce ne andiamo tramite essa”. Erdoğan ha detto al principale leader dell’opposizione, prendendosi gioco di lui, che lo stesso potere senza limiti potrà essere suo solo se il suo partito riuscirà a vincere le elezioni. L’equazione di democrazia e voto popolare giustifica ogni attacco alla società civile e restringe le possibilità di partecipazione politica.

La mossa ideologica più efficace che ha aiutato Erdoğan a convincere la piccola borghesia è stata l’identificazione dei governi di coalizione con “un’ipertrofia dell’attività legislativa” che starebbe alla base dell’instabilità economica e della crisi. Con questo inganno è riuscito a manipolare non soltanto le preoccupazioni per l’indebitamento finanziario della piccola borghesia e dei lavoratori salariati ma anche l’ansia nazionalista nei confronti del crescente successo elettorale del Partito Democratico dei Popoli (HDP), l’alleanza curda e di sinistra il cui 13% rappresentava 80 seggi nel parlamento del giugno 2015, che sono più di quelli che aveva l’MHP. Questo avrebbe costretto l’AKP a formare un governo di coalizione per la prima volta dal 2002. Tuttavia l’AKP decise al contrario di non formare una coalizione ma di portare il paese a una nuova elezione cinque mesi più tardi. Nel frattempo, una nuova guerra con il PKK e la promessa di favori economici che hanno rimesso in moto le clientele della piccola borghesia fecero sì che l’AKP conseguisse di nuovo la maggioranza assoluta riconsolidando il fronte nazionalista. La proposta di legge costituzionale dovrebbe fare in modo che una sequenza di eventi del genere non si ripeta più.

Che l’economia venga gestita meglio da un solo partito e che vi sia una forte motivazione economica dietro la proposta di legge costituzionale è diventato il messaggio fondamentale. Le coalizioni non saranno più possibili, e un parlamento – che è legislativo solo in teoria – non sarà più il luogo fondamentale della decisione. Le elezioni saranno delle gare con un vincitore unico e il premio sarà la possibilità di eseguire “un piano quinquennale di sviluppo”. Il presidente viene visto come un super-esecutore sul modello degli amministratori delegati d’azienda, che può nominare dei ministri non eletti per gestire i dicasteri di un potere esecutivo altamente tecnocratico. Tra le due elezioni ci sono solo cinque anni di ininterrotta esecuzione: veloce, efficiente e senza discussioni. Quindi i progetti verrebbero implementati con costi minori e le aziende che sono nell’orbita del nepotismo dell’AKP beneficeranno di un’accumulazione più rapida sul mercato interno e cercheranno di accaparrarsi di pezzi dei mercati globali come pionieri dello sviluppo di questo Stato.

Questa inarrestabile macchina di sviluppo restringerà gli spazi di dibattito e di critica sugli aspetti socioeconomici così come ostacolerà la competizione tra aziende nazionali rendendole di fatto degli organi di un’economia nazionale gestita dal Presidente – un aspetto questo che infastidisce i settori della classe capitalistica turca che sono più connessi con il capitale internazionale. I contenziosi giudiziari diventeranno inefficaci, dato che vi sarà un controllo di parte sul potere giudiziario. I lettori poi si ricorderanno che una delle più grandi minacce per l’AKP venne dai temi dell’ecologia: nella rivolta di Gezi Park, l’opposizione alla demolizione di uno spazio pubblico verde nel centro di Istanbul – che doveva essere sostituito da un centro commerciale privato – divenne l’occasione per esprimere una crescente rabbia nei confronti di una continua appropriazione di spazi comuni per progetti edilizi. Questi progetti non solo demoliscono le aree verdi ma contribuiscono anche drasticamente all’accumulazione privata di capitale e al consolidamento di un’alleanza nepotistica tra una parte del capitale e l’apparato del partito di Erdoğan. La proposta di riforma costituzionale è pensata allora anche per soffocare preventivamente ogni forma di opposizione in stile Gezi che viene considerata sia dall’AKP che da questa sezione del capitale turco come una pericolosa scocciatura. Ma, oltre alla rivolta di Gezi, ci sono state molte altre importanti mobilitazioni in città di provincia – contro l’estrazione mineraria dell’oro; le centrali elettriche e altri progetti infrastrutturali – organizzate da piccoli agricoltori già sotto pressione per via di un’economia agricola sempre più deregolamentata. In queste mobilitazioni spesso si sono mischiate preoccupazioni ambientali, la difesa dell’autonomia agricola e un rifiuto politico di un’accumulazione di capitale nepotistica e priva di alcuna regola.

Nonostante la limitata autonomia del potere giudiziario, le funzioni regolative come le valutazioni d’impatto ambientale hanno costituito uno spazio di opposizione contro i progetti di accumulazione capitalistica. Il nuovo regime tuttavia vede la burocrazia, la legge e ogni strumento di regolazione esclusivamente come ostacolo a uno sviluppo più rapido e di fatto come una seccatura istituzionale. A fronte di una crisi capitalistica globale la risposta dell’erdoğanismo è stata l’accelerazione degli investimenti mega-infrastrutturali: un enorme aeroporto a Istanbul; lo scavo di un canale parallelo al Bosforo; l’espansione delle rete autostradale e la costruzione di centrali termiche, idro-elettriche e nucleari ovunque nel paese. Un ulteriore sviluppo recente che va in questa direzione è quello dell’istituzione di un fondo pubblico che usi le imprese a proprietà pubblica – inclusa Turkish Airlines – come collaterali per finanziare dei mega progetti infrastrutturali, i cui tempi e le sostenibilità finanziarie sono molto incerti. Non c’è tempo, insomma, per scioperi, proteste o preoccupazioni ecologiche.

La riforma costituzionale proposta dà al Presidente il potere di nominare e controllare praticamente tutti gli organi non elettivi dello Stato. Tra queste una delle più critiche è l’abolizione dell’autonomia dell’Esercito (un tema complesso che eccede i limiti di questo scritto). Si potrebbe dire che sebbene il tentativo di colpo di Stato del luglio 2016 non sia stato ancora veramente indagato, la generale disapprovazione che ha generato è stata canalizzata verso la costruzione di questo mito – una grande opposizione tra una nazione di elettori e degli organi di garanzia burocratizzati. Il sistema presidenziale viene allora pubblicizzato come una garanzia che gli interventi di istituzioni non elettive non si ripeteranno mai più e che la stabilità economica e politica verrà garantita una volta per tutte. Questo mito cancella tutte le differenze qualitative che ci sono tra le diverse logiche e funzioni degli organi giudiziari, regolativi, burocratici e di sicurezza dello Stato e li mette tutti insieme confusamente in una generica azione restrittiva degli organi di tutela che si opporrebbero invece alla solidarietà politica del fronte nazionalista e alla sua volontà di sviluppo. Il sistema che esce da questa riforma è quello di un partito-stato dello sviluppo che limita/proibisce ogni contenzioso politico dentro e fuori dal parlamento ma che può, sulla carta, essere governato da un solo partito per cinque anni, e poi da un altro per i cinque successivi.

La Polizia, sotto il controllo del Ministero dell’Interno, è ormai da tempo diventata il braccio armato non ufficiale dell’AKP: una forza di coercizione esperta ma priva di alcuna regola. Ha partecipato attivamente alla soppressione dell’opposizione usando la forza persino quando si è trattato di farlo contro piccole iniziative di volantinaggio per il NO in giro per il paese. Sul fronte sud-est invece, il restringimento degli spazi di agibilità politica, l’incarcerazione di centinaia di politici e attivisti, tra cui dei due coordinatori dell’HDP, e l’indiscriminata violenza “anti-terroristica” nella città curde ha contribuito alla ri-militarizzazione della questione curda. Quest’atmosfera ha già gettato dei dubbi sull’imparzialità del prossimo voto, e sia gli spazi pubblici che i media sono quasi completamente off-limits per la campagna elettorale dell’opposizione. Tuttavia, i sondaggi dicono che la situazione è ancora aperta.

Dunque, cosa fare ora?

Nonostante siano i due pilastri del fronte del NO, il CHP (NdT: il Partito Popolare Repubblicano, erede del kemalismo) e l’HDP spesso divergono sui programmi, le priorità e le strategie da seguire. Inoltre all’interno del fronte del NO vi sono anche una parte significativa dell’MHP; degli esponenti della classe capitalistica connessa con il capitale internazionale; socialisti e comunisti a sinistra dell’HDP come il Movimento di Giugno o il Partito Comunista del Popolo Turco; e anche una minoranza critica negli ambienti islamici che vorrebbe un’agenda riformistica e una base di diritti. Si tratta di un fronte molto eterogeneo che è d’accordo sui pericoli dell’architettura costituzionale che viene proposta ma che diverge su molte questioni significative. Indipendentemente dal fatto che il risultato del referendum sia SI o NO, il compito urgente che attende l’opposizione è quello di costituire un fronte unitario contro il fronte nazionalista, che converga su dei punti minimi e proponga un’agenda di riforme alternative, dato che una politica difensiva (che è spesso la posizione del CHP) non ha in questo momento alcun senso. Io sono dell’idea che questo sia possibile solo con un programma socialista che 1) proponga un’agenda di politica economica che parli alle frustrazioni della classe lavoratrice riguardo all’indebitamento, i costi della vita, la disoccupazione e l’insicurezza lavorativa; 2) proponga un’agenda sui diritti civili che metta al primo posto le disuguaglianze di genere e la violenza contro le donne; e 3) inventi un modello amministrativo decentrato, che possa essere condiviso da una vasta maggioranza più ampia della sola sinistra, e che sia pensato per favorire i negoziati di pace sul fronte curdo garantendo un contratto sociale pluralista.

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