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Il de profundis della cultura ultrà?

L'incapacità di rispettare il "nemico" attraversa la storia del tifo organizzato. Ma chi insulta la memoria di Ciro con la scusa dell'"etica ultrà" ha davvero titolo per farlo?

A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto; e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente”.


I versi dell’Iliade descrivono il sentimento di pietà che s’impadronì della coscienza di un killer mitologico. Si commuove il prode Achille dinanzi a Priamo, padre di quell’Ettore che egli ha ucciso in combattimento. Achille è una micidiale arma da guerra. Ha appena finito di oltraggiare il cadavere dell’odiato Ettore. Eppure quando Priamo lo implora di restituirgli i resti del figlio per poterne celebrare il rito funebre, persino questo violento e divino robot dalle sembianze umane prova compassione per il genitore di un suo acerrimo nemico.

Non c’è spazio per i sentimenti nelle strade e in ciò che resta delle curve degli stadi italiani. E non è solo una questione di ultrà. La denigrazione delle madri di tanti ragazzi rimasti privi di vita sull’asfalto, è ormai consuetudine in questo Paese. Spesso a lanciare indegne provocazioni ai danni dei parenti delle vittime di brutali violenze, sono “uomini” delle “istituzioni”. Ne sanno qualcosa le mamme di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Carlo Giuliani, che dai sindacati di polizia e da certi politici hanno ricevuto fiumi di offese e contumelie.

Dalle curve degli stadi di calcio, però, non te lo aspetteresti. Dai luoghi in cui è anzitutto lo scontro fisico a sancire virtù, cittadinanza e appartenenza, ci si attenderebbe un cavalleresco rispetto della memoria dei “nemici” caduti. Perlomeno cum patior, “soffrire insieme”: compassione, nei confronti di chi prova dolore immenso per la perdita di un congiunto. Rispetto! Non conta che la vittima facesse parte della propria comunità o dell’avversa. Ti aspetteresti compassione persino da quei gruppi ultrà i cui padri fondatori hanno praticato biblioteche oltre che palestre, privilegiando letture del pensiero di filosofi magari poco inclini ad esaltare la pietà, ma pur sempre attenti alla mistica delle virtù “guerriere”.

Invece niente! In Italia tali manifestazioni di rispetto corale sono confinate nel bagaglio culturale di gruppi sociali limitati nel tempo e nello spazio. La letteratura e la storiografia ultrà riportano pure notizie di omaggi simbolici e forme di riverenza verso “il nemico”. Ma nella maggioranza dei casi, purtroppo, le cose così non sono andate. Le cronache del passato remoto e recente sono piene di plateali striscioni, sprezzanti slogan e cori offensivi contro calciatori e ultras avversari colpiti da disgrazie o deceduti in circostanze innaturali. Ecco perché oggi risultano strabiche le analisi di chi, commentando l’esposizione degli striscioni contro la madre di Ciro Esposito nella curva sud dell’Olimpico, canta il de profundis della cultura ultras e lamenta la fine di un presunto e mitico tempo dell’onore. Quegli striscioni non sono una novità. Pietà non c’è quasi mai stata. Soltanto in alcuni delimitati contesti, in talune curve, si è consolidata una simbologia attenta al rispetto della dignità del nemico.

La frase esposta nella Sud, comunque, non è il semplice risultato della volontà di ferire nell’animo. È il riflesso di qualcosa che viene dal profondo, un malessere interno. Sembra quasi che gli ultras della Roma vogliano dire: “Se noi portiamo un peso sulla coscienza perché uno di noi ha sparato, voi allora davvero pensate di essere meglio di noi?” Mediante quel messaggio, una curva che in realtà, pur dissimulandolo, ha vissuto un conflitto interno dopo i tragici fatti della finale di coppa Italia 2014, ora sembra voler esorcizzare il peso di un omicidio, contrattaccando sul piano dell’etica, scaricando lo stigma su una famiglia, una città e l’intera tifoseria napoletana, che dopo l’uccisione di Ciro hanno riscosso universale solidarietà.

Peccato che le ironiche strisce dei romanisti, oltre a deformare la realtà, abbiano trascurato un valore che spesso ha caratterizzato i linguaggi delle curve: l’obiettività!

Il principio scandito in quelle frasi, infatti, piove da un pulpito inattendibile, in quanto privo della passata autorevolezza. Nella capitale (e non solo) decine di capi di tifoserie diverse, nel corso del tempo hanno costruito patrimoni economici e politici tuffandosi dal trampolino della curva. Oggi quante sono le tifoserie che possono vantarsi di non aver mai avuto al proprio interno soggetti che abbiano “lucrato” svendendo privatamente simboli e storie che appartenevano a migliaia di altre persone? Qualsiasi striscione rivendichi purezza e coerenza, finisce per rendere ridicolo chi lo espone. E l’ironia sui morti fa parte, sì, della storia degli ultrà. Ma non tutti gli ultrà si riconoscono nella stessa storia, fortunatamente.


* Claudio Dionesalvi è militante di movimento, mediattivista, scrittore, insegnante e ultrà del Cosenza Calcio. Collabora col Manifesto. Tra le altro cose, ha scritto “BDD”, romanzo di stadio sugli Anni Zero e ha curato l'aggiornamento di “Il Derby del bambino morto” di Valerio Marchi. Nei prossimi giorni, metteremo online il video della presentazione romana di quest'ultimo volume, cui hanno partecipato l'attore Valerio Mastandrea, il giornalista Luca Pisapia e Andrea Greco dell'Atletico San Lorenzo.

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