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Hanno murato le nostre case come hanno murato le nostre parole

Esce l’edizione italiana di una ricerca condotta, per un decennio, in un quartiere di Barcellona destinato a scomparire . Forme di amore e resistenza di ottocento famiglie osservate e raccontate con partecipazione militante e rigore scientifico. Stefano Portelli, La città orizzontale.

Avvertenza preliminare: prima d’iniziare la lettura fate la classica orecchietta (chi preferisce, posizioni l’altrettanto classico segnalibro) alla pagina 28. Il disegno, che in questa pagina compare, è un piccolo saggio sulla forma urbana di Barcellona. Ci mostra, immediatamente, che l’arte di questa città sono gli edifici. Non quelli di oggi che vorrebbero sfidare il cielo. Quelli non mancano in nessuna parte del mondo. Nella città catalana ogni edificio, a partire dalla propria definizione tipologica, è in rapporto diretto con la morfologia urbana. Nei blocchi modernisti, nelle case dei maestri (non solo Gaudì) che hanno segnato l’innovazione architettonica di quella città, nella griglia dei quadrati addizionati da Ildefonso Cerdà. Ovunque. Nella maglia, che dalla seconda metà del’800, si sovrappone al tessuto esistente. Quando, questa, viene attraversata in diagonale da strade disegnate come lame. Nel modo di posare a terra edifici dagli angoli smussati che, nella loro aggregazione, formano lo spazio pubblico della piazza. Ogni edificio a Barcellona è in rapporto con la strada.

Con l’organizzazione dei giochi olimpici del 1992, la città decide di attentare a tutto questo. Baratta la futura visibilità mondiale ribaltando il proprio paradigma insediativo. A farla da padrone non è più la strada e le sue relazioni che trasformano i singoli insediamenti altrettanti individui edilizi. Bisogna trovar posto a nuovi oggetti di cemento e cristallo, pifferi miracolosi pronti ad attirare persone da ogni parte del mondo.

Tutto inizia nel 1985 quando, a un decennio dalla fine della dittatura franchista, Barcellona ottiene la designazione a città olimpica. Non casualmente il sindaco che ha strappato al C.I.O. l’assegnazione dei giochi, costruito l’immagine della città e innescato la mitologia del modello Barcellona, è l’urbanista Pasqual Maragall, rimasto in carica ininterrottamente dal 1982 al 1997.

Sono stati quei giochi a inaugurare la grande narrazione urbana sulla possibilità di rifondare le città legandole all’ organizzazione di un grande evento. I tratti di matita degli urbanisti, prima ancora di diventare cantieri, servono a trovare le parole per iniziare il lungo discorso sulla necessità della trasformazione urbana. Un narrare che, ovunque, inizia non prendendo in considerazione di che cosa è fatta la città che si vuole trasformare. Quando quei disegni si depositano sul terreno sono altre le parole con cui devono essere chiamati: sventramenti, deportazioni, demolizione, cancellazione, allontanamento coatto.

Torniamo al disegno di pagina 28 e ad oggi. Le pendici della montagna di Collserola, rappresentate come una mano piena di artigli di un grande animale, non sono pronte a balzare in avanti per azzannare la città. Sembrano averlo già fatto. Dopo essersi piantate sulla linea del mare, si ritraggono. Ad altri spetta il compito di addobbare la città liberista. Prima però bisogna pulire bene. Non si può lasciare sul terreno quello che resta del Bon Pastor, quell’agglomerato di case “baratas” (a buon mercato) costruite nel 1929 “in parte città giardino e in parte campo di concentramento”.

Si chiama rigenerazione urbana. Stefano Portelli e il suo gruppo di lavoro, capendo che non si trattava solo di un’operazione urbanistica, decidono di andare a vedere oltre i “margini” disegnati dagli urbanisti e dai regolamenti comunali. Per un decennio studiano l’accanimento sistematico con cui, in nome del cosiddetto rinnovamento urbano, si è voluto modificare l’abitare popolare.

A Barcellona con il nome di case baratas veniva chiamato uno di quegli spazi dove la città europea nel primo 900, anche se con nomi differenti, ha tentato di isolare quelle moltitudini di persone di cui aveva bisogno per far funzionare la città, ma a cui non ha mai riconosciuto il diritto di poterla abitare. Spesso, oltre che dei loro corpi, si è servita del loro ammassarsi in quell’ intreccio di case e strade senza nome segnate da un numero, per sviluppare la rendita fondiaria dei terreni magicamente attraversati dalle infrastrutture dei servizi fino a lì portati.

Il libro, che raccoglie un lavoro di osservazione e studio, segue il processo della demolizione di quelle case intrecciandolo con la storia di chi le abita da più generazioni. Ci porta oltre quelle facciate colorate per dispetto di chi pensa che l’abitare dei poveri debba avere solo muri scrostati e come unico colore il grigio

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Sandra chiede al nonno: “se la nostra famiglia era ricca perché adesso siamo poveri?” Trova, anni dopo, dalle parole del nonno, che raccontando la storia della famiglia riesce a farle “vedere” come in un fotogramma srotolato pezzo a pezzo la storia di quell’insediamento, la forza per ribellarsi alle guardie che vogliono buttare giù la sua casa. Il libro è composto da un mosaico di storie. Stefano le ricostruisce pazientemente. Le appunta, le confronta e le incasella in precise griglie disciplinari. Stefano è un antropologo, sa fare le domande giuste, riesce a farci conoscere la disperazione di chi orgogliosamente operaio metallurgico viene sbattuto fuori dal lavoro perché ora la Maquinista, quell’imponente fabbrica, è diventata un centro commerciale. Ci rappresenta il terrore di chi, abituato a muoversi nella città orizzontale, viene “issato” ora in un nuovo edificio multipiano da cui ha paura ad affacciarsi.

È davvero molto il materiale di studio e il libro, in modo agile, ricostruisce tutti i passaggi e tutte le lotte. Stefano riesce a farlo in diretta perché, dopo un po’ di tempo, prende una decisione: il ricercatore, almeno lui, non può fare il pendolare, attraversare ogni giorno il fiume con il suo blocco di appunti. Prima va abitare nei pressi. Poi poco più tardi, varca il ponte e vive per un anno nelle case baratas.

Scopre che la città orizzontale è una piastra, un basamento dell’abitare, dove gli elementi che la sostengono, non sono tondini di ferro e cemento, ma i rapporti di prossimità di chi la abita. Il mutualismo, il confronto, la trasmissione di sapere, la cooperazione. Quel territorio, da spazio di esclusione è diventato una zona liberata e autogestita. Almeno fino a quando a Bon Pastor “paese dentro la città” inizia a farsi largo il suadente discorso sulla nuova città. Difficile resistere a chi promette case. Diventa un discorso lungo e un’altrettanta lunga battaglia fatta di demolizioni, trasferimenti, occupazioni, lotte.

“Hanno murato le nostre case come hanno murato le nostre parole”. Non esiste una definizione più efficace per misurare l’urbanistica come schiava di quella lingua che, giorno dopo giorno, costruisce un discorso sulla necessità del nuovo, mina i rapporti familiari, sfrutta la loro condizione strangolandoli con la corresponsione di quei mutui, per le nuove case, alla base dello scoppio della bolla immobiliare del 2010. Si cerca di allontanare dal quartiere gli attivisti e i ricercatori solidali. Iniziano i primi trasferimenti. Persone portate in “un altro mondo”, in palazzi che finiscono con cambiare anche i giochi dei bambini.

Tutto questo, e molto di più, Stefano è riuscito a vederlo praticando una sorta di antropologia orizzontale “tra la necessaria scientificità della ricerca e la non meno necessaria passione politica e vicinanza umana alle persone che ne sono coinvolte”. Sulle orme e sull’insegnamento di Ernesto De Martino ora, grazie a Stefano, Barcellona e le sue case baratas, le sentiamo un po’ anche nostre.

Ultima avvertenza. Non ripiegate l’orecchietta di pagina 28, servirà, andando nella città catalana, a trovare un segno di resistenza a una Barcellona tirata a lucido.

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