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OPINIONI

Suvvia, diamo il Nobel per la pace a Giorgia e finiamola lì

Gli ondeggiamenti di Meloni tanto sul mezzo golpe di Trump in Venezuela quanto sulle futili manovre europee di sostegno all’Ucraina dovrebbero indurre a impostare la campagna sul referendum a un livello politico più che tecnico e adeguandosi al drastico cambiamento di regole del gioco che gli Usa in crisi cercano di imporre. Meloni si sta guadagnando un Nobel sfigato quanto quello di Machado

Non raccontiamoci storie. A marzo non andremo a votare, come è scritto sulle schede, sulla separazione delle carriere giudiziarie e sull’estrazione a sorte dei CSM, ma se restare uno Stato europeo indipendente o diventare una colonia di Trump. Non che nel referendum non siano in gioco cose importanti come autonomia della Magistratura e il bilanciamento dei poteri, ma la partita è un’altra e va posta in primo piano con la brutta aria che tira nel mondo.

Meloni e Trump: l’altalena

Decideremo a marzo (per quel poco o molto che possiamo) cosa succede: se cedere al delirante autocrate statunitense, che so, la Sicilia, così strategica per il controllo del Mediterraneo quanto la Groenlandia per le rotte artiche, se svendere i nostri asset turistici (molto altro non ci rimane) a Blackrock e quali altre patenti di legittimità regalare ai capricci di The Donald e alla Donroe Doctrine.

Decideremo in una situazione assai brutta e tuttavia brutta non solo per noi – intendo per chi si oppone a tutto questo sia pure in modo caotico e irresoluto. Perché anche il fascio-sovranismo italiano, con i suoi compagni di merenda europei, non se la passa proprio bene. Tralasciamo al momento l’indignazione e lo sgomento per il servilismo di un governo Meloni schierato da subito – anzi, prima che subito – con l’incursione trumpiana, cui ha riconosciuto legittimità e addirittura carattere difensivo contro misteriosi atti di guerra ibrida da parte del Venezuela (sic!), osservando piuttosto il modo balordo e sprovveduto con cui tale servilismo si è appalesato.

L’astutissima Sorella d’Italia, che furba può sembrare solo se commisurata alla sciamannata compagnia di giro dei suoi quadri e sostenitori e alla sua volenterosa ma disarmante antagonista Elly Schlein, si è precipitata prima a baciare il culo (cit. Trump) in gran fretta, senza aspettare gli altri leader europei e fornendo giustificazioni troppo rapidamente disattivate dalla franchezza rude del tycoon, poi ha dovuto fare una leggera marcia indietro per adeguarsi al passo più esitante della maggioranza von der Leyen con cui non vuole rompere, infine ha rumorosamente sponsorizzato la candidatura Machado (di nuovo senza coordinarsi né con lo sciagurato duo Ursula e Kaja né, ben più grave, con Donald). Ha cioè ripetuto lo schema della prosternazione ai piedi di Biden senza calcolare che i tempi e il rito erano cambiati. Infatti Trump non esige più giustificazioni di ordine pseudo-logico e pseudo-universalistico e se ne fotte di figure dell’opposizione anti-chavista di incerta popolarità e, per di più, di chi gli ha soffiato il Nobel 2025 e pregiudicato quello per il 2026.

Da pontiera fra Usa ed Europa Meloni si è ritrovata, da un giorno all’altro, a patrocinare l’unione nazionale per la celebrazione di una messa in suffragio delle sfortunate ragazze e degli sfortunati ragazzi morti nel rogo di Cras-Montana. Del resto, era ben difficile capeggiare una coalizione di Stati sovranisti e farli accordare con gli Usa nel momento in cui Trump proclamava il primato della sovranità Usa rispetto alle altre sovranità nazionali – non solo in Venezuela, Cuba, Brasile e Colombia, ma perfino sulla Groenlandia danese.

La (cautissima) retromarcia rispetto alle pretese su un territorio collegato a Ue e Nato era inevitabile e Meloni ha rapidamente indossato le penne di Calimero.

Machado è scomparsa dall’orizzonte. Nel contempo si è schierata sull’Ucraina a fianco dei “volenterosi”, con il piccolo dettaglio che alla presa di posizione non corrisponde alcun contenuto reale, dato che 1) l’impegno a schierare una forza europea multilaterale per garantire la pace è vanificato dal fermissimo rifiuto della Russia di chiudere un accordo a quelle condizioni, 2) che comunque Meloni non manderebbe nessun soldato sul suolo ucraino. Dunque, di che si sta a parlare? Di cosa fare dopo una pace che non c’è e non dipende dall’Europa? Più astuto Orbán si era limitato a dirsi d’accordo con Trump – e con tutte le sue svolte successive, “protezione” della vice-Presidente double face Delcy Rodríguez compresa. Più abile tatticamente Salvini, che si è riservato il giudizio sul golpe per non compromettersi e approfittare in futuro delle scivolate di Meloni. Irrilevante Tajani, as usual.

Un cambio di passo epocale

In ogni caso, da quella notte fra il 2 e il 3 di gennaio tutta la scena è cambiata in maniera irreversibile o, per meglio dire, le grandi strategie globali sono state ridefinite in modo perentorio, a tutto sfavore dei residui balbettamenti globalisti neoliberali di stampo euro-atlantista. Potremmo richiamare alla mente quel 31 dicembre 1502 a Senigallia quando Cesare Borgia convocò, con ingannevoli trattative, i suoi nemici Francesco e Pagolo Orsini, Oliverotto da Fermo e Vitellozzo Vitelli, affidandoli poi alle cure del suo strangolatore professionale don Michele Corrella. Operazione speciale ai danni di congiurati e massacratori incalliti, passata alla storia per la partecipazione diplomatica all’evento e le considerazioni storiografiche a caldo di un cronista d’eccezione, Niccolò Machiavelli, che ne trasse asciutti insegnamenti sul pragmatismo politico senza troppo attardarsi in deplorazioni sul diritto internazionale violato (tale era in Italia l’equilibrio laurenziano fino allora vigente) e la validità delle promesse. Nulla di inedito, quindi, bensì sicuramente l’avvio di una fase politica nuova in cui le regole del gioco sono cambiate e occorre tenerne conto.

Non sarebbe male, appunto, adeguare le strategie di lotta al regime di guerra sfacciatamente imposto su scala internazionale e applicato, in piccolo, anche nella rissosa aiola italiana. Tenendo in conto che, in luogo di Machiavelli, abbiamo nei campi opposti, Fazzolari e Schlein, senza dimenticare l’Elefantino mannaro del “Foglio”.

Frammenti di strategia

Nondimeno qualche ideuzza potremmo farcela venire, considerando in primo luogo che la politica internazionale, come ha osservato Sandro Mezzadra, è diventata parte integrante e preminente di ogni programma politico e che cercare di occultarlo, come fa Meloni in tutte le sue povere scelte, è una squallida astuzia per mettere fuori strada gli avversari. La più grande astuzia del diavolo è di far credere che non esiste. Afferrando i rischi che corre nella complicata stretta fra colonialismo effettuale Usa e colonialismo velleitario Ue (non tutti i bianchi suprematisti hanno la stessa sfumatura pantone e gli stessi sistemi satellitari e missilistici), la nostra Presidente del Consiglio cerca di spiegarci (contro ogni evidenza) che il referendum verte su meri contenuti tecnici e di buon senso, pretende che dissiperà gli errori giudiziari e l’ingerenza dei magistrati nelle vicende politiche, che scioglierà gli enigmi di Garlasco e restituirà una sana famiglia naturale ai bambini nel bosco e soprattutto che la tenuta del suo governo non avrebbe nulla a che vedere con l’esito del referendum – cioè nessuno la schioderà da Palazzo Chigi, mica è sciocca come Renzi.

Favole per babbioni. In realtà Meloni è in una fase di difficoltà proprio sul punto su cui ha costruito non tanto il suo consenso quanto il suo spazio politico: la collocazione internazionale. Il che significa che può continuare a prendere voti nel medio periodo, ma viene meno la sua ragione oggettiva d’essere, cioè la doppia e simultanea rappresentanza di Trump e del sovranismo europeo nel loro punto di equilibrio.

Equilibri sin dall’inizio instabile, ma che ora si sta palesemente rompendo e il tentativo di rilanciarlo con l’infelice sortita sulla candidatura Machado alla leadership in Venezuela dimostra soltanto che Meloni non ha colto la svolta trumpiana e si è scollata dalla logica permutativa di un declinante imperialismo predatorio senza qualità (ovvero di sponda e senza egemonia), che corrisponde a una chiusura arrighiana di ciclo nella finanziarizzazione estrema.

E allora diamoglielo questo Nobel per la pace a Meloni, sia perché si attaglia benissimo alla dimensione “surreale” in cui si muove oggi la politica (di cui ogni strategia deve “realisticamente” prendere atto) sia perché il ruolo di Meloni ricalca quello di Machado, ovvero di chi ha perso le carte dopo aver suscitato l’entusiasmo fuori tempo di una destra provinciale ormai marginale rispetto alla logica di puro dominio della destra dominante nel Paese guida d’area.

Quando i giochi si fanno duri, escono i secondi dal ring e Meloni (ma anche Kallas e von der Leyen) rotolano fuori scena ed è il momento di attaccarli. Tanto più che, sul piano nazionale, questo è l’anno in cui si esauriranno i flussi esterni del Pnrr e verranno al pettine tutti i nodi della politica di austerità adottata nell’ultima finanziaria, con i primi effetti che la rimodulazione di tasse e accise sta producendo sul carrello della spesa e con il declino industriale di cui Stellantis e Ilva sono i nomi più vistosi.

Diamole ‘sta botta a Giorgia, the time is now. Il referendum è il primo atto dello scontro e una sconfitta comprometterebbe seriamente gli sforzi meloniani per tenere insieme una coalizione divergente, che ormai ha solidi agganci fuori d’Italia, e per puntellare con la prossima finanziaria a debito un consenso destinato a calare. Sempre che l’opposizione si accorgesse che primarie e campi larghi e stretti non sono proprio il piatto forte nello scenario di crisi e guerra che sta imperversando nel mondo.

Fonte della copertina Flickr

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