approfondimenti
ITALIA
«Sembrano invincibili, ma sono una minoranza». Dall’assemblea No Kings una traccia di futuro
All’assemblea nazionale No Kings del primo marzo si intrecciano generazioni, territori e soggettività diverse, unite dalla consapevolezza della torsione autoritaria in corso e dalla necessità di andare oltre la sola resistenza. Tra mobilitazioni, referendum e nuove convergenze, marzo si profila come un passaggio decisivo
Verso le undici di domenica mattina, le pareti della sede nazionale di ARCI, a Roma, sono coperte di schiene. Quando prende avvio l’assemblea nazionale del movimento No Kings, la sala è gremita, moltə ascoltano in piedi e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La discussione si è aperta con un applauso collettivo a Luca Blasi – assessore del Terzo Municipio e attivista – che nei giorni scorsi ha ricevuto un’intimidazione da parte di Forza Nuova. Nelle quattro ore successive si susseguono quasi cinquanta interventi. Generazioni, posture, territori diversi: al microfono si alternano movimenti, sindacati, ONG, associazionismo civico, giuristə, studentə. Tre minuti a testa, moltissime tracce che si intrecciano e si sovrappongono.
Re o libertà
L’atmosfera è tutt’altro che leggera. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran – ultimo epifenomeno del regime globale di guerra – è lo scenario da cui partono molte analisi. «La guerra non riguarda solo l’Iran, riguarda il mondo», ricorda Luciana Castellina. Con le immagini della distruzione a Teheran che rimbalzano da quarantotto ore, si rafforza una paura diffusa: che l’attuale congiuntura globale sia destinata a consolidarsi.
Allo stesso tempo, non c’è spazio per la nostalgia. «Non rimpiangiamo il mondo di prima», precisa con determinazione Christopher dei Municipi sociali di Bologna. L’orizzonte evocato da moltissimə non è abitato dal ritorno del vecchio ordine liberale, ma dalla ricerca di «un’altra possibilità». «Qualcosa di più profondo, più giusto, più avanzato» rispetto agli equilibri istituzionali, politici ed economici travolti dalla torsione autoritaria.
Non solo una piazza: aprire uno spazio
Le parole scorrono rapide. Il tavolo di presidenza scandisce con attenzione il ritmo degli interventi. Il 27 e 28 marzo rappresentano il prossimo snodo fondamentale per il movimento: in moltə si interrogano sulle strategie più efficaci per riempire la grande manifestazione romana del 28 – e il concerto della sera precedente – con le vertenze, i conflitti e le insorgenze che attraversano il Paese.
La discussione procede fluida. Verso e oltre la piazza che verrà, più voci richiamano l’urgenza di «aprire uno spazio credibile, ampio e accogliente» capace di dare voce a «quella maggioranza di persone spaventate dagli autoritarismi, ma prive di un contesto in cui attivarsi».
Reti, alleanze, convergenze, confederazioni: le parole utilizzate per prefigurare la messa in relazione dell’eterogenea galassia di persone, movimenti e associazioni sono molte. Tutte sono attraversate da una tensione comune: non appiattire le differenze – che esistono e a tratti affiorano – ma condensarle in un dispositivo collettivo agile nelle regole d’ingaggio e nel perimetro ideologico, plurale nelle voci che lo compongono e potenzialmente maggioritario.
Come ricorda Antonio dei centri sociali del Nord-Est, le organizzazioni hanno, in definitiva, un unico compito: «favorire le condizioni perché nascano movimenti di massa». La sfida promossa dalle destre globali scuote in profondità la società: non se ne può uscire se non costruendo un contro-immaginario capace di coglierne la portata e ribaltare l’ordine del discorso.
Non c’è, ovviamente, alcuna sottovalutazione della torsione autoritaria in corso. Al contrario, il doppio richiamo alla proliferazione normativa in materia di sicurezza e al progressivo irrigidimento del quadro giuridico applicato alle persone in movimento attraversa con insistenza l’assemblea. La compressione degli spazi di agibilità democratica e la normalizzazione dei dispositivi securitari stanno imponendo nuove asimmetrie tra potere e società.
Ma proprio questa consapevolezza contribuisce a definire il baricentro della discussione. La posta in gioco non è una difesa testimoniale. Si tratta piuttosto di aprire varchi, creare squarci dentro l’attuale orizzonte politico e simbolico, affinché possano intravedersi – anche solo in controluce – spiragli per un mondo nuovo. Non un rifugio dal presente, ma un progetto capace di disarticolare l’attuale congiuntura e di rendere nuovamente pensabile ciò che oggi appare impronunciabile.
Rompere la rassegnazione
La portata della sfida può apparire spiazzante. Anche per questo diventa incoraggiante provare a ricomporre il quadro delle forze in campo e uscire dall’idea che un compito di tale ampiezza – rifiutare un mondo governato da re e definire la grammatica di un nuovo stare insieme – possa essere assunto esclusivamente dalle cerchie di militantə. Come ricorda più di qualcunə, «il mondo non è fatto solo di kings e attivistə». In mezzo c’è un’enorme platea spaventata dall’autoritarismo globale, ma che fatica a individuare uno spazio politico abitabile. La sfida è precisamente lì: costruire uno spazio in cui quella maggioranza possa riconoscersi.
Sono moltə le persone giovani che prendono parola. Sara, studentə del terzo municipio romano, mette al centro con chiarezza il tema dello spazio di agibilità politica e sociale per la sua generazione. È un nodo che ritorna in più interventi: la percezione di una compressione crescente degli spazi, ma anche la consapevolezza di una forza già espressa, di una soggettività collettiva che sa misurarsi direttamente con il conflitto.
Le mobilitazioni dell’autunno a sostegno della Palestina hanno segnato un passaggio da cui non si torna indietro. Una generazione si è politicizzata dentro pratiche inedite e moltitudinarie di disobbedienza.
Lo sciopero studentesco del 5 marzo contro la militarizzazione delle società è indicato come un primo banco di prova. Una tappa di un processo più ampio dentro il decisivo nesso tra guerra, diritto allo studio, precarietà, libertà.
Quando l’autoritarismo tocca terra, si innesta in contesti specifici – con le loro storie, economie, geografie – e incrocia comunità indisponibili alla coercizione, possono emergere risposte creative e radicali. È il nodo richiamato dall’intervento di Alessia, attivista del quartiere romano del Quarticciolo. Lì, la mobilitazione non si è limitata a respingere l’impianto securitario predisposto dal governo. Con forza e intelligenza, ha rovesciato l’impostazione, ridisegnando la risposta pubblica a partire dai bisogni diffusi e dalle pratiche già vive nel territorio.
Molti interventi si sono soffermati sulla condizione delle persone in movimento. Il Mediterraneo è il laboratorio della nuova offensiva governativa, mentre l’estensione e l’intensificazione della detenzione amministrativa sono il termometro della collocazione subordinata e razzializzata assegnata a queste soggettività nello spazio sociale. Da qui la proposta, condivisa da più voci, di caratterizzare le due giornate di marzo anche sul terreno delle politiche migratorie, assumendole come snodo centrale della sfida alla democrazia in corso.
Un mese decisivo
È difficile individuare una risultante univoca della discussione, alla luce delle molte tracce emerse e della eterogeneità dei soggetti intervenuti. Forse il punto di convergenza sta proprio nella declinazione al plurale dell’autoritarismo. La posta in gioco non è il ritorno del fascismo nei suoi tratti storici, ma una trasformazione più complessa delle forme del governo globali. Le destre si muovono dentro circuiti transnazionali di accumulazione che alternano cooperazione e competizione, saldando in maniera dinamica e inedita nazionalismo politico e integrazione nei mercati globali.
Convince, in questo senso, la scelta di declinare al plurale i Kings e, più in generale, di restituire una rappresentazione non lineare né semplificata della torsione autoritaria, a differenza delle letture più piatte e unidirezionali che circolano in altri contesti. Non solo perché sono molteplici – anche nel campo delle democrazie liberali – coloro che ricorrono in modo spregiudicato a pratiche autoritarie. Ma perché la verticalizzazione del comando si produce dentro una nebulosa di poteri, pubblici e privati, in cui attori come le grandi corporation, a cominciare dai big tech, continuano a svolgere un ruolo decisivo, sviluppando traiettorie non sempre immediatamente leggibili. I Kings hanno una fisionomia più complessa di quella oggi rappresentata dall’orrido ciuffo biondo di Trump o da Meloni.
Accanto l’analisi della fase, una parte importante della discussione è stata dedicata alla stesura dell’agenda collettiva delle prossime settimane: c’è un fitto calendario che incombe. Marzo si profila come un mese decisivo. Oltre allo sciopero studentesco del 5, l’8 e il 9 segnano due giornate chiave. Lo sguardo e la pratica transfemminista sono indispensabili per cogliere la posta in gioco: corpi, libertà e relazioni sono il terreno privilegiato dell’offensiva autoritaria. Dalla riuscita di quelle piazze passa un primo accumulo di forza, la possibilità di misurare – e rendere visibile – una soggettività larga, determinata, plurale.
Il referendum del 22 e 23 marzo è uno snodo fondamentale. Le ragioni per investire fino in fondo in queste settimane sono insieme tattiche e strategiche. La sfida è enorme, ma contendibile. Molti interventi hanno sottolineato le difficoltà del governo italiano in questa fase, confermate anche dai sondaggi più recenti.
Se il fronte del “No” dovesse prevalere, la portata delle mobilitazioni del 27 e 28 marzo potrebbe collocarsi su un’altra scala, amplificando l’impatto politico della piazza. Moltə provano a delineare il percorso con cui arrivarci: sviluppare assemblee No Kings territoriali e diffuse, radicare il processo.
«Possibilità» è una delle parole richiamate da Valerio, a nome degli spazi romani Acrobax, Casale Garibaldi, Communia ed ESC. L’agibilità di questa parola è il prodotto dell’enorme energia collettiva attivata in autunno e che, in modo carsico, continua a circolare. È una disponibilità diffusa, non sempre organizzata, ma che esiste, a cui dare forma e prospettiva. E allora è davvero possibile attraversare con fiducia questo marzo denso – con la Flotilla pronta a ripartire, un’agenda fitta di appuntamenti e un bisogno diffuso di spazi larghi e plurali – ben oltre la cerchia dellə attivistə, per rompere con l’inerzia e la paura.
La foto di copertina è pubblicata su Globalproject.it
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