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Riconoscersi nei conflitti

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, Axel Honneth ripensa le forme del conflitto sociale, lo fa attraverso Hegel e il concetto di “riconoscimento”. Segue, una lettura eretica

Come ci ricorda Jean Hyppolite in Genesi e struttura della fenomenologia dello spirito di Hegel è difficile tradurre Begierde, il desiderare dell’autocoscienza hegeliana, poiché «nel fondo di tale appetire (désir) l’autocoscienza cerca se stessa e si cerca nell’altro». L’autocoscienza cerca se stessa nel desiderio dell’altra, nel riconoscere in qualcosa fuori da sé l’impronta della volontà. Come scrive Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, «l’autocoscienza, che è innanzitutto desiderio, farà esperienza dell’autonomia dell’oggetto»: l’autocoscienza non si trova più davanti a un oggetto del desiderio, ma un oggetto autonomo, che desidera anch’esso e su cui la prima autocoscienza non ha potere; le due autocoscienze «si riconoscono come reciprocamente riconoscentisi». Questa capacità di scorgere l’intreccio di desideri con la stessa impronta, ma costitutivamente contrapposti, come punto di partenza della scoperta di sé è sicuramente uno dei lasciti più affascinanti della filosofia hegeliana, che continua a produrre incroci di teorie e prassi.

Un intreccio, quello delle autocoscienze come reciprocamente riconoscentisi, che dà forma a una concezione relazionale della libertà, che non può mai darsi, in Hegel, come libertà puramente soggettiva, individuale, slegata da quella altrui, perché non può mai esserci un soggetto separato, isolato. E questo è il motivo che spinge Axel Honneth, a partire dalla metà degli anni Ottanta, a rivolgersi a Hegel per cercare un’alternativa al paradigma utilitarista egemone. Honneth, infatti, ritiene che Hegel sia stato in grado di dare una nuova configurazione teorica al modello della lotta sociale, introdotto nella filosofia sociale da Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, una configurazione che permette di ricondurre lo svolgimento del conflitto prima di tutto a impulsi morali e non a meri istinti di autoconservazione. Per questo Honneth rintraccia nel concetto di riconoscimento lo strumento che, come sottolinea in Lotta per il riconoscimento, gli permette di spostare «al centro del discorso il momento conflittuale e antagonistico proprio della prassi sociale».

Questo rivolgersi al riconoscimento hegeliano da parte di Honneth è anche visto come un elemento di «consapevolezza post-marxista». In Marx infatti il riconoscimento passa attraverso il lavoro e l’atto del produrre è già un processo di riconoscimento. Honneth, prendendo in considerazione soprattutto Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte ed Estratti dal libro di James Mill, «Elements d’économie politique» e tralasciando l’analisi de Il Capitale, ritiene che Marx riduca l’idea di una lotta per il riconoscimento alla dialettica servo-signore – anche perché legge soprattutto la Fenomenologia dello Spirito – e che, quindi, restringa le istanze di riconoscimento alla sola dimensione del lavoro. Honneth così ritiene che in questa prospettiva, Marx appiattisca il modello hegeliano della lotta per il riconoscimento su una concezione estetizzante dell’attività produttiva. Questa centralità della dimensione produttiva porta Marx, secondo Honneth, a interpretare la lotta di classe solo come lotta per l’autoaffermazione e non più come lotta per il riconoscimento.

Per comprendere i conflitti sociali come conflitti basati sul riconoscimento Honneth prende, in primo luogo, in considerazione gli scritti jenesi, dove Hegel descrive l’uomo come un essere che è nel godimento e nel lavoro e dove è possibile trovare un approccio teorico in grado di trascendere l’orizzonte istituzionale del suo tempo e di guardare in maniera critica alla struttura politica che si trova di fronte, un processo non finalisticamente orientato alla sintesi dello Stato. Attraverso questi testi Honneth ripercorre le tappe del riconoscimento: l’amore, che è il sentimento attraverso cui si riconosce l’altro come un essere bisognoso; il diritto, che è l’impianto normativo che regola la società civile, in cui gli individui, usciti dalle famiglie di origine, si riconoscono come proprietari e come portatori di legittime pretese; infine la stima, attraverso cui ci si riconosce come appartenenti a un gruppo e si sviluppa la solidarietà. Honneth, quindi, identifica tre forme di misconoscimento speculari alla tre forme di riconoscimento: all’amore corrisponde la violenza fisica, l’essere sottoposti alla volontà altrui; nella sfera giuridica il misconoscimento avviene con l’esclusione dal possesso di determinati diritti e «colpisce la persona nel rispetto di sé»; infine l’ultima forma di misconoscimento, che agisce a livello sociale, consiste nel negare valore sociale a singoli individui o a gruppi svilendone il modo di vivere. E da questi misconoscimenti derivano i conflitti sociali.

Honneth, però, riprende anche la filosofia del diritto hegeliana e i concetti di diritto astratto, moralità ed eticità per mostrare il processo ascendente da condizioni di libertà incompleta a una libertà piena: libertà che permette di innalzare i processi di autorealizzazione a pratiche morali capaci di rivendicare una legittimazione delle proprie pretese. La libertà piena è possibile solo in quanto libertà pubblica. Per questo Honneth ne Il dolore dell’indeterminato afferma che «devono essere pensate come la quintessenza di un giusto ordinamento della società proprio quelle condizioni sociali o istituzionali che permettono a ogni singolo soggetto di collocarsi in rapporti comunicativi, i quali possono essere esperiti come manifestazione della propria libertà».

Per aspirare a questa piena libertà, che non esiste fuori dalle relazioni sociali, è necessario guardare a tutti i processi di riconoscimento come processi politici e riparare le patologie del sociale. In particolare, Honneth a partire da Reificazione, recupera un altro concetto hegeliano, l’alienazione, e attraverso Lukács identifica nella reificazione la patologia del sociale più pervasiva. La reificazione, secondo Honneth, sarebbe l’oblio di un riconoscimento originario, che si basa sull’assunzione da parte del soggetto della prospettiva di un altro. I processi di reificazione, quindi, occultando la dimensione originaria del riconoscimento, creano nel soggetto l’illusione di essere pienamente autonomo rispetto agli altri, lo portano a ritenere valida solo la propria prospettiva senza considerare quella altrui arrivando, perciò, a poter considerare gli altri e le altre come cose. Una reificazione che diventa, anche, reificazione di se stesse e che passa dall’imposizione sociale di un’autorealizzazione obbligatoria, proposta da una società capitalistica che la rende materialmente impossibile. Una autorealizzazione istituzionalizzata che viene definita da Honneth come un «paradosso dell’individualizzazione»: un processo come quello dell’autorealizzazione, che dovrebbe condurre ad un buon rapporto con se stessi, diventa un «rapporto costrittivo» e finisce per produrre dolore e sofferenza.

Per uscire da questo processo, ancora una volta, è utile tornare a Hegel e all’alienazione di sé, che avviene sulla base della distinzione e della doppia opposizione tra in sé e per sé. Il misconoscimento di me stessa, infatti, fa sì che qualcosa che è in me, non sia anche per me e io quindi possa alienarla, aprendo la strada a comportamenti che ledono la mia e l’altrui libertà. Un misconoscimento che precede anche il riconoscimento. Un riconoscimento che, interpretando in maniera eretica sia Hegel sia Honneth, possiamo dire agisca solo nei conflitti, che non sono solo conflitti per il riconoscimento, ma spazi e azioni in cui il riconoscimento di sé e delle altre si produce proprio grazie alla consapevolezza di un misconoscimento subito. I conflitti sociali sono, così, un ritorno a sé che, come scrive Hegel nei Lineamenti di Filosofia del Diritto «svela la contraddizione che consiste nell’aver dato in possesso ad altri la mia capacità giuridica, la mia eticità, religiosità, ciò che io stesso non possedevo e che, non appena lo posseggo, esiste appunto, essenzialmente, solo come il mio e non come qualcosa di esteriore». Possiamo, quindi, forse riconoscerci pienamente solo nell’ora del conflitto.

 

Immagine di copertina: Nigel Packham, Uruk Cityscape, 2014