ROMA

«Riapriamo Villa Tiburtina». Per una sanità pubblica e partecipata nel Lazio

#riapriamovillatiburtina, un hashtag per riappropriarsi del diritto alla salute. L’assemblea al Parco Cicogna è solo l’inizio di una mobilitazione cittadina per la riapertura di un presidio sanitario pubblico, chiuso a vantaggio della sanità privata

L’assemblea e le richieste

«Rivendicare una sanità pubblica non è chiedere la luna», afferma al microfono Giuseppe Evangelista, ex lavoratore del Policlinico Umberto I e attivista dello spazio sociale Casale Alba 2. Il suo intervento è uno dei tanti che si susseguono nella riunione tenutasi sabato 7 novembre al Parco Cicogna, nel quartiere romano di Casal de’ Pazzi. Oltre 70 i partecipanti. L’appuntamento è stato organizzato da una rete di associazioni e spazi sociali del IV Municipio di Roma che comprende il Forum per la Tutela del parco di Aguzzano, Casale Alba 2, Comitato Mammut, Csoa La Torre insieme al Coordinamento Cittadino Sanità.

 

La richiesta principale è una sola: la riapertura di Villa Tiburtina, ambulatorio pubblico chiuso ormai da sei anni. Era situato in via Casal de’ Pazzi 16, a pochi passi dalla fermata metro Rebibbia, e costituiva un importante punto di riferimento sanitario.

 

Le reti del territorio vorrebbero che dentro quell’edificio nascesse un polo sanitario pubblico con un rapporto di prossimità con la popolazione della zona, una struttura in grado di “prendere in carico” i bisogni delle persone, di definire, programmare, rendere usufruibili i percorsi sanitari necessari. Vorrebbero che fosse un luogo accessibile, che non lasci nessuno a districarsi da solo nel “percorso a ostacoli” per ottenere visite specialistiche, esami, interventi, assistenza domiciliare, percorsi di riabilitazione e assistenza agli anziani. Una struttura, insomma, che cerchi l’interlocuzione con il territorio e le sue articolazioni sociali, dalle scuole ai centri anziani.

Diversi interventi affermano: «Non può esistere promozione della salute senza coinvolgimento della popolazione». L’hashtag lanciato è #riapriamovillatiburtina. Poco prima che arrivi il buio, i partecipanti si ripromettono di incontrarsi ancora e continuare questa mobilitazione tutti uniti. Raccolgono i numeri di telefono per mettersi in rete. Sono comuni cittadini spinti dalla volontà e dal bisogno di riappropriarsi di una struttura pubblica a loro sottratta ingiustamente.

 

Gli effetti della spending review

Villa Tiburtina era un presidio distaccato dell’ospedale Umberto I dedicato alla diagnosi e riabilitazione delle malattie respiratorie. Uno dei tanti presidi chiusi nel Lazio dal 2014. Tutto ha avuto inizio con la stagione della spending review voluta dal governo Monti, da cui è derivata la riduzione della spesa sanitaria: una sforbiciata da 6,8 miliardi fino al 2015. Da allora le cose sono andate sempre peggio: sono scattati i piani di rientro per le Regioni con uno squilibrio nella sanità e i governatori hanno tagliato ancora.

 

Intanto sono aumentati i ticket e i letti sono diminuiti a livello nazionale a 3,2 per 1000 abitanti contro una media europea di 5. Le liste d’attesa sono rimaste lunghe e i livelli minimi di assistenza sono ancora una chimera, soprattutto al sud.

 

Gli effetti della politica dei tagli alla spesa nella sanità pubblica sono emersi in modo drammatico in questi mesi di pandemia, quando si è sentita forte l’assenza di una medicina territoriale che consentisse non solo l’assistenza a chi era colpito dal virus, ma anche a tutti coloro che avevano bisogno di prestazioni sanitarie di altro tipo. «Se uno non ha i soldi come fa a curarsi? Come fa a farsi una visita?», urla uno dei cittadini presenti.

 

Foto di Comitato Mammut

 

Prima della chiusura di Villa Tiburtina

Già nel 2012, due anni prima della chiusura, il funzionamento di Villa Tiburtina era stato fortemente ridotto a causa dei tagli. I servizi erano offerti solo 3 giorni su 7 e con orario ridotto. Il cancello del secondo piano del palazzo dedicato alla cura delle malattie polmonari, dal gennaio 2012, esponeva un cartello: «Si può accedere alle visite dell’ambulatorio di Villa Tiburtina solo fino alle 13 e solo tre giorni a settimana».

 

La riduzione del servizio, raccontano gli abitanti, è avvenuta senza troppe spiegazioni: l’ennesimo caso di crisi legato ai tagli nel settore operati dalla Regione Lazio.

 

Il primario di reparto nel 2012, denunciava l’impossibilità di coprire i turni di lavoro dei due ambulatori, l’VIII Padiglione dell’Umberto I e la sede distaccata di via Tiburtina, con soli tre medici specialisti: «Una situazione di estrema difficoltà, che è peggiorata quando all’inizio dell’anno è stato trasferito uno dei quattro specialisti che erano a disposizione del reparto delle malattie respiratorie dell’Umberto I», dichiarava in una lettera inviata al Policlinico.

Il presidio di Villa Tiburtina è stato definitivamente chiuso nel 2014.

 

La sanità nel Lazio

Secondo uno studio del centro di ricerche indipendente Gimbe, fra il 2010 e il 2019 c’è stato un progressivo definanziamento della sanità pubblica. La situazione risulta ancora più complessa: «Nel decennio 2010-2019 – si legge nel rapporto – il finanziamento pubblico del Ssn è aumentato di 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,9% all’anno, un tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua pari a 1,07%». Quindi è aumentato in termini assoluti, ma meno dell’inflazione. Inoltre, la politica ha favorito la nascita di assicurazioni e fondi sanitari per compensare il ridimensionamento della spesa in sanità andando a vantaggio solo di alcune categorie di persone e mettendo a rischio l’universalità del servizio.

 

Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2011 il Lazio aveva complessivamente 72 strutture di ricovero pubbliche, scese a 56 nel 2017, con un saldo negativo di 16 strutture.

 

In particolare, nel 2011 il Lazio aveva 46 ospedali a gestione diretta, nel 2017 (ultimi dati disponibili) erano 33. Questa riduzione, iniziata durante la presidenza di centro destra guidata da Renata Polverini (2010-2013) non è stata invertita nei due mandati di Nicola Zingaretti (eletto una prima volta nel 2013 e poi ancora nel 2018).

La situazione è andata peggiorando sempre più, come valuta il Rapporto Oasi 2018, curato dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi, riguardo al taglio del personale e all’aumento dei tempi d’attesa. Si tratta circa del 14% del personale in meno. Buona parte di questi tagli sono stati effettuati applicando le istruzioni, della già citata spending review dei governi succedutisi negli anni, avvalorando una continuità politica tra le forze di centrodestra e centrosinistra.

 

Inoltre, il rapporto riporta che, «Le Regioni che registrano i tempi di attesa maggiori per i codici gialli risultano le Marche (42,9 minuti) e il Lazio (28,5 minuti)».

 

Il Lazio è anche la seconda regione, dopo la Lombardia, per il peso del settore privato nell’attività ospedaliera. Anche per quanto riguarda i ricoveri «è l’unica regione in cui il peso del privato accreditato è equivalente a quello pubblico (51% di ricoveri ospedalieri)», secondo il rapporto Oasi 2019.

Villa Tiburtina è solo uno tra i tanti ospedali dimenticati. A essere dimenticati, insieme a quelle strutture, sono i cittadini che chiedono la salvaguardia di un diritto primario: la salute.

 

Immagine di copertina: Coordinamento cittadino sanità