MONDO
L’onda lunga del Venezuela può tracimare
Cosa sta succedendo in queste ultime settimane in Venezuela dopo il blitz degli Stati uniti e il rapimento del presidente Maduro e della deputata Flores? Gli appetiti di Trump sembrano aver già puntato altrove, ma il Paese non si rassegna e pensa a come reagire. Intervista a Christophe Ventura, giornalista di Le Monde Diplomatique ed esperto di America latina
In principio è stato il Venezuela. Dopo di che, nessuno può sapere fino a dove si può spingere la voracità unita alla totale mancanza di princìpi. La Groenlandia? Il Canada? Cuba? L’Iran? Forse il Brasile? In questa roulette russa non si può escludere nulla, salvo la certezza che fino alle elezioni di midterm, in novembre, si viaggia sulle montagne russe. E come si governa seduti sulla dinamite? Con le minacce, gli effetti annuncio, i rapimenti. E il dio denaro. Uno stile novecentesco, quello ripescato da Donald Trump, basato sulla destabilizzazione e su alcuni “buoni amici” disposti a tutto pur di saccheggiare, rapinare e godere della più assoluta impunità. A Minneapolis come in Italia, in Russia come in Israele. La mappa dei poteri disegna una nuova geografia a scala mondiale e il 2026 si è spalancato sull’inimmaginabile che diventa realtà.
3 gennaio, Operazione Absolute Resolve, il presidente venezuelano Nicolàs Maduro e sua moglie, Cilia Flores vengono catturati.e a Caracas al termine di una “operazione” durata 46 secondi. Un rapimento condotto dalla Cia e dalla Delta force concluso qualche ora più tardi negli Stati uniti. Il giorno dopo l’accusa per Maduro di narcoterrorismo.
Fin qui la cronaca. Ma dietro quelle poche ore convulse c’è l’annichilimento di un Paese denso di contraddizioni e di appetiti. E c’è il vuoto che si è creato attorno: l’Europa resta muta, l’Italia balbetta illudendosi di essere l’ago di una inesistente bilancia e il mondo intero prova, senza riuscirci, a ipotizzare nuovi scenari. Un mutismo dimostrato dal nostro continente, e in particolare dall’Italia, nel corso dei 423 giorni di detenzione di Alberto Trentini, arrestato senza alcun capo di imputazione il 17 novembre del 2024. A “salvarlo”, è bene dirlo, non è stato il presidente degli Stati uniti ma i genitori del cooperante, qualche giornalista brava persona e una società civile già nauseata dal destino feroce e insensato toccato a Giulio Regeni. Tutto questo potrebbe essere “solo” il frutto della follia di un uomo ma, come diceva uno intelligente, «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia» [la citazione è di Franco Basaglia, ndr]. Ma può dirsi civile una società dove si compie impunemente un genocidio? O una in cui vengono ammazzati per strada una cittadine e un cittadino statunitensi? O deportato in un lager un bambino di cinque anni perché ha la pelle scura e un cappello con le orecchie di coniglio?
Per trovare uno spiraglio oltre il ”cielo grigio su”, le “foglie gialle giù” a cercare “un po’ di blu dove il blu non c’è”, come cantavano i Dik Dik nel 1967 sognando la California, ci facciamo aiutare da Christophe Ventura, direttore di ricerca del programma America Latina e Caraibi presso l’Iris, il prestigioso istituto di relazioni internazionali e strategiche di Parigi. È laureato in storia del neoliberismo e dei movimenti di base del XIX secolo e docente di mondo multipolare, movimenti sociali e società civile, nonché giornalista de Le Monde Diplomatique. Sin dal 2001, data di nascita dei Forum sociali mondiali, ha contribuito alla loro realizzazione ed è proprio lì, a Porto Alegre, in Brasile, che è nata la nostra amicizia. Da allora ha viaggiato molto in Venezuela, Uruguay, Messico, Brasile e ha scritto «Géopolitique de l’Amérique latine» (Éditions Eyrolles/IRIS, 2022) ed è coautore, con Didier Billion, di «Désoccidentalisation. Repenser l’ordre du monde» (Agone, 2023).
Partiamo dall’oggi, cosa sta succedendo in Venezuela a poco più di un mese dal rapimento di Maduro e Cilia Flores?
Ufficialmente Maduro è ancora presidente, anche se il Paese è governato da Delcy Rodriguez che sta tentando una forma diciamo “sperimentale”, che si vorrebbe confrontare con Washington ma in realtà ne subisce la pressione totale, anche perché il segretario di stato Usa, Marco Rubio, ha il controllo totale sul Paese e minaccia che in caso di non obbedienza, le ripercussioni sarebbero gravi. Quanto al futuro prossimo, la situazione è totalmente incerta perché occorrerà verificare quanto possa tenere il legame tra l’apparato militare e la società civile e quanto siano disposti ad accettare i diktat degli Stati uniti. Un esempio? Gli Usa chiedono che il Venezuela interrompa ogni contatto con le Farc colombiane [l’intervistato fa riferimenti ai gruppi dissidenti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia – Farc – che non hanno aderito al percorso di Pace firmato nel 2016 con il governo colombiano, ndr] e che si dia un giro di vite totale alle politiche migratorie per impedire i rapporti tra i due Paesi. Ma se venisse accettata questa condizione, cadrebbe uno dei presupposti dell’impianto chavista e si realizzerebbe una rottura insanabile tutta a favore della linea dura imposta da Rubbio.
Torniamo per un momento sulla popolazione che, si dice, non ne poteva più di Maduro e ha accolto di buon grado la nuova situazione. È così?
In realtà il sentimento prevalente è quello di aspettare, perché il futuro non è chiaro. Il chavismo è stata una grande ondata di cambiamento e di condivisione che è dentro le culture diffuse del Paese. Ora la destra sbanda perché il “madurismo” senza Maduro non tiene e comunque le articolazioni del potere sono ancora impregnate del chavismo. Possiamo dire che il 25 per cento della popolazione resta chavista. È chiaro però che c’è una paura diffusa e quindi la discussione si incentra su quale possa essere il male minore. Di fronte alla minaccia di essere bombardati, la società civile, che si sente debole e senza forti appoggi internazionali, oscilla tra accettare un compromesso con gli Stati uniti o rifiutare i diktat. Una discussione che avviene, anche avanzando la possibilità di dialogare con la destra per trovare un accettabile via di scampo. Poi c’è anche una parte della popolazione, molto spoliticizzata, che deve affrontare i problemi quotidiani del vivere, che accetterebbe qualsiasi cosa possa garantirgli una vita migliore.
Ciò che è accaduto in Venezuela può cambiare la situazione in tutta l’America latina? E se sì, come?
È evidente che l’aggressione militare ha avuto effetti pesanti in tutta l’America latina. Per la prima volta si è verificata una situazione impensabile. È vero che in passato gli Stati uniti solo intervenuti pesantemente nei Caraibi ma per la prima volta un Paese ha subito un bombardamento. È stato uno shock che ha avuto ripercussioni ovunque, ad esempio in Brasile, radicalizzando le posizioni. E si comincia a pensare a come reagire a questa aggressione, e soprattutto tra gli intellettuali, ma anche nelle fasce più avvertite del popolo si fa avanti una ipotesi, quella di rafforzare le alleanze capaci di contrapporsi.
In fondo, Trump ha riproposto la politica dei cannoni del diciannovesimo secolo in cui le relazioni regionali e internazionali passavano attraverso la potenza dominante, che erano gli Stati uniti, che imponevano la propria influenza e i propri interessi. Con Trump la situazione sembra essere tornata a prima della seconda guerra mondiale. Ma ora le cose sono un po’ cambiate e i Paesi dell’America latina non sono disposti a subire le pretese degli Usa, perché mettono in discussione l’indipendenza internazionale.
Lo shock di cui hai parlato ha in qualche misura annullato la grande stagione del chavismo oppure può ripresentarsi e rafforzarsi in forme nuove?
In chavismo in Venezuela non è morto, così come non è morto il peronismo in Argentina. È una corrente sociologica e politica ma è anche la risposta a un bisogno sociale. Io penso che si riproporrà in nuove forme a partire dal sindacato e dalle comuni e troverà nuove strade perché, lo ripeto, è una necessità. E non può scomparire a causa dei cattivi dirigenti, non può perché è nella cultura profonda del popolo venezuelano.
La copertina è di LuisCarlos Díaz (Flickr)
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