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Leggere il “Bestiario Haraway”

Esce il “Bestiario Haraway” di Federica Timeto per i tipi di Mimesis che ripensa la soggettività e i corpi oltre la dialettica “umano/non-umano”, verso un femminismo multispecie

Per Timeto, l’animale non è l’altro, oggetto della rappresentazione umana, ma elemento di un legame naturalculturale intricato, che guarda a una virtualità eco-cyborg-transfemminista possibile

Il Bestiario Haraway (Mimesis, 2020) di Federica Timeto emerge nel day-after, incubato prima e durante il coronavirus, gli incendi in Australia, la deforestazione in Brasile, la sua era è quella della Grande accelerazione umana e della Sesta estinzione. Federica Timeto scrive il giorno dopo gli allevamenti industriali, il giorno dopo l’agricoltura intensiva, il giorno dopo la scomparsa di un’altra specie anfibia, un altro tipo di corallo e di un altro esemplare di conifere, scrive in quel perenne day-after del giorno prima che alcun* chiamano Antropocene, altr* Capitalocene. Chiunque desideri liberarsi da entrambi, dall’antropos e dal capitale, nel Bestiario Haraway troverà rifugio e rifornimenti. Il Bestiario Haraway è una casetta degli attrezzi necessaria a chiunque ritenga «urgente pensare insieme agli esseri multipli della terra» (Haraway così risponde a Timeto nella conversazione che apre il volume, p. 42) e per chiunque intenda trasformare questo pensiero comune in pratiche politiche collettive.

Ma quale scrittura è possibile quando non si vogliono rappresentare «gli esseri multipli della terra», e al contempo non si è capaci di smettere di pensare con loro? È una scrittura dell’impossibile? Bisogna solo tacere laddove mancano le parole (parafraso da Timeto, si veda il capitolo “Incontrarsi, Gatto”)?

Gli uomini non hanno fatto altro che parlare per l’alterità, Timeto lo ricorda ricorrendo a Derrida: «Abbiamo innanzitutto i testi firmati da persone che hanno senz’altro visto, osservato, analizzato, riflettuto sull’animale, ma non si sono mai visti visti dall’animale» (Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, 2006, p. 50). Ecco ciò che non troverete nel Bestiario Haraway. Non c’è alcun ventriloquo che parlando per l’animale analizzerà razionalmente al contempo cosa voglia dire e cosa voglia dirci. Questo è il copione de La Rappresentazione, film alla cui realizzazione i registi – Illustri Pensatori Maschi Bianchi Occidentali – hanno cominciato a lavorare almeno dalla fine del XV sec. Il film reca il sottotitolo di Analogia, portami via e racconta il mito dell’auto-fondazione dell’Uomo (il capitolo “I primati” del Bestiario insiste sulla matrice colonialista delle pratiche espropriatici ed esautoranti della rappresentazione). Quando guardiamo i servizi National Geographic o i documentari Netflix siamo di fronte a una delle tante versioni di questo film. Quando leggiamo il Bestiario Haraway, al contrario, abbiamo davanti agli occhi e a portata di dita il tasto off. Siamo libere di sottrarci allo schermo e allo specchio, anche se forse non riusciremo a sottrarci allo sguardo del gatto. Federica Timeto ha in dono la scrittura del possibile, la ha perché nell’alterità ha colto la potenzialità più che la specificità, la virtualità più che l’universalità. Secoli di affanni per riconoscerci animali ma migliori, perché specificatamente razionali e universalmente unici detentori del Linguaggio? Timeto sovverte e – con buona pace di Linneo –  ci ricorda che non siamo tra gli animali “la specie che”, siamo gli animali che dunque siamo, per questo non possiamo che pensare con loro, perché non siamo altro da loro:

«non esiste infatti un altro che non sia già con, in noi, né esiste un noi stabile che non sia da sempre, e continuamente, in divenire (60)».

Timeto non è l’Autore che tiene insieme umano e animale per analogia e antropomorfizzazione, è un’autrice dedita al lasciarsi attraversare, dalle sue dita alla tastiera giungono tutte le conversazioni che è capace di sostenere. Timeto si muove agile con e tra i piccioni/Derrida/le gatte/Viveiros de Castro/i ragni/Barad/i topi/Deleuze/i cani/Margulis/i cianobatteri/Bataille/le farfalle monarca…. come in una danza collettiva, umano e non umano “pensano-sentono” insieme. Per il primo pezzo Timeto sceglie come compagna Donna Haraway, perché è così che comincia e che in un circolo virtuoso si chiude questo favoloso volume: si inizia “danzando”, cioè pensando&sentendo con Haraway e si finisce a prendere lezioni di ballo dalle salamandre (esperte giudici di danze d’amore, tra le altre cose). Un volume un po’ bestiale, un bestiario d’amore (come nota Filippi nella postfazione), che ha il pregio di non ricadere nel romanticismo, di non dipingere il continuum naturalculturale con i toni pastello del “bene universale”, bensì con i colori del contrasto, il bianco e il nero del “terreno conflittuale” o, ancora meglio, con il colore shock oggi prediletto da molti movimenti transfemministi: il fucsia del Gatto di Silvia Giambrone (artista che accompagna la danza di Timeto con meravigliose piroette/illustrazioni) così favolosamente capace di riportarci alla mente il fucsia delle piazze globali di Ni Una Menos.  Si, perché femminismo e antispecismo stanno insieme, non ci occorre alcuna gerarchia tra cause e/o soggettività, semmai ci occorre imparare a compensare, ossia pensare con e rimediare ai danni prodotti dall’egemonica modalità specista di interpretazione/costruzione di mondo.

Il Bestiario Haraway è un libro erudito che tuttavia – e per nostra fortuna! –  non ha nella divulgazione dell’erudizione il suo scopo. Timeto esplicita la tensione che lo anima sin dal sottotitolo: il Bestiario Haraway è “per” un Femminismo multispecie. Un femminismo che è eco-cyborg-transfemminismo ed è solo per questo capace di divenire multispecie, di aggirare i pericoli insiti nell’essenzialismo. Non solo non è la donna il soggetto del femminismo di Timeto, non è neppure l’animale, la natura, la macchina. Né la donna, né l’animale, né la natura o la macchina considerati in astratto e separatamente sono soggetti di alcunché, né significano qualcosa in essenza. Le persone, umane e non, si significano a vicenda nel gioco senza posa del ripiglino. Il femminismo multispecie per Timeto (con Haraway) è “un groviglio”, un coyote, un luogo che a volte ci sembra di attraversare e altre ci sfugge e che pullula di attrici e attori che si articolano reciprocamente. Il femminismo multispecie è articolazione, diremo con la Haraway de Le promesse dei mostri (DeriveApprodi, 2019). Il femminismo multispecie è compostazione diremo con la Haraway di Chthulucene (Nero, 2019). Timeto scrive: «Il femminismo come discorso-coyote resta nel trouble, intorbida le trasparenze della Verità, ingarbuglia ulteriormente i fili, si mette a rischio. Resta potenza che sfugge alla definizione, performance di confine» (p.157).

Siamo pronte a correre il rischio? L’effetto collaterale si manifesta somaticamente: più leggiamo il Bestiario Haraway e più ci gira la testa. Per me, è un po’ come quando da bambina mi mettevo a fare le piroette per ore in cortile e alla fine mi sentivo smarrita, ma più leggera. Perdevo il centro e la misura del mio corpo, che più giravo su me stessa più andava a coincidere con l’intero cortile. E così leggendo Timeto perdiamo contezza dei limiti dei nostri sé: dove comincia e dove finisce il “corpo umano” quando i batteri che si autorganizzano nel nostro intestino hanno un numero totale di geni di 100 volte superiore al genoma del Sapiens? Ci sono solo divenire, ovunque solo processi: i batteri funzionano ovunque. Leggendo Timeto impariamo che il microbiota è un simbionte, nel capitolo “Microorganismi” incontriamo batteri commensali, patogenici, probiotici, amebe, esserini a stento riconoscibili a occhio nudo che pure, per parafrasare Margulis, costruiscono noi e il mondo. E ha ragione Timeto a scrivere: «come suggeriscono Deleuze e Guattari, è forse soltanto nel molecolare che può emergere un divenire-animale – nel senso molto ampio di divenire vivente – effettivamente indipendente dalla prospettiva umana: il molecolare è infatti inter-esse a-soggettivo, attraversamento, movimento continuo in sé impercettibile» (pp. 190-191).

Ecco, la testa ci gira perché la prospettiva non solo è mutata, ma perché in questo mutamento persiste il movimento del divenire impercettibile, ossia dell’involvere. “Involvere (Camille)”: così Timeto titola l’ultimo capitolo, per farla finita con la riproduzione del soggetto molare per eccellenza, l’Homo sapiens. E qui Timeto adotta, come Haraway, «una prospettiva ctonia, torbida e impura come la terra e i sui invisibili abitanti» per traghettarci «dal postumano fino al compost» (p. 199). Se questi sono i giorni del Capitalocene, allora occorre in fretta “superare la palude dello scoraggiamento e gli acquitrini del nulla, infestati da parassiti, per raggiungere ambienti più salubri” (Haraway, Le promesse dei mostri, 37). Come Haraway, Timeto non teme la potenza sprigionata dallo slogan: “generate parentele, non bambini!” e ci spiega che: «L’invito a generare parentele piuttosto che bambini non vuole essere un inno all’antinatalismo, quanto piuttosto una considerazione della vita nei termini di una giustizia riproduttiva multispecie relativizzata attraverso una prospettiva femminista intersezionale, che richiede ogni volta il posizionamento dei nati come dei mai nati, dei forzatamente vivi o non-morti, dei morti e degli scomparsi» (p. 204).

Nondimeno la Sesta estinzione e la Grande accelerazione umana sono proporzionali: è da quando abbiamo cominciato a crescere senza limiti che scompaiono 1000 altre forme di vita all’anno [1]. Mort* e scompars* sono troppo spesso stat* uccis* e sfrattat*/sgomberat*/rapit* dai Sapiens. Timeto questo non smette di ricordarlo lungo tutto il Bestiario, insiste anche nella conversazione con Haraway sul nodo della non-innocenza, sulle categorie di specie a rischio, sul rispetto della vita animale a prescindere dalle “ragioni contingenti” (35). E come dare torto a Timeto, le “ragioni contingenti” sono pur sempre quelle dell’umano. Le altre specie contribuiscono oggi alla riproduzione dell’umano non solo nutrendolo, fornendogli risorse e mezzi, ma soprattutto curandolo, rigenerandolo. In particolare, batteri, mucche, tope, rane, pecore e cani curano il solo Uomo occidentale, perché non si può certo sostenere che i risultati raggiunti grazie alle sperimentazioni sugli animali non umani siano accessibili a tutt*, o che non siano usati addirittura per controllare/reinventare interi ecosistemi e sottrarre alle persone native autodeterminazione dei corpi e dei territori.

Timeto vede bene che in questo quadro la tecnoscienza funziona come insieme di dispositivi di cura e auto-terapia antropocentrici, ossia orientati a quella morale che dall’umanesimo arriva fino al neoliberalismo (passando per l’Illuminismo) che considera la riproduzione umana sommo bene/imperativo morale ed economico a cui piegare le altre forme di vita, persino la vita stessa sulla Terra per come la abbiamo conosciuta. Le “ragioni contingenti” coincidono troppo spesso con le “esigenze incontenibili” del Sapiens occidentale, oggi troppo spesso coincidente con l’Homo oeconomicus. Quest’Uomo è l’umano che conta e l’umano che fa i conti, è tanto sapiente da aver fatto di Marte l’unico pianeta abitato solo da robot, ma non capisce che qui, sul Pianeta Terra, lui non è l’unico abitante. E io, che mi sento un po’ donna ma di sicuro più humus che umana, un po’ mammifera e molto macchina, mi dico postumana&compostista ritrovandomi nelle parole di Timeto:

«il dopo dell’umano come paradigma di lettura del mondo non consiste affatto nella fuga dall’umano, quanto nel suo radicamento, un vero e proprio innestarsi, ibridarsi, conficcarsi tra e negli interstizi del para-umano, nella proliferazione simbiotica e humida dei viventi, allo stesso tempo concreta e potentemente immaginifica» (p. 213).

Il Sapiens lo ha rimosso, Linneo (e troppa biologia dopo di lui) si è cimentato con neologismi che gli regalavano l’ebbrezza della “creazione”, ma Timeto ce lo ricorda: l’etimo/genealogia dell’homo si radica nel terreno reso fertile da funghi, batteri, alghe, protozoi, nematodi e minerali. Leggendo Timeto, viaggiamo con Haraway e Lynn Margulis e atterriamo sul pianeta degli “n regni” governato dai batteri, il pianeta dove l’humus sa. Il day-after del giorno prima:siamo in un post che è un pre, il postumano che è sempre stato humus, dove non tutto è vita, ma dove tutto conta.

 

Se vuoi leggere “Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie” di Federica Timeto prendilo qui con il crowdfunding così sostieni anche Agripunk! https://www.produzionidalbasso.com/project/bestiario-haraway-per-agripunk/

L’immagine è di Silvia Giambrone

[1] http://static.squarespace.com/static/51b078a6e4b0e8d244dd9620/t/538797c3e4b07a163543ea0f/1401395139381/Pimm+et+al.+2014.pdf