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Smontare e rimontare i media con lenti femministe

Esce per Meltemi (Culture radicali) il libro di Alison Harvey “Studi femministi dei media. Il campo e le pratiche”, a cura di Federica Timeto. I saperi femministi trasformano i media tramite un posizionamento critico che permette di analizzarne i piani ambigui e discriminatori. Ma aprono anche lo spazio per forme di decolonizzazione e de-razializzazione dei media, disegnando nuove mappe globali e transnazionali

Studi femministi dei media di Alison Harvey, portato nel contesto italiano dal lavoro di Federica Timeto – con la traduzione di Olga Solombrino – è il libro che in molte abbiamo atteso. Quando ho iniziato a occuparmi di critica femminista ai prodotti mediali anche come studiosa, all’inizio del mio dottorato, circolava sul social media del momento un meme che sostanzialmente ritraeva una persona con l’aria affranta e disperata, poiché una volta applicata la lente femminista nell’osservare film, canzoni, libri, per lei non era più possibile divertirsi e godersi questi contenuti tranquillamente.  Ve la ricordate? (fig. 1). Con alcune compagne di vita e di ricerca ci ritrovavamo in una fase di forte decostruzione della cultura popolare che ci circondava, ritrovandoci intente a riconoscere gli intrecci e le macchinazioni del potere dentro quello spazio che coinvolge identità, media e quotidiano. In quel meme ci riconoscevamo, ce lo siamo inviate tra noi via chat, e lo abbiamo pubblicato online sulle nostre bacheche; in quel momento smontare, comprendere, analizzare, la cultura che ci circondava era una operazione necessaria non solo per provare a leggere come il potere si invischia nella vita di tutti giorni e la riproduce, ma anche per ripensare la nostra posizione nel mondo.  Insieme a questo, c’era una cosa che forse non eravamo in grado di comprendere o che non intuivamo: insieme a questa ambigua sensazione di gioiosa cupezza e sconforto, che accompagnava questo processo di decostruzione dei testi – attraverso cui cercavamo e cerchiamo di smontare l’apparato dai tratti eterosessisti e discriminatori su vari livelli che sostiene il mondo dell’industria culturale dell’intrattenimento – si sarebbe aperto uno spazio nuovo di soggettivazione, di immaginazione e di gioia individuale e collettivo.

Come anticipavo, il volume viene introdotto nel dibattito italiano grazie al lavoro di Federica Timeto che firma un testo iniziale da considerarsi non solo una presentazione del volume ma un saggio a se stante. Timeto ci permette di comprendere, e riarticolare, alcune delle questioni nodali utili per afferrare i contemporanei intrecci tra femminismo e media (digitali), tra i quali: il ruolo performativo dei media rispetto alla circolazione di relazioni e identità tecno-sociali, il riconoscere il culturale come profondamente politico, il carattere anti-essenzialistico e non deterministico sia del genere sia dei media. In particolar modo – mette in luce Timeto –  porre le teorie, i metodi e le pratiche femministe al centro dell’analisi dei media implica cogliere e trasformare i rapporti di potere che si costruiscono nell’intreccio con lo spazio mediato, dove l’enfasi è posta su trasformare –  a partire da un posizionamento critico e situato.

Il primo capitolo ci ricorda che le teorie e i media si trasformano, e si modificano insieme al modificarsi dello sguardo che si posa su di loro, e nel farlo il testo indirizza l’attenzione verso le teorie e le espressioni del movimento femminista nel suo farsi dentro il farsi della storia. Pur riconoscendone i limiti, si appoggia alla lettura del femminismo con la metafora delle ondate e propone un puntuale e ricco racconto caratterizzato dagli intrecci tra storia delle donne e storia dei media. O meglio, Harvey visibilizza il ruolo che i media hanno avuto nel supportare e declinare le lotte; ruolo giocato sia nel diventare alleati, grazie alla capacità dei movimenti di appropriarsi dei diversi mezzi di comunicazione e aprire spazi di soggettivazione su, e attraverso, i differenti strumenti, sia intendendo i media come luogo di conflitto e di critica (sul piano delle rappresentazioni ma anche della produzione; un contributo in questa direzione è Pavan 2020). Il secondo capitolo si concentra sull’analisi femminista dei media. Si tratta di una sezione che ha una importante natura metodologica. Le questioni poste dall’etica femminista sui media – tra le quali la riflessività, il posizionamento e la relazionalità – sono evidentemente centrali in un contesto, quello contemporaneo, in cui le scienze umane e sociali sono dentro una doppia spinta. Da un lato sono portate verso un processo di digitalizzazione con esiti ambigui; dall’altro sono incoraggiate a interrogarsi su loro stesse, per provare a smascherare i modi in cui la neutralità viene riprodotta e così individuare le relazioni di potere che vengono nascoste nei processi di produzione del sapere. Il processo di produzione di conoscenza attraverso la critica femminista ci ricorda che i modi in cui guardiamo i media hanno una natura politica legata al potere e al privilegio. Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe orientare i più ampi studi sui media, e non solo, che si misurano in particolar modo con le sfide poste dal digitale, dove troppo spesso si corre il rischio di immaginare processi e relazioni disincarnate. Il terzo capitolo si muove nel ricco dibattito femminista che si confronta con il piano della rappresentazione e i processi di soggettivazione e assoggettamento nello spazio abitato dai diversi media. Lo fa superando sguardi oppositivi e marginalizzanti, nel chiaroscuro dei processi che riguardano visibilità e invisibilità delle soggettività che si muovono tra margine e centro. A essere messa al centro della riflessione nel capitolo è anche l’agency dei soggetti, e in particolar modo delle ragazze nello spazio scivoloso in cui «i media contribuiscono alla tensione costante tra individuale e strutturale, in particolare con l’idea della “scelta”» (p. 44). Questa analisi può esserci utile anche per leggere il contesto italiano, dove emerge uno scenario complesso in cui le ambivalenze del discorso che lega capacità di azione, rappresentazione e social media, esistono e allo stesso tempo esplodono. Esistono, poiché il regime di genere in Italia si caratterizza per essere segnato dal doppio entanglement (compromesso): la coesistenza di rigide norme attorno alle relazioni di genere insieme a processi di liberazione riguardo le relazioni e i comportamenti sessuali (McRobbie). Esplodono, poiché con l’emersione sulla scena pubblica del movimento femminista NUDM, anche grazie ai media digitali, si sono in parte modificate le risorse accessibili alle giovani donne per fare i conti con le spinte all’individualizzazione e alla regolamentazione del sé tipiche dello scenario neoliberista. 

La seconda parte del libro si compone di tre capitoli che danno corpo a una lettura socio-tecnologica dei media, e restituiscono il lavoro intersezionale femminista nell’ambito dei media studies. In particolar modo il quarto capitolo ridiscute il rapporto tra Nord e Sud globale attraverso l’utilizzo di apparati concettuali provenienti da diverse aree di pensiero – quali gli studi postcoloniali, Indigenous Studies, teoria critica della razza –  al fine di costruire gli studi transnazionali dei media (Harvey 145). Qui l’utilizzo del termine transnazionale si riferisce all’intenzione di superare la visione delle ineguaglianze come verità globali, verso un approccio ai rapporti di potere che attraversa i confini costruiti da uno sguardo egemonico. E in questa direzione, alla luce del potere dei media di sostenere e contribuire a riprodurre forme di dominio coloniali (anche attraverso il monopolio delle big tech), l’autrice invita gli studi femministi sui media ad attivare processi di decolonizzazione che partano dal ripensamento del soggetto al centro del discorso e delle categorie implicite utilizzate per narrarlo (come bianchezza, specismo, eterosessimo…). Al centro del quinto capitolo sono posti i media digitali. Qui l’autrice ci ricorda che tutte le forme mediali sono state accompagnate da discorsi generalisti sui cambiamenti sociali e panico morale. Harvey suggerisce di abbandonare modi di pensiero dicotomici (tra chi ne esalta il lato positivo e chi si allarma per i possibili effetti negativi) e di distanziarsi dalle prospettive di determinismo sociale e tecnologico. Le questioni che emergono tra le mani di chi si interessa ai rapporti di potere basati sul genere che sono a volte sostenuti, e alle volte sfidati, dallo spazio mediato offerto dalle tecnologie digitali, come i social media – che si tratti di attivismo o di processi di costruzione identitaria –, vanno trattate con serietà. Una serietà che implica una disposizione a rivedere non solo lo sguardo attraverso cui si leggono gli usi della rete, ma anche gli spazi di soggettivazione resi possibili dagli intricati rapporti prodotti dal digitale. Il sesto capitolo è dedicato al rapporto tra lavoro e genere nei media. Grazie a un approccio economico-politico femminista l’autrice riesce ad articolare questo tema – complicato dallo sviluppo della economia di piattaforma – guardando al rapporto tra lavoro formale e informale e ai diversi risvolti che il lavoro di cura e emotivo possono prendere in questo contesto, al fine di comprendere dove possa prendere forma una soggettività politica. 

L’autrice conclude con un capitolo che pone l’enfasi sul potere trasformativo del sapere femminista. I media sono categorie aperte che si costruiscano nell’incontro con il genere e altri processi che definiscono il gioco dell’agency tra potere e soggettivazione, dove la misura del cambiamento sociale si intreccia con un posizionamento critico e situato. 

Scrivere una recensione del testo di Harvey, e del lavoro operato da Timeto, non è per me compito semplice, accompagnato dalla sensazione di avere più da leggere che da commentare. E questa, forse, è l’unica cosa che mi sento di dire: leggetele con la gioia di chi smonta e rimonta, con una gioia da guastafeste!

Fig.1