ROMA

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Gli elefanti nella stanza

Storie di donne immigrate e del lavoro domestico. Un binomio che suona come un destino che le rende ancor più emarginate, invisibili e al tempo stesso ingombranti. Un convegno alla Casa Internazionale delle donne di Roma, giovedì 21 marzo alle 17, svela le zone grigie di un percorso di marginalità che il Collettivo Donne in Cammino ha deciso di invertire con il femminismo e la intersezionalità

Un adagio dice che se vedi tutto grigio davanti a te prova a spostare l’elefante. Si tratta di una versione ottimista di una realtà che racconta un’altra storia e parla di un altro elefante. La storia di Sonia Lima Morais e di tante altre donne italiane, nere, figlie di immigrati, con titoli di studio che in Italia svolgono lavori domestici: sono loro “gli elefanti nella stanza”. «Per quasi tutta della mia vita formativa personale e professionale di donna nera, italiana e femminista – racconta –  mi sono scontrata con un modus operandi che si ripresenta puntualmente anche in quei luoghi in cui tutte le donne dovrebbero sentirsi al sicuro: la pretesa di dare voce all’unica persona diversa all’interno della stanza. Io sono sempre stata l’elefante nella stanza. Il mio colore, il mio corpo, il mio vissuto sono diversità che nel tempo sono state utilizzate per intavolare discorsi che, con la scusa di darmi voce, mi hanno esclusa da relazioni politiche alla pari».

Da questa cruda presa d’atto delle condizioni di vita in cui si trovano a vivere e a lavorare le donne che svolgono lavori domestici, quelle definite con un acronimo Colf o, ancora peggio, “badanti” nasce il Collettivo Donne in Cammino che, da oltre un anno, si riunisce alla Casa Internazionale delle Donne di Roma per condividere esperienze e cercare di cambiare lo stato di cose presenti.

Sonia è come la raccontano i luoghi comuni e il suo stigma di figlia di immigrati da Capoverde, destinata a lavori umili e a un destino già segnato. O è, invece, la donna che decide di percorrere una strada diversa e lo fa condividendo con altre la sua ribellione? «La mia stessa voce per tanto tempo non è stata mia, coperta da stereotipi che mi volevano destinata allo stesso lavoro di mia madre. Riuscire ad appropriarmi di me stessa in una relazione di sorellanza e orizzontalità è stata una seconda nascita».

Zahra Toufigh viene dall’Iran e qui in Italia non fa  lavori domestici e fa parte del Collettivo Donne in Cammino perché quello è un comune destino: «il lavoro domestico – dice – ha ancora una forte connotazione verticale, tanto che la datrice è chiamata padrona. Ed è questo che consegna a questa attività una connotazione umiliante, quasi una perdita di dignità. Ho cercato di immaginarmi al loro posto e la risposta è che questo non è il loro posto, la forza della vita le ha trascinate qui. La politica crudele patriarcale del mondo le ha tolte dal loro posto e le ha lasciate dove altri esseri umani le considerano inferiori».

Forse più di altre attività lavorative, più delle discriminazioni di cui sono vittime le donne, le migranti, gli stereotipi si scaricano su queste figure invisibili. Lo scrive bene  Barbara Piccininni,  in un documento che hanno scritto a più mai in occasione del convegno organizzato dallo stesso Collettivo Donne in Cammino per giovedì 21 marzo a partire dalle 17 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma in via della Lungara 19, dal titolo “È una di famiglia. Il lavoro domestico retribuito e il femminismo intersezionale”. 

«Nella profondità dello sguardo intersezionale – scrive Piccininni – possiamo comprendere come una questione ritenuta erroneamente marginale e marginalizzata nella sfera privata e dunque non pienamente economica, rappresenti invece l’epifania dell’oppressione di genere, di background migratorio, di classe, rendendo evidente come le sue dinamiche di dominio siano il risultato di un sistema oppressivo più ampio generato dal sistema economico».

Il solo fatto di poterne parlare senza remore, l’”open Mic” , il microfono aperto, di cui scrive nel documento a più mani Marta Feliciangeli: «Il collettivo Donne in Cammino ha  individuato la pratica dell’autocoscienza come centrale nelle sue attività e si è immediatamente interrogato su come portare all’esterno una pratica che per sua natura ha bisogno di uno spazio ristretto e privato per esprimere al meglio il suo potenziale».

E Angela Ronga, promotrice dell’iniziativa, ha così riassunto un anno di impegno e di confronto: «L’obiettivo del Collettivo è quello di una presa di parola pubblica, a partire da una postura femminista e intersezionale, che attraversa i differenti nessi tra cultura, classe ed etnia. Al centro della nostra pratica politica vi è la relazione tra donne e il partire da sé». Si tratta, dunque, di attingere dalle pratiche “storiche” del femminismo e trasferirle, aggiornandole, in un contesto che apre nuove intersezioni e aggiunge senza mai togliere né rinunciare e tantomeno abdicare. Dando un senso pieno e femminista alla «cura di noi stesse e dell’altra – sottolinea Angela – per ritrovare quella fiducia e quell’ascolto che nella relazione tra donne è andata via via offuscandosi. Ma, e insieme, vogliamo la cura del mondo, di un mondo malato che necessita di una messa in discussione non solo di modelli sessuali imposti dalla legge del patriarcato, ma anche di quei modelli di produzione capitalistica che producono ingiustizia sociale e disuguaglianze».

immagine di copertina da wikimedia