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Keyfxweş! Un omaggio a Lorenzo Orsetti, Tekoşer Piling

Il 18 marzo 2024 sarà il 5° anniversario della morte di Lorenzo Orsetti, volontario internazionalista nella rivoluzione del Rojava, caduto in combattimento negli ultimi giorni della battaglia per la liberazione del Nord-Est della Siria

Quando nel Marzo del 2018 la Turchia iniziò l’invasione del cantone di Afrin, trovò sulla sua strada i popoli della Siria del Nord. La resistenza, guidata dai curdi delle Unità di Protezione del Popolo YPG e dalle Unità di Protezione delle Donne YPJ, era supportata anche da intere unità composte da dissidenti turchi e da un pugno di internazionalisti provenienti da tutto il mondo, attestati a difesa della popolazione civile e dell’esperienza rivoluzionaria del Confederalismo Democratico. Tra loro c’era un italiano arrivato in Rojava da poco che risponde al nome di battaglia Tekoşer Piling, un video lo ritrae all’alba, mentre fuma appoggiato a una ringhiera. Una voce domanda in lingua kurmanji: «Heval Tekoşer, tu çawa yî?» [Compagno Tekoşer, come stai?] – «keyfxweş!» (Felice!), risponde il combattente scattando in piedi.

In Rojava è estremamente facile imbattersi in Tekoşer: come ogni Şehîd, ogni martire, il suo ritratto è appeso un po’ ovunque, specialmente nei luoghi frequentati da internazionalisti. Tuttavia è sorprendente quanto spesso basti svelare di provenire dall’Italia per innescare nell’interlocutore una risposta immediata: «Io conoscevo Şehîd Tekoşer!».

Le persone che dicono di averlo conosciuto sono così tante e così diverse tra loro che a volte, istintivamente, viene il dubbio che stiano mentendo. C’è un dato tuttavia che dissolve questi dubbi, il fatto che su un punto tutte le narrazioni concordino: Nell’anno e mezzo in cui il combattente di Rifredi è stato in Siria, si è offerto volontario per ogni singolo incarico possibile, su ogni fronte da Afrin a Deir Ez-zor. Ha combattuto con le YPG, con l’organizzazione comunista turca TIKKO, con le unità arabe delle Forze della Siria Democratica (SDF) e con il collettivo anarchico Tekoşîna Anarşîst.

Keyfxweş è una parola ricorrente nei racconti di chi ha incontrato sulla sua strada Lorenzo Orsetti, il che a primo impatto potrebbe stonare con il fatto che molti degli aneddoti riguardano le sue abilità di combattente, in particolare nella resistenza di Afrin.

In un passaggio del libro Orso – scritti dalla Siria del Nord-Est, in cui la famiglia Orsetti ha raccolto gli scritti di Lorenzo, è lui stesso a descrivere in pochi righe la realtà di quei giorni: «Abbiamo perso diversi villaggi, molti compagni sono rimasti uccisi, il nemico è molto vicino a chiudere la città del tutto e molto probabilmente ci toccherà affrontare un assedio; hanno elicotteri, droni, carrarmati e aerei carichi di bombe. Eppure, nonostante la possibilità di andarsene, abbiamo deciso di rimanere a difesa della città e della popolazione. Gli eserciti regolari possono permettersi di combattere solo le battaglie che possono vincere, noi è un lusso che non ci possiamo concedere».

Basta leggere queste righe per comprendere la ragione per cui gli uomini e le donne che hanno partecipato alla Berxwedana Serdemê, la resistenza epocale, sono tenuti in grande considerazione in Rojava ed è prassi comune raccontare le storie di chi tra loro è caduto, nel corso di quella battaglia o delle molte che si sono succedute negli anni successivi.

In queste occasioni ai molti nomi curdi e arabi si mescolano quelli degli internazionalisti come Samuel Prada León, Olivier François Jean Le Clainche, Sjoerd Heeger, Anna Campbell, Şevger Ara Makhno, la cui identità è rimasta segreta per anni per tutelare la sua famiglia in Turchia, e Lorenzo Orsetti.

Nel corso di una passata commemorazione di questo stesso anniversario, il suo comandante nei giorni di Afrin raccontava di averlo visto rientrare nelle retrovie dopo un’azione notturna, portando un compagno caduto su una spalla e un ferito sull’altra, il racconto si chiudeva con la frase: «Tutti possono combattere, non tutti possono essere Tekoşer».

I racconti sulle imprese di Orso al fronte sono innumerevoli e coprono distanze temporali e geografiche enormi. In uno dei tanti momenti di pausa che scandiscono la vita in Rojava, solitamente a base di sedie di plastica, Çay bollente e sigarette di contrabbando, ho ascoltato un lungo racconto della battaglia di Hajin contro Daesh, svoltasi a centinaia di chilometri dal confine turco diversi mesi dopo l’invasione di Afrin.

Il contesto era completamente differente, le azioni di guerriglia in collina svolte sotto il fuoco costante di droni e aerei da guerra della Turchia, elementi costanti dei racconti di Afrin, erano state sostituite da giorni passati a respingere le controffensive disperate di Daesh, ormai asserragliato nella sua ultima roccaforte nel deserto di Deir Ez-Zor. In questo racconto Tekoşer appare ormai come un combattente esperto, instancabile, sempre il primo a raggiungere la linea del fuoco e l’ultimo ad andarsene, la cui presenza solleva il morale dei compagni sfiancati dalla guerra d’attrito nel deserto.

In Occidente abbiamo sviluppato un sano rifiuto della guerra e questi racconti possono sembrare molto vicini ad una retorica militarista che viene naturale rifiutare, tuttavia non dovrebbe sorprendere che per chi è costretto a difendere con le armi la propria esistenza, il valore sul campo di battaglia è un importante metro per quantificare il rispetto nei confronti di qualcuno.

È vero anche che relegare Lorenzo al ruolo monodimensionale dell’eroe di guerra sarebbe fargli un torto. Le ragioni per cui è arrivato in Rojava sono implicite nelle organizzazioni a cui si è unito e le azioni che ha compiuto, ed esplicitate da lui stesso negli scritti che ha lasciato e nel video rilasciato dalla stampa delle YPG il giorno in cui è caduto, in cui raccontava: «Sono venuto qui per molte ragioni, perché credo nella libertà, perché sono un anarchico ed ero stanco della mia vita nella società occidentale».

Che sia per la sua abilità nel combattere sul campo o per la generosità nell’usare la sua esperienza da cuoco per sollevare il morale dei compagni, il ricordo di Tekoşer Piling è vivo più che mai nelle terre per cui si è battuto e nelle persone con cui ha condiviso un tratto di strada.

La famiglia, gli amici e i compagni che hanno condiviso con lui un pezzo di strada, in questi anni hanno omaggiato Tekoşer attraverso molte iniziative più e meno pubbliche. Libri come il suddetto Orso o il meno recente Omaggio al Rojava, il documentario Tekoşer – Il partigiano Orso e il fumetto Macelli disegnato da Zerocalcare ne sono alcuni esempi.

Il mio omaggio a Lorenzo Orsetti viene da un’alta prospettiva, quella delle moltissime persone che hanno conosciuto Heval Tekoşer Piling proprio attraverso le parole di chi lo ha incontrato e gli scritti che ha lasciato.

Nella visione del movimento di liberazione curdo, prendere il testimone di chi cade lottando è responsabilità di chi resta, in questo senso Tekoşer è più vivo che mai.

Vive in Rojava, in Italia e ovunque ci siano persone che hanno fatto tesoro delle parole lasciate nel famoso testamento reso pubblico il 18 marzo di cinque anni fa: «Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che ogni tempesta comincia con una singola goccia. Cercate di essere voi quella goccia».

Vive nelle città liberate e in chi combatte per liberare quelle ancora occupate. Vive nelle molte persone che hanno deciso di contribuire in vario modo alla rivoluzione in corso nel Nord-Est della Siria, nel tentativo di essere quella goccia. Resterà in vita nei bambini dell’ambulatorio pediatrico “Lorenzo Orsetti” di Kobane, costruito con il contributo essenziale della famiglia Orsetti.

L’esempio di coerenza e lo standard tracciato da Tekoşer, Soreş, Botan, Şevger, Hêlîn e tutti gli altri amici caduti nella lotta è un patrimonio universale e va difeso. Şehîd Namirin, i martiri non muoiono, Orso combatte ancora.

Foto di copertina: Radio Onda D’urto, celebrazione del 23 giugno 2019.