approfondimenti

OPINIONI

Imperialismi ancora, e noi

Trump (e Netanyahu), Putin: non sono autocrati, ma leader politici della rinnovata concorrenza imperialistica. Leader del tramonto di Stati Uniti e Russia, superpotenze vincitrici della Seconda guerra mondiale che, tramontando aggressivamente, trascinano il mondo nella catastrofe

Dispiace per i liberal, per coloro che avvampavano di libido per check and balance, autorità indipendenti (tra queste, la Fed), John Rawls, dialogo trasparente e libera stampa. Dispiace – per le tante carriere dense di fuffa in frantumi. La libertà, lo chiarisce il messaggio di giubilo di Milei per il sequestro di Maduro e Flores, torna a essere quella che è stata un tempo – ovvero prima del movimento operaio e delle lotte anticoloniali e femministe: libertà bianca, razzista, machista, colonialista. La libertà di John Locke, quella della Bibbia dei puritani e dei quaccheri – oggi, rozzamente, evangelici. La libertà dell’uomo bianco, proprietario e armato.

Dispiace per gli antimarxisti di professione (e per le loro carriere dense di invidia), Trump impone la lettura attenta di Hobson, Luxemburg, Lenin. Hobson, «l’arcieretico» (cit. Schumpeter) fabiano stimato da Lenin e ritenuto imprescindibile da Keynes. Colui che, prima di Luxemburg e Lenin, spiega per quale motivo dazi e monopolismo, finanza ed eccesso di risparmio, vanno assieme con imperialismo. E Hobson è particolarmente utile perché parla di un impero, quello britannico, che si avvia al tramonto, con la Prima, ma soprattutto la Seconda guerra mondiale. Presidente del tramonto, negli Stati Uniti, è Donald Trump, al di là delle mattutine celebrazioni che gli riserva Federico Rampini.

Dopo la sconfitta di Napoleone, negli anni Venti del XIX secolo, la Gran Bretagna diviene impero. Ciò, fino a quando Germania e Stati Uniti non recuperano il ritardo nello sviluppo industriale. Ritardo ampiamente recuperato durante la lunga depressione del 1873-1896. Ma il XIX secolo, in buona parte, è il secolo della pax britannica. Una pax che, dal punto di vista monetario, è definita dal regime aureo, ovvero dal dominio, attraverso l’oro, della sterlina. Sono gli anni Venti del XIX secolo quelli della piena affermazione di Ricardo, della sua proposta di banca centrale indipendente, proposta che si realizza compiutamente a partire dal 1844. La crisi, la prima grande crisi capitalistica, quella del 1873-1896, è anche la fucina della seconda rivoluzione industriale – della chimica, della siderurgia, dell’elettricità, dell’espansione delle ferrovie – e del monopolismo del capitale, che sostituisce il regime libero-concorrenziale imposto (o quasi) al mondo dalla spinta imperiale britannica. Dall’impero agli imperialismi concorrenti; dall’oro, e dal primato della sterlina, al gold exchange standard degli anni Venti del Novecento, fino a Bretton Woods e al dominio del dollaro.

Il dominio senza limiti (o quasi) del dollaro si impone, in verità, a partire dagli anni Settanta. Kissinger è in Cina, in segreto, nell’estate del 1971, quando Nixon dichiara il dollaro non più convertibile in oro: la stagione dei cambi fluttuanti prende corpo; l’Europa, risponde con il coordinamento monetario che – un paio di decenni dopo – fonda l’euro – moneta contabile già dal Primo gennaio 1999 e circolante nel 2002. L’anno dopo, nel 1972, Kissinger torna in Cina, stavolta pubblicamente e con Nixon, per avviare l’estensione cinese delle multinazionali americane e, con essa, la marginalizzazione della lotta di classe (operaia) in Occidente e l’ascesa dell’economia cinese. Tutto, o quasi, in funzione antisovietica. Si aggiunge poi il pieno sostegno ai talebani, nella guerra che, dopo il tonfo americano in Vietnam, innesca la fine del socialismo reale.

Il tramonto USA si rovescia in apparente rinascita, con l’implosione di Mosca, le guerre civili che, con la CIA e il FMI, consegnano l’impero sovietico a Eltsin prima e a Putin poi. Il sogno imperiale, unilaterale, di Bush senior e Clinton dura poco, crolla con le Dot.com prima e le torri gemelli poi, tra il 2000 e l’11 settembre 2001.

Un decennio di gloria e la rinascita diviene tracollo aggressivo, col delirio di Bush junior e il «nuovo secolo americano», dolorosamente naufragato in Iraq prima, nonostante l’ammazzamento senza processo di Saddam Hussein, e in Afghanistan nel 2021 – la famosa fuga scomposta che sollecita Putin, altro leader del tramonto, a invadere l’Ucraina.

Vero, il colpo di grazia per la Gran Bretagna furono il militarismo e le mire espansionistiche tedesche, la distanza atlantica degli Stati Uniti, da dove, soprattutto nel 1914, escono armi e derrate agricole ed entra oro a palate. Ma la vittoria definitiva degli Stati Uniti, a Bretton Woods nel 1944, avviene quando, a vincere la guerra col nazismo è Stalin, assai più di Roosevelt – come chiarisce Dimbleby nel suo fondamentale 1944 Finale di partita. L’ambizione imperiale americana nasce da subito mozzata e, dopo crolli e risalite, oggi è definitivamente archiviata. Ciò che conta, della nuova Strategia di Sicurezza USA, è il rilancio della concorrenza imperialistica – tra «cortile di casa» e multipolarismo competitivo (per un’analisi più completa, rinvio al testo di Sandro Mezzadra, per EuroNomade). L’epilogo del dollaro inteso come (marxiano) «denaro mondiale», per Trump, è verità difficile da contrastare (alla fine del 2024, il dollaro rappresentava solo il 58% delle monete di riserva internazionali, a fronte del 65% nel 2014 e quasi il 75% nel 2000). Lo testimonia l’idea di Bessent di vendere le riserve auree, con Meloni-Malan-Borghi che imitano (ultima Legge di Bilancio); fa altrettanto il Genius Act che liberalizza le stablecoin ancorate al dollaro. Tentativi, entrambi, di rispondere alla de-dollarizzazione dell’economia mondiale, già realtà per i BRICS, di cui il Venezuela ambiva a essere parte, sganciando la vendita del suo greggio dal mezzo di pagamento a stelle e strisce.

Il prezzo di sangue

Imperialismo, dunque, ma con quale carne da cannone? Quello venezuelano, al momento, è stato un blitz. Così, a giugno dello scorso anno, il colpo sferrato contro il nucleare iraniano. Per il resto, ammazzamenti puntuali, sostegno a tutte le opposizioni utili e da scaricare a tempo debito, attentati, intelligence, minacce ibride e droni. La “sindrome” americana continua a essere il Vietnam, assai più della Prima e della Seconda guerra mondiale; nella seconda, in particolare, il prezzo di sangue decisivo è stato quello russo – il resto, sono balle. In una conversazione del 6 novembre 2024 con Justin Vogt di “Foreign Affairs”, lo storico Stephan Kotkin (Stanford University) afferma:  

«Tutti parlano del problema demografico dei cinesi. Ma loro hanno circa 50 milioni di uomini tra i 18 e i 24 anni. In America ci sono 12 milioni di uomini tra i 20 e i 24 anni. […] Nella Seconda guerra mondiale abbiamo inviato jeep e auto Studebaker, radio e spam (carne in scatola), mentre i sovietici hanno mandato a morire 27 milioni di persone per sconfiggere l’esercito di Hitler. Quanto al teatro del Pacifico, noi abbiamo offerto a Chiang Kai-shek aerei e armi, lui ha fornito i soldati necessari. E ha perso almeno 13 milioni di persone. Cioè, abbiamo “preso in affitto” l’esercito di terra sovietico in un teatro e quello cinese in un altro, inviando materiale bellico e denaro, e abbiamo vinto in entrambi i teatri. Ma chi possiamo prendere in affitto adesso? Chi sarebbe disponibile?».

La Russia di Putin, altra superpotenza in declino, con la guerra in Ucraina sta dimostrando di avere, oltre le circa 6.000 testate nucleari e i droni, carne da macello in gran quantità. Dato sanguinario che mi spinge a ritenere assai precaria l’alleanza tra Putin e la Cina. Per il momento, senza Cina la Russia sarebbe economicamente fallita. Al contempo, però, la dimostrazione di forza in Ucraina ha molti scopi: tenere a freno l’espansione americana nell’Est europeo; logorare l’Unione Europea favorendone la frammentazione o quantomeno la paralisi; fare mostra di muscoli al mondo tutto, Cina compresa; ovviamente, schiacciare le opposizioni interne.

Due superpotenze declinanti in azione: l’una con Silicon Valley, intelligence e stablecoin, oltre alle testate; l’altra con nucleare, hackers e droni, carne da cannone. E intanto sembra avanzare il «secolo asiatico», sino-indiano: multilaterale, con moneta digitale pubblica, verde (terre rare e transizione ecologica), non per questo scarsamente nazionalista (è il caso indiano, in particolare).

Le domande da farci, a mio avviso, sono le seguenti: nel quadro di una rinnovata concorrenza imperialistica, cosa possono i movimenti sociali e sindacali, le forze politiche d’alternativa, in Europa? E l’Unione Europea, esplicito bersaglio sia di Putin che di Trump, ha un futuro?

Le alternative realistiche

Con enfasi da mitomani si potrebbe affermare che, contro la guerra imperialista, l’unico antidoto è la guerra di classe, la guerra civile proletaria. Bene, una volta galvanizzati gli animi più o meno nostalgici, nulla si è detto di concreto. La mia ipotesi, ovviamente da verificare, è che virilità bellica ed eroismo maschio (e inevitabilmente nichilista) non godono di buona salute, che la gente, che pure si sfianca di lavoro e di consumi tech, non voglia morire, che i boomers, che pure se ne fottono delle pensioni che non avranno i loro figli, non desiderano nipoti morti in trincea. Il mondo MAGA è una spina nel fianco per Trump, che solo con interventi lampo se la può cavare. La Russia, che sa mostrare i muscoli, a forza di mostrarli sta accumulando una dipendenza economica nei confronti di Cina e India che, presto, presenteranno il conto.

Occorre, urgente, un’iniziativa di pace credibile. Che non può che essere agita, principalmente, dai movimenti sociali e sindacali, come ampiamente dimostrato, in Italia, dagli scioperi moltitudinari del 22 settembre e del 3 ottobre (2025), a sostegno della Global Sumud Flotilla. Mentre Putin avanza in Ucraina, Merz riarma la Germania e Macron sta per consegnare la Francia al Rassemblement National, Trump rilancia la sua intenzione di occupare la Groenlandia, per ostacolare ulteriormente i commerci cinesi. La Groenlandia è Danimarca, Europa. Cosa succede se, al pari di quanto fatto sabato mattina, Giorgia Meloni riterrà legittimo il colonialismo di Trump su suolo europeo? Al fianco della mobilitazione sociale, da subito, devono mobilitarsi le forze politiche di alternativa: in Europa, ovviamente, ma guardando senza ambiguità alla Cina e al Brasile, alla Colombia e al Messico e, forse, al Canada.

Se le lotte possono fomentare e consolidare contropoteri di pace, un’iniziativa diplomatica delle forze politiche radicali, oltre e contro ogni tatticismo nazionale, sostitutiva dell’inettitudine delle attuali cancellerie europee, può ostacolare il delirio bellicista che, in Europa, ha poca presa sull’opinione pubblica, soprattutto donna e giovane.

Vero, il delirio bellicista europeo è, in gran parte, tentativo di rilancio dell’economia attraverso le commesse pubbliche legate alla Difesa: riconversione dell’automotiv, prevalentemente, visto il ritardo nei confronti della Cina sull’elettrico. Quale certezza posso avere che, soprattutto i sindacati metalmeccanici, non si pieghino alla logica del lavoro a ogni costo, produzione di morte compresa? Nessuna. Eppure, a mio avviso, anche una parte delle élite europee capisce che, se l’Unione ha un futuro, questo non può che tenerla lontana dal tracollo aggressivo di Trump e di Putin. Le tante voci dell’establishment che sollecitano una ripresa dell’interlocuzione con la Cina segnalano che il capitalismo non è fenomeno politicamente omogeneo, che l’imperialismo, nonostante la storia sembra ripetersi identica, non è un destino, ma un tentativo alquanto disperato e non per questo meno sanguinario di evitare tassazione progressiva, ripresa della dinamica salariale, riduzione delle disuguaglianze, rilancio in forze del welfare.

Oggi, come ieri, l’alternativa è secca: socialisme ou barbarie. Lo scrivo alla francese (ricordando la rivista di Castoriadis e Lefort, tra gli altri), per recuperare la tradizione operaista (quindi, comunista) e libertaria al contempo che prepara il Sessantotto europeo e, in Italia, continua dopo il Sessantotto. Libertà, certo, contro la libertà di Trump e di Milei, e anche contro le scemenze liberal fuori tempo massimo che, purtroppo, ammaliano le culture politiche cosiddette “progressiste”, quelle che vedono autocrati ovunque, tranne notare il fascismo molecolare e quotidiano nei rapporti – corporativi – di lavoro e di sfruttamento. Con la consapevolezza che la barbarie non è questione geopolitica, ma fa tutt’uno col capitalismo, anche nelle sue striature e differenze politiche. Un conto è la «grande tattica», che rende l’Unione Europea terreno di contesa o la Cina riferimento mondiale imprescindibile, un conto è la strategia: quest’ultima, non ha bandiere amiche, ma solo ribelli, lotte, insubordinazioni, fughe, diserzioni, ammutinamenti, istituzioni alternative, ecc.

La copertina è tratta da Wikicommons

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