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MONDO

I vent’anni del carcere di Guantanamo Bay, tra farsa e tragedia

Aperto da Bush all’indomani dell’11 Settembre, il campo di detenzione extraterritoriale sull’isola di Cuba venne concepito come un luogo fuori dal diritto e simbolo più spettacolare della nuova Guerra al Terrore. Nonostante i tentativi chiuderlo è ancora lì

Per i soldati statunitensi la presenza di basi militari USA sparse ovunque nel mondo significa dover passare lunghi periodi lontani da casa, da soli o con i familiari al seguito, in basi più o meno isolate dal territorio circostante e a volte non gradite dalle popolazioni locali. Guantanamo Bay è una di queste. Posta all’estremità sud-est di Cuba, la base ospita circa seimila persone tra militari, le loro famiglie, e civili sotto contratto con l’esercito. C’è un McDonald, un Subway, un centro commerciale e una scuola per i figli dei soldati stanziati sull’isola.

La vita a Guantanamo non è poi così diversa da quella di un qualunque quartiere residenziale statunitense. Gli abitanti possono passare le giornate libere a rilassarsi in spiaggia, o a surfare nel Mar dei Caraibi. La natura è incantevole e la baia è rinomata per la varietà di fauna e flora. Insomma, a ben vedere è probabile che rispetto a tutte le destinazioni possibili Guantanamo non sia poi così male.


Dei circa seimila abitanti fanno parte trentanove uomini che a vent’anni dagli attentati dell’11 settembre continuano a rimanere prigionieri nel centro di detenzione di Guantanamo Bay, o GTMO. Sono gli ultimi rimasti di un totale di 780 detenuti passati per il campo da quando fu inaugurato nel gennaio del 2002.

Di questi, nove sono morti suicidi, alcuni in circostanze sospette, e i restanti sono stati rilasciati gradualmente negli anni. Il lavoro dei soldati consiste nel mantenere in vita chi rimane.


I tentativi di suicidio sono frequenti. Molti detenuti soffrono di forme acute di schizofrenia e psicosi che la continua detenzione, spesso in condizioni di isolamento, va ad aggravare. Periodicamente cominciano scioperi della fame che si concludono con l’alimentazione forzata.


Ma oltre al desiderio di morire dei reclusi, è il tempo il grande nemico dell’esercito. Il detenuto più anziano ha 74 anni e altri si avvicinano a una soglia di età ragguardevole. La vecchiaia va ad aggravare stati di salute resi cagionevoli dalle torture a cui i prigionieri furono sottoposti, nel campo o altrove, durante i primi anni di prigionia. Recentemente il Pentagono ha avanzato richieste di fondi per attrezzare il campo in vista di un suo futuro come ospizio. Questo comprende la costruzione di rampe per sedie a rotelle, la possibilità di fare dialisi e più in generale di offrire cure appropriate a una popolazione sempre più anziana.

(immagine di World Economic Forum da Flickr)


Per molti versi, l’opinione pubblica americana e internazionale continua a pensare a Guantanamo come un luogo fuori dalla legge, una sorta di “buco nero” in cui lo stato di diritto è sospeso. Tali percezioni corrispondono alla visione dell’amministrazione Bush, che presentò Guantanamo come l’equivalente giuridico dello “spazio profondo”, un luogo cioè del tutto escluso dai confini del diritto domestico e internazionale, in cui il potere esecutivo potesse operare senza alcuna restrizione.

Ma a distanza di vent’anni, queste letture risultano anacronistiche. Piuttosto, il campo si è stabilizzato come un luogo che produce la propria legge e dove potere esecutivo e giudiziario collaborano in un’area dai confini paradossali ai margini della Costituzione.


Il paradosso di Guantanamo sta proprio nel fatto che sia dentro la legge, e non il contrario. La sua normalizzazione e reintegro dentro il diritto statunitense corrispondono al fallimento di chiuderlo e alla conseguente metastasi che ne è derivata. Quale miglior simbolo per rappresentare il fallimento della Guerra al Terrore? Il campo ha preso vita propria e, se nei primi anni l’amministrazione combatté con ferocia per mantenerne il controllo, ora nessuno vuole più farsene carico, creando un impressionante parallelo con gli eventi in Afghanistan e Medio Oriente.
Cosa rimane di Guantanamo nel ventennale dell’11 Settembre?

L’apertura di Guantanamo e le prime sfide giudiziarie

Nel 2001, stabilire un campo per la detenzione militare a Cuba pareva sensato dentro la strategia più vasta che andava prendendo forma e che avrebbe caratterizzato la prima fase della Guerra al Terrore. In questa fase, l’amministrazione era ossessionata dalla necessità di raccogliere informazioni e i nemici o sospetti tali venivano visti come potenziali fonti da detenere e interrogare per ricostruire la struttura organizzativa del nemico e prevenire nuovi attacchi. Come è ben noto, gli interrogatori erano condotti attraverso tortura.

Guantanamo apparteneva a un complesso detentivo più vasto, sparso per il mondo e composto da prigioni militari, come appunto Guantanamo a Cuba ma anche Bagram in Afghanistan e Abu Ghraib in Iraq, e prigioni gestite direttamente dalla CIA, i cosiddetti “black sites,” la cui esistenza era tenuta segreta.


La legalità di questo circuito venne testata dalla Corte Suprema tra il 2004 e il 2008, in una serie di casi giudiziari che mettevano sotto scrutinio tanto la detenzione a Guantanamo quanto la più generale estensione dei poteri presidenziali compiutasi all’indomani degli attacchi. A dispetto delle letture che interpretano le politiche di Bush come brutali sospensioni del diritto, nei fatti la Casa Bianca si impegnò sin dal 2001 nell’elaborare una strategia legale che passasse con successo la prova della corte.

Più che affermare direttamente la sospensione dell’ordine costituzionale, l’amministrazione tentava di difendere una lettura del diritto bellico e della separazione dei poteri che avrebbe ridotto il controllo giudiziario sull’esecutivo.


La tesi dell’amministrazione può essere riassunta come segue. La legalità della detenzione extragiudiziale dipendeva dall’autorità congiunta del Presidente degli Stati Uniti d’America, in quanto capo delle forze armate, e del Congresso che aveva autorizzato l’attacco all’Afghanistan e all’Iraq.

(immagine da commons.wikimedia.org)

All’interno di un conflitto la detenzione del nemico è parte integrante della guerra e questo permetteva che l’autorizzazione dell’una si estendesse all’altra. Il Presidente aveva dunque il potere di designare un individuo come “combattente nemico” senza che la decisione fosse contestabile in sede di giudizio.

Inizialmente, l’amministrazione sosteneva che persino un cittadino statunitense potesse essere detenuto in questo modo, ma la sconfitta di questa tesi suggerì un approccio più cauto, che sfruttasse la locazione extraterritoriale di Guantanamo e il fatto che vi si detenessero esclusivamente stranieri.


La tesi di Bush non era poi così fantasiosa. Era indiscusso che un cittadino straniero fuori dagli USA non vantasse nessun diritto sotto la Costituzione ed esistevano precedenti validi su cui fondare tale argomento. Ma il problema centrale era che l’amministrazione pretendeva di escludere GTMO tanto dalla giurisdizione domestica quanto da quella internazionale, di fatto creando una zona che appariva pericolosamente “fuori” dal diritto. Si affermava, cioè, che i “combattenti nemici” fossero cosa diversa dai “prigionieri di guerra” sotto la Convenzione di Ginevra, così da escluderne l’applicazione.

Riprendendo un approccio già sperimentato su scala minore dagli alleati israeliani, l’amministrazione non tentava di nascondere violazioni del diritto internazionale ma cercava invece di riscriverlo, sostenendo che la lettura corretta della Convenzione fosse proprio quella che la rendeva inapplicabile.


Queste tesi vennero rigettate. La Corte affermava che la Convenzione andasse rispettata e che i processi a Guantanamo si sarebbero dovuti celebrare dentro corti militari che garantissero gli standard minimi del diritto militare e internazionale. In più, i detenuti dovevano godere del diritto di habeas corpus, e cioè il diritto a contestare la legalità della propria detenzione in una corte federale. Si noti l’ambiguità prodotta da questa decisione.

Estendendo la Costituzione a Guantanamo, la Corte affermava che il campo fosse sotto la propria giurisdizione. Ma si trattava di una giurisdizione parziale, laddove era solo l’habeas corpus a essere esteso e non l’intero testo costituzionale. Così, Guantanamo diveniva un territorio dalla geografia ambigua, non dentro gli Stati Uniti ma neppure del tutto fuori e si apriva una nuova fase della sua storia giudiziaria.

Il cambio di strategia di Obama


All’inizio del suo mandato, Obama cercò di chiudere Guantanamo e di trasferire i detenuti dentro gli Stati Uniti. In questo modo si sarebbe potuta adeguare la detenzione dei prigionieri a schemi consoni al diritto domestico e soprattutto si sarebbero processati i presunti organizzatori dell’11 Settembre in una corte federale. Entrambe le cose avrebbero tamponato i danni alla reputazione internazionale degli Stati Uniti, che risultava gravemente compromessa da quasi otto anni di Guerra al Terrore. Secondo la stessa logica, Obama affermò a più riprese che la sua amministrazione avrebbe operato dentro il quadro della Convenzione di Ginevra e ammise che le tecniche di interrogatorio usate dalla CIA costituissero tortura.


Allo stesso tempo, Obama si prometteva di avviare grosse riforme interne e all’indomani della crisi del 2008 Guantanamo non era l’argomento più pressante per la nuova amministrazione. Così, quando il Senato si oppose radicalmente a una chiusura del campo Obama decise di abbandonare il progetto e di spendere il suo capitale politico altrove.


Nello scenario più vasto della Guerra al Terrore, Obama abbandonò il paradigma detentivo e la cattura di prigionieri smise di essere un obiettivo delle forze militari e dell’intelligence. Di fatto, questa transizione era già iniziata sotto Bush e per due motivi. Primo, la detenzione non aveva portato alcun beneficio e le informazioni ottenute dalle torture si erano rivelate prive di alcun valore. Al contrario, avevano affossato l’immagine del paese e reso i corpi dei presunti nemici le prove viventi di crimini di guerra. Secondo, lo sviluppo tecnologico dei droni militari pareva offrire un’alternativa molto più efficace, in particolare non richiedendo un’eccessiva presenza militare in loco.


Obama completò questa transizione concentrando la nuova strategia sulle esecuzioni extragiudiziali. Da un punto di vista giuridico, la tesi dell’amministrazione non era cambiata.

L’autorizzazione del Congresso rendeva legale ogni azione militare contro qualsiasi gruppo che il Presidente ritenesse vicino ad Al-Qaeda o ai Talebani, ovunque nel mondo. Il potere di arrestare era ora il potere di uccidere, il quale evitava gli immensi problemi legali che avevano afflitto la strategia precedente.


Messo di fronte all’impossibilità di chiudere il campo, Obama ordinò l’istituzione di una commissione (Periodic Review Board) che avrebbe revisionato lo status di ciascun detenuto così da determinare se la sua detenzione rimanesse negli interessi degli Stati Uniti.

(immagine di Paul Keller da Flickr)

Così, i detenuti di Guantanamo venivano classificati in tre categorie differenti: quelli che attendevano di essere rimpatriati o mandati in un paese terzo che li ricevesse; quelli accusati di fronte a commissioni militari e in attesa di processo; infine quelli “troppo innocenti per essere accusati” ma “troppo pericolosi per essere rilasciati,” i cosiddetti forever prisoners. Contemporaneamente, centinaia di petizioni di habeas corpus venivano dibattute in tribunale e prendeva corpo una giurisprudenza che reintegrava GTMO dentro il diritto nazionale.

Applicare un diritto che non c’è. L’habeas corpus a Guantanamo Bay

Le petizioni provenienti da GTMO sono sotto la giurisdizione della Corte Distrettuale di Washington DC e della Corte di appello immediatamente superiore e questo fa sì che non possano esserci due decisioni contrastanti tra corti di pari livello. Per questo motivo, la Corte Suprema non è obbligata a ricevere le richieste di appello dal circuito di Washington e dal 2008 a oggi si è guardata bene dal farlo, lasciando la patata bollente alle corti inferiori.
Il problema che affligge Guantanamo è presto detto.

Di per sé, che cosa comporti un diritto al solo habeas corpus non è affatto chiaro. Nella giurisdizione domestica l’habeas corpus è inteso come il diritto di accesso alla corte, e come l’obbligo di “presentare il corpo” di un detenuto di fronte al giudice perché questi possa valutare la legalità della detenzione. In altre parole, è il diritto a far valere i propri diritti, ma questi ultimi non hanno origine nell’habeas in sé.

Piuttosto, i diritti che regolano il processo che segue la petizione di habeas derivano dal testo legislativo che fonda la detenzione a cui il detenuto è sottoposto e che va interpretato in armonia con la Costituzione. Ma la detenzione a Guantanamo non è fondata su un testo legislativo se non per via indiretta.


Nel 2012 il Congresso ha approvato un nuovo testo, ma anche questo si limita a garantire un potere detentivo senza legiferare sulle procedure con cui possa essere contestato. L’alternativa più ovvia è usare la Costituzione, ma proprio perché la sua estensione a Guantanamo è limitata non è chiaro che tipo di diritti costituzionali i detenuti possano rivendicare durante i procedimenti.


È chiaro comunque che la sentenza della Corte non possa essere interpretata come l’estensione di un semplice diritto formale, laddove stabilisce che i detenuti debbano avere una “opportunità effettiva” di contestare la legalità della detenzione. Su questa base, la Corte Distrettuale e quella di Appello elaborano delle regole processuali per garantirla. Sfortunatamente, tutte le proposte più garantiste della Corte Distrettuale sono state censurate dalla corte superiore e col tempo l’habeas corpus è cominciato ad apparire sempre più come un diritto formale più che un rimedio effettivo.


Più in dettaglio, sotto Obama si è cessato di utilizzare il termine “combattente nemico” per definire i detenuti e ora si ritiene che la detenzione sia estendibile ai membri di Al-Qaeda o dei Talebani, o a chi li ha supportati “sostanzialmente”.


Nei fatti, per “membro” si intende chiunque sia sospettato di appartenere alle suddette organizzazioni, indipendentemente dal ruolo che ricopriva. In un caso la petizione di un detenuto è stata rifiutata sulla base che serviva da cuoco per un battaglione associato ad Al-Qaeda che combatteva a fianco dei Talebani. Che tale estensione del concetto di combattente nemico sia coerente con la Convenzione di Ginevra è alquanto dubbio.
È invece palese che la figura del “supporto sostanziale” non abbia nulla a che vedere con il diritto bellico.

Si tratta di una figura di reato tipica del diritto penale contemporaneo, con cui si vorrebbe punire un crimine di associazione o finanziamento a organizzazioni. Di fatto la Convenzione di Ginevra non fa da fonte di diritto, dato che è oggetto delle interpretazioni più fantasiose da parte del Governo e delle corti.

Nel 2010 la Corte di Appello l’ha addirittura ritenuta non vincolante nonostante il Governo stesso affermasse che lo fosse e questo lascia intendere la considerazione dei giudici di Washington per il diritto internazionale.
Le cose non vanno meglio a livello procedurale. Il governo ha sì l’onere della prova, ma del più basso standard possibile e si ritiene che venga soddisfatto se la tesi del governo è «più probabile che il contrario».

(immagine di Debra Sweet da Flickr)

Più nello specifico, la Corte di Appello ha recentemente negato la possibilità di estendere il diritto al due process (giusto processo) ai detenuti, sostenendo che tale diritto debba essere considerato separato dall’habeas corpus. Ma nella giurisprudenza è proprio il due process a stabilire quali siano le garanzie minime che un processo debba rispettare per essere costituzionale. Senza tale diritto diventa di fatto impossibile contestare una violazione, laddove viene a mancare l’esistenza stessa di uno standard minimo che le procedure dovrebbero rispettare.
Infine, va considerato un altro paradosso.

L’amministrazione Obama ha essenzialmente ricostruito la reclusione a Guantanamo come una detenzione preventiva, dato che la giustifica sulla base che il detenuto rimane pericoloso per la sicurezza del paese. Ma le regole che la caratterizzano non corrispondono a una tipica struttura preventiva. Se così fosse, l’onere della prova per il governo dovrebbe essere esteso all’esistenza di una pericolosità attuale e non semplicemente a una situazione materiale vecchia di vent’anni. In altre parole, non si sta provando una pericolosità ma una passata associazione. Di fatto, non è chiaro su che basi un individuo possa cessare di essere pericoloso.

Questo rende la detenzione a GTMO estranea tanto al diritto internazionale quanto a quello preventivo, oltre che ovviamente a quello penale. Piuttosto, a Guantanamo abita un diritto atipico, che sfugge alle definizioni e che deve la sua (il)legittimità al paradosso di un luogo che non è né dentro né fuori.


Il futuro di Guantanamo


Nel corso della sua presidenza Obama rilasciò o trasferì 197 detenuti, e lasciava un campo in cui rimanevano recluse 41 persone. In campagna elettorale, Trump affermò che non avrebbe chiuso GTMO, e che lo avrebbe riempito di “tipi cattivi” (bad dudes). Non è successo niente di tutto ciò. Trump non si scostò dalla strategia del suo predecessore, evitando di prendere prigionieri e privilegiando le esecuzioni attraverso l’uso smodato dei droni. Se si è certo dimostrato più avventato e meno perspicace di Obama, non ha manifestato nessuna volontà di tornare al paradigma detentivo della prima decade della War on Terror.


Verso la fine del primo mandato di Trump, la possibilità di nuovi arrivi a Guantanamo si è fatta improvvisamente reale nel caso riguardante Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh. I due sono dei cittadini britannici che hanno combattuto per lo Stato Islamico in Siria, e li si accusa di aver fatto parte di quello che la stampa inglese battezzò come il gruppo dei Beatles.

Si trattava di un’unità di combattenti anglofoni che aveva il compito di detenere ostaggi a fini di riscatto, e che fu responsabile delle decapitazioni di alcuni cittadini americani, inglesi e giapponesi. Kotey e Elsheikh vennero catturati nel 2017, ma quando Trump decise di ritirare il supporto alle forze curde divenne importante trasferirli altrove, per evitare che se ne potessero perdere le tracce. Fu a questo punto che si propose un loro trasferimento a Guantanamo.


L’amministrazione subì forti pressioni per abbandonare l’idea, e in particolare i familiari delle vittime chiesero a gran voce un processo in una corte federale, associando Guantanamo a un buco nero del diritto che avrebbe impedito si facesse giustizia.

Che l’amministrazione non si oppose è la prova lampante del tramonto definitivo della detenzione extragiudiziale a Guantanamo. Non esiste semplicemente alcun vantaggio nell’utilizzare GTMO o i metodi della CIA per gestire i prigionieri. Piuttosto, la scelta di processare Kotey e Elsheikh è celebrata come il rispetto dello stato di diritto, e quindi la implicita delegittimazione di Guantanamo e del processo per l’11 settembre che vi si sta tenendo e che rimane ancora bloccato nella fase istruttoria.


(immagine da commons.wikimedia.org)

All’indomani delle elezioni Biden ha riaffermato la volontà di chiudere il campo. A oggi non sono state fatte mosse in tal senso, e il presidente si è limitato a rilasciare un detenuto e approvare il rilascio di un secondo. Quale che sia il futuro di GTMO, le paure di Obama riguardo i danni a lungo termine che avrebbe arrecato si sono rivelate corrette. Paradossalmente, quello che doveva essere un campo remoto e inaccessibile è diventato la prigione più famosa del mondo, e un simbolo di ingiustizia a livello globale.


Ma ciò che impressiona, come detto, è la sua normalizzazione. Guantanamo è diventato a tutti gli effetti parte del circuito carcerario statunitense, e questo cozza con l’immagine di eccezionalità che gli è associata. Nella baia, il numero di giornalisti e avvocati spesso supera quello dei detenuti, e le strategie difensive vengono discusse tra un barbecue e un bagno in mare.

È difficile trovare una prigione su cui esista un’attenzione mediatica e giudiziaria così intensa, e i tentativi del governo di nascondere ciò che avviene sono coperti dal ridicolo, laddove è ormai chiaro che la segretezza serva a salvare la faccia, e non certo a proteggere la sicurezza nazionale.


Eppure, è proprio questa normalizzazione a dover preoccupare. A dispetto del riconoscimento implicito o esplicito del disastro di Guantanamo, il campo è ancora aperto, e decine di detenuti si preparano all’idea di dovervi morire. A metà tra la farsa e la tragedia, Guantanamo si appresta a compiere vent’anni e trascina con sé quel che rimane dell’immagine internazionale degli Stati Uniti, ormai compromessa in maniera irreparabile.

Immagine di copertina da Flickr