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Sei settimane di insurrezione: Haiti in rivolta contro il governo

Da ormai sette settimane il paese caraibico è in rivolta. L’estensione della protesta e la sua straodinaria continuità si accompagna ad una durissima repressione, al collasso del sistema elettrico e all’assenza di combustibile. Sono già 42 i morti causati dalla repressione.

Da settimane non vi è combustibile nel paese a causa dei tagli ai sussidi statali imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dall’embargo al Venezuela, che impedisce ad Haiti di accedere a prezzi più bassi al petrolio venezuelano nell’ambito dell’accordo di Petrocaribe. Se già a inizio anno le manifestazioni erano state imponenti, nelle ultime settimane si sta verificando una vera e propria insurrezione. Sindacati, studenti, docenti, lavoratori di varie categorie e artisti si sono mobilitati in queste settimane contro il governo, per le difficoltà legate al proprio sostentamento quotidiano, ma anche dopo gli scandali per corruzione che coinvolgono il presidente per uso illecito di fondi che corrispondono all’incirca a un quarto del prodotto interno lordo del paese (nota della redazione).

Continuano le proteste ad Haiti e, dopo sette settimane di manifestazioni ininterrotte contro il governo, le Nazioni Unite hanno denunciato la violenza delle forze di sicurezza che hanno provocato 42 morti tra i manifestanti.  Da quasi due mesi l’intero territorio di Haiti è scosso da proteste di massa contro il presidente Jovenel Moïse. Mentre i manifestanti esigono le sue dimissioni, il presidente insiste nella convocazione di un tavolo di dialogo che è già stato rifiutato dai partiti politici e dai movimenti dell’opposizione.

 

Secondo l’Ufficio dell’Organizzazione delle Nazioni Uniti per i diritti umani, la repressione del governo ha provocato la morte di 42 persone, tra cui il giornalista Nehemie Joseph lo scorso 10 ottobre. Inoltre 86 sono state ferite, tra cui nove giornalisti.

 

Marta Hurtado, portavoce dell’ufficio dell’ONU, ha invitato a prendere «misure per ottenere soluzioni pacifiche ai reclami che hanno portato gli haitiani in piazza». Ed ha assicurato che le Nazioni Unite sono «profondamente preoccupate» per quel che sta accadendo nell’isola.

Con quasi tutte le attività paralizzate, Haiti si trova da metà settembre in uno stato di insurrezione popolare nel pieno della crisi economica. Nell’ultima settimana ci sono state proteste di lavoratori di diversi settori, di studenti e addirittura anche delle forze di polizia. Sebbene abbia particolare risalto la richiesta di dimissioni del presidente, si reclamano anche aumenti salariali, sicurezza e migliori condizioni di lavoro.

 

Il detonatore della crisi è stata l’assenza di combustibile che ha provocato l’aumento del prezzo, la proliferazione del contrabbando e la paralisi del trasporto.

 

La carenza di benzina è dovuta sia alla decisione del governo che, per poter attuare il programma del Fondo monetario Internazionale, vuole togliere i sussidi statali e, in secondo luogo, al blocco degli Stati Uniti contro il Venezuela che impedisce l’arrivo di combustibile diesel più a buon mercato  nell’ambito del patto Petrocaribe.

A questa situazione aggiungiamo che nel paese il reddito medio è di 130 dollari al mese, quest’anno Haiti presenta il 20 per cento di inflazione, la disoccupazione ha raggiunto il 70 per cento, oltre il 60 per cento della popolazione vive sotto il livello di povertà, i salari sono congelati da mesi e la svalutazione della moneta ha superato il 30 per cento.

Articolo pubblicato su Notas Periodismo Popular. Traduzione a cura di DINAMOpress.