MONDO

Gaza, elettricità questa sconosciuta

Gli abitanti di Gaza sono costretti a usare le candele per avere almeno un po’ di luce, quando manca la corrente elettrica, ovvero la maggior parte del tempo

Nadine, Farah e Sabri avevano rispettivamente sei, cinque e quattro anni quando sono morti in un incendio causato da una candela lasciata accesa nella stanza in cui dormivano, a Deir al-Balah, Gaza centrale. Era il primo di aprile del 2012. Meno di un anno dopo, il 31 gennaio, una famiglia di sei persone (con quattro bambini dai sei mesi ai quattro anni di età), residente nella zona est di Gaza City, è morta nello stesso modo. Pochi giorni dopo, la stessa sorte è toccata a una neonata di Beit Lahiya, nel nord di Gaza. E poi a Malak e Ghana, di due anni e mezzo e un anno e mezzo, di Rafah, nel marzo 2014. E ancora a Yusra (tre anni), Rahaf (due anni) e Nasir (due mesi) nel campo profughi di Al-Shati, a Gaza City, nel 2016. E questo per citare solo alcuni casi.

Secondo l’al-Mezan Centre for Human Rights, fra il 2010 e il 2018, trentadue abitanti di Gaza (venticinque erano bambini) sono morti a causa di incendi provocati da candele (e generatori difettosi – per chi può permetterseli); altri trentasei (venti bambini) sono rimasti feriti. Ma perché queste morti sono così rilevanti e non possono essere conteggiate come semplici, benché tragici, incidenti domestici? Perché gli abitanti di Gaza sono costretti a usare le candele per avere almeno un po’ di luce, quando manca la corrente elettrica. Ossia la maggior parte del tempo. Una delle caratteristiche principali della vita nella Striscia di Gaza, infatti, è proprio questa mancanza costante di elettricità. Nel corso del 2018, è stata disponibile per una media di cinque ore al giorno, addirittura di quattro durante i mesi primaverili ed estivi. Dal novembre dello scorso anno, le ore sono salite a otto.

 

Di chi sono le responsabilità?

Israele controlla l’importazione del carburante diesel necessario per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia, costruita nel 2002. Nel 2000 era stato scoperto un deposito di gas naturale al largo della costa di Gaza, ma l’embargo imposto da Israele ha impedito di utilizzarlo, cosa che ha reso necessario l’acquisto di carburante…da Israele, che vende anche l’energia elettrica ai palestinesi, tramite l’Israel Electric Corp.

Nel 2006, Israele ha bombardato per la prima volta la centrale elettrica, che ha dovuto chiudere. A quel punto, il governo egiziano – pagato dall’Autorità Palestinese – ha deciso di dare una mano, fornendo l’elettricità ai residenti nell’area di Rafah. La centrale è tornata in funzione nel dicembre del 2007, ma da quel momento è iniziato un ciclo di aperture e chiusure a causa dei regolari bombardamenti, della mancanza di pezzi di ricambio (che devono essere importati) e delle interruzioni nella fornitura di carburante (sempre da parte di Israele). Anche lo stoccaggio è un problema: la centrale elettrica può infatti immagazzinare carburante per soli due giorni e mezzo di operatività. Prima c’era una cisterna con una capienza maggiore, ma è stata bombardata nel 2014 e, da allora, non è mai stata riparata. Questo significa che sono necessarie spedizioni frequenti.

Nel 2009 l’Unione Europea ha smesso di finanziare l’acquisto del diesel per la centrale elettrica. Fino ad allora, i fondi europei arrivavano all’Autorità Palestinese, la quale li utilizzava per pagare il carburante importato a Gaza. A quel punto è iniziata una disputa fra Hamas, che governa Gaza, e Fatah, che governa l’AP nella West Bank. Chi doveva pagare il carburante? Hamas – accusa l’Autorità Palestinese – si è rifiutata di fare la sua parte per contribuire ai fondi europei persi. Questa mancanza di collaborazione è in parte dovuta all’opposizione alle tasse imposte dall’AP sugli acquisti di carburante – tasse che l’AP difende, visto che, dice, spende altre risorse per lo sviluppo e il sostegno a Gaza. Inoltre, la centrale elettrica è gestita da un’azienda privata – eredità di Yasser Arafat – e il contratto che ha con l’Autorità Palestinese prevede che quest’ultima paghi 2,5 milioni di dollari al mese a prescindere da quanta elettricità viene prodotta.

Nel corso degli anni, gli scontri fra Hamas e Fatah sono stati centrali nella crisi energetica. Nel giugno 2017, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, e Hussein al-Sheikh, membro del comitato centrale di Fatah e ministro per gli Affari civili, provarono – tramite una forma di punizione collettiva – a fare pressione su Hamas affinché cedesse il controllo della Striscia. Chiesero quindi al governo israeliano di ridurre del 30% l’elettricità fornita a Gaza (la misura è stata poi abbandonata nel gennaio 2018).

Nel novembre 2018, il governo del Qatar ha annunciato una donazione di 60 milioni di dollari per l’acquisto di carburante, che le Nazioni Unite comprano da Israele e poi importano a Gaza, così da far funzionare ulteriori turbine nella centrale elettrica. Tuttavia, a inizio settembre il Qatar ha dimezzato i finanziamenti destinati alla Striscia.

 

Quali sono le conseguenze sulla vita a Gaza?

L’impatto di questa mancanza di elettricità è pervasivo. Basti pensare agli ospedali, che hanno bisogno di una fornitura costante di energia. Ogni volta che devono essere attivati i generatori, possono accadere degli “incidenti” che rischiano interferire sulle attività di reparti e laboratori e sul funzionamento della strumentazione. La volatilità dell’accesso alla corrente può trasformarsi in un caso di vita o di morte: per i pazienti che hanno bisogno di interventi urgenti, per quelli in terapia intensiva, per chi fa la dialisi, ecc.

L’industria agricola, poi – si legge in un esaustivo rapporto di We Are Not Numbers – impiega il 23% della forza lavoro di Gaza e fornisce buona parte dell’approvvigionamento alimentare. Ma d’estate i campi hanno bisogno di un’irrigazione frequente, per la quale serve elettricità. Inoltre, quanto raccolto rischia di andare a male velocemente se non viene conservato in frigo.

Il trattamento delle acque reflue è un altro grosso problema, perché senza elettricità non può essere costante. Circa 108.000 metri cubi di acque di scarico non trattate vengono gettati in mare ogni giorno e la carenza di acqua pulita viene così ulteriormente esacerbata. Secondo le Nazioni Unite, alcune famiglie spendono in media un terzo del proprio reddito per comprare acqua dal settore privato. Questa è comunque spesso inquinata e i bambini in particolare, nel berla, sono soggetti a malattie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rende noto che le malattie trasmesse tramite l’acqua costituiscono circa un quarto di tutte le malattie contratte nella Striscia. Il mare, poi, un tempo fonte di refrigerio e svago nelle lunghe e calde giornate estive, adesso rappresenta un rischio per la salute, alzando un altro muro, liquido, in quella che è giustamente definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo.

 

Come si vive a Gaza con poche ore di elettricità al giorno?

«È necessaria una pianificazione meticolosa», spiega un utente di Twitter J. Shawa (@shawajason) in un lungo thread. «Devi conoscere a memoria l’orario dell’elettricità nel tuo quartiere. Se hai in programma di visitare un amico fuori dal tuo quartiere, devi sapere anche il suo di orario. Non vuoi arrivare lì e scoprire che non hanno l’elettricità ed essere costretto a farti nove piani di scale a piedi! Se hai bisogno farti visitare da un medico, devi sapere anche il suo orario per l’elettricità. Praticamente devi sapere gli orari di tutti se vuoi concludere qualcosa durante la giornata.»

Per Abier Almasri, assistente di ricerca presso Human Rights Watch, non avere elettricità significa «provare a dormire con 35 gradi senza ventilatori o aria condizionata, ma con il ronzio costante dei generatori. Significa fare la doccia con solo un rivolo d’acqua, inerpicarsi per avere il portatile e i cellulari carichi, non comprare mai carne o latte per più di un giorno. Significa fare sempre le scale per evitare di rimanere bloccati in ascensore e programmare le uscite in base ai blackout».

«Quando non abbiamo la corrente la nostra vita è in sospeso», scrive ancora Almasri. «Prima di andare a dormire accendo tutti gli interruttori, così da essere certo di non perdermi l’arrivo dell’elettricità». In alcuni momenti, infatti, la corrente è disponibile solo di notte. «Quando sento la pompa elettrica dell’acqua entrare in funzione e vedo le luci accese, salto giù dal letto. La vita diventa una corsa in cui usiamo ogni minuto disponibile per fare il bucato, finire cose urgenti di lavoro, goderci un po’ d’acqua fresca. Poi le luci si spengono di nuovo».