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OPINIONI

Zappino: «Omo-lesbo-bi-transfobia problema strutturale»

L’oppressione delle donne e delle minoranze di genere e sessuali non è riducibile a qualcosa di meramente culturale né a qualcosa di “fobico”, ma la conseguenza di un vero e proprio “modo di produzione” eterosessuale. Un colloquio con l’autore di Comunismo queer

La discussione del ddl Zan alla Camera ha scatenato la violenza mediatica contro la comunità Lgbtqi+: i cattolici parlano di “legge liberticida” e Salvini farnetica di “eterofobia”. Come interpreti questo accanimento?

Si tratta di un accanimento prevedibile, già visto molte altre volte, ai limiti del noioso. Tuttavia, anche in questa noia generale possiamo riconoscergli un piccolo merito: quello di indurre noi minoranze a comprendere, una volta di più, qual è la vera posta in gioco persino dell’opposizione a una legge tanto necessaria quanto limitata, qual è quella attualmente in discussione in parlamento, promossa meritoriamente da Alessandro Zan. La posta in gioco è la conservazione dell’ordine eterosessuale. Un ordine, cioè, che si fonda sulla necessità, a tutti i livelli, di “uomini” e “donne”, di generi rigidamente binari e coercitivamente imposti, in cui gli uomini vengono prodotti come coloro che si appropriano dei corpi delle donne, li sfruttano, li molestano, li stuprano e li uccidono, e in cui le donne subiscono moralmente e materialmente l’ingiunzione a diventare proprio quei tipi di soggetti resi maggiormente vulnerabili dal funzionamento dell’ordine eterosessuale stesso.

 

In quest’ordine, le minoranze di genere e sessuali pagano in molti modi, spesso con la vita, il prezzo di sottrarsi alla riproduzione della sua violenza e della sua diseguaglianza e di sforzarsi di sperimentare nuovi modi di vivere e di relazionarsi.

 

Il fatto che una legge venga accusata di intaccare l’ordine eterosessuale, benché formalmente sia ben lungi dal farlo, è sintomatico.

D’altronde, se alcuni cattolici possono definire “liberticida” la criminalizzazione specifica di opinioni e azioni fondate sulla derisione, la discriminazione, la minaccia, l’offesa e finanche l’uccisione delle minoranze di genere e sessuali in quanto tali, è perché evidentemente ritengono che tali opinioni e tali azioni costituiscano delle libertà inalienabili che niente e nessuno può ostacolare, al punto da ritenere peggiore l’uccisione della libertà di offendere e uccidere (“liberticida”) dell’offesa e dell’uccisione di persone in carne e ossa. Ma l’aspetto che più conferma che la vera posta in gioco è la preservazione dell’ordine eterosessuale è proprio il riferimento provocatorio, da parte di un esponente della destra, alla necessità di una legge specifica contro l’“eterofobia”. Chiaramente, questo politico sa bene che le persone eterosessuali non costituiscono una minoranza, che non subiscono alcuna forma di discriminazione specifica per il fatto di essere tali e che dunque non necessitano di alcuna legge che li protegga da fenomeni che non esistono. Tuttavia, sappiamo che a commettere i crimini contro le donne e le altre minoranze di genere e sessuali sono sempre uomini eterosessuali. Il riferimento provocatorio all’eterofobia riferisce proprio della paura degli etero di perdere la propria libertà di dominare, a tutti i livelli. Questo ci offre l’opportunità di un cambio di passo nelle lotte di genere e sessuali contemporanee: non basta più dire che, come minoranze, siamo oppresse, come se tale oppressione fosse il risultato della fatalità, o di forze universali tra loro in conflitto.

 

Occorre dire che chi opprime materialmente le minoranze di genere e sessuali sono gli uomini eterosessuali, adeguatamente sorretti dai sistemi normativi fatti a loro immagine e somiglianza.

 

Anche perché non serve attendere l’ultima farneticazione di turno per sapere che, ogni qual volta si provi a dire che gli uomini eterosessuali sono gli esecutori materiali della violenza normalmente subita dalle donne e dalle altre minoranze di genere e sessuali, si viene tacciate di “eterofobia” – da nemici e amici. Finché ci si limita a parlare di omotransfobia o di misoginia come se si trattasse di fenomeni atmosferici o di psicopatologie individuali (“fobia” e “miso” indicano proprio questo), si viene più o meno tollerate come delle poverette che si occupano di cose assai meno importanti del rapporto tra capitale e lavoro. Ma se si prova invece a dire che abbiamo un problema con l’eterosessualità come sistema sociale e come rapporto sociale e che gli uomini eterosessuali costituiscono la parte più grossa di questo problema, scatta invece l’accusa di “eterofobia”.

 

Inoltre, ci sono aspetti del ddl Zan attaccati anche da alcune femministe, per le quali l’espressione “identità di genere” cancellerebbe la specificità della differenza sessuale…

Esistono sicuramente buoni motivi e buone preoccupazioni per dibattere, tra femminismo e queer, sulle questioni terminologiche e concettuali, incluse quelle relative all’“identità di genere”. La mia idea, tuttavia, è che dovremmo trovare altri modi per farlo, dai quali si evinca la necessità di lottare per una visione comune di emancipazione, anziché il desiderio sfrenato di fare puntualmente la guerra al nemico sbagliato, mentre quello giusto ride a crepapelle della nostra frammentazione. Quale forza abbiamo per lottare contro la razionalità e la pratica di quei poteri e di quei soggetti che sono responsabili della nostra oppressione, se tutte le nostre energie vengono prosciugate dalla nostra reciproca, e quasi soddisfatta, riluttanza? Nessuna forza: è per questa ragione, infatti, che a dispetto dei proclami siamo sempre meno potenti, eretiche e sovversive. Divise in piccoli clan, se non del tutto sole, la nostra principale occupazione sembra talvolta consistere nel ricavarci un posto un po’ meno all’ombra di quello dell’altra su un piccolo balcone da cui ci divertiamo a buttarci giù a vicenda, ma che è tuttavia sempre più desolato e pericolante e su cui si addensano nubi sempre più minacciose e nere.

 

Detto questo, a me sembra un buon punto di partenza che il disegno di legge tenga insieme omo-lesbo-bi-transfobia e misoginia.

 

Significa che, al netto dei suoi limiti linguistici e concettuali, la legge ritiene che l’oppressione esperita dalle donne e dalle altre minoranze di genere e sessuali sia il prodotto di una “matrice comune” – benché tale matrice comune non sia esattamente «l’odio per la diversità», come pure ho letto sulle colonne di un quotidiano di sinistra. È sempre sorprendente osservare i tenaci sforzi della sinistra di relegare l’oppressione di genere e sessuale al rango di qualcosa di puramente “culturale”! Per quanto mi riguarda, la matrice comune dell’oppressione delle donne e delle altre minoranze di genere e sessuali non è da rintracciare né in un disturbo psichico collettivo, né in un errore cognitivo, ma nel «modo di produzione eterosessuale», come l’ho definito in Comunismo queer [Meltemi, 2019, 19 euro, ndr]. E io penso che finché il femminismo e il queer continueranno a non convergere su questo punto, cogliendo ad esempio i propri interessi particolari come parti di un interesse comune, i litigi che continueranno a intrattenere saranno forse utili a dare un po’ di celebrità a qualcuna, ma inversamente proporzionali alla capacità di trasformare il modo di produzione della soggettività e della relazione sociale, avviando così una grande e promettente rivoluzione. Ci siamo annoiate tutte a morte a furia di disputare sullo statuto della differenza sessuale, dell’identità di genere o degli orientamenti sessuali! Dobbiamo accettare che tutte queste “differenze” esistono nella loro materialità, ed esistono in quanto effetti del modo di produzione eterosessuale. Esistono, cioè, in quanto diseguaglianze prodotte in seno a uno specifico rapporto sociale che produce uomini e donne in modi indistinguibili dalla gerarchia e dalla violenza. Senza dubbio, occorre spiegare in che modo la differenza sessuale è essa stessa un prodotto di questo modo di produzione, dal momento che non lo è allo stesso modo in cui lo è l’identità di genere o l’orientamento sessuale e dal momento che a ciascuna di queste produzioni fanno capo rapporti e pratiche sociali che non riguardano le donne e le altre minoranze allo stesso modo, ma anzi, le pongono spesso in scontro aperto. E questa capacità di mediazione potrebbe essere foriera di nuove alleanze tra quelle femministe per le quali è importante tenere ferma la dimensione corporea e sessuale dell’oppressione e le altre soggettività trans e queer per le quali invece questa dimensione può sembrare meno prioritaria, se non addirittura equivoca o escludente.

 

Se non troviamo una mediazione, mi sembra molto difficile adoperarci per sovvertire il modo di produzione eterosessuale da cui dipende l’oppressione comune delle donne e delle minoranze di genere e sessuali.

 

È solo se riconosciamo l’esistenza delle differenze sessuali e di genere come prodotti sociali, ai quali è sotteso uno specifico modo di produzione, che possiamo rendere più intelligente ed efficace la nostra critica, la nostra lotta e le nostre pratiche: sforzandoci, cioè, di sperimentare prassi istituenti che si oppongano alla razionalità eterosessuale sottesa alla produzione e che smantellino i suoi apparati produttivi, le pratiche sociali entro le quali i generi acquisiscono intelligibilità rafforzando incessantemente, in modi tanto deliberati quanto inconsapevoli, il loro modo di produzione. Dopo aver auspicato in modi diversi, e tutti fallimentari, la trasformazione o l’abolizione dei generi a partire dalla certezza che ciò fosse reso possibile dalla loro natura sociale e culturale – mancando dunque di far nostra l’interessante intuizione di Marx secondo cui «una persuasione popolare ha la stessa potenza di una forza materiale» – potremmo forse convergere verso l’idea che a dover essere sovvertita è la razionalità sottesa alla produzione del genere, ossia il modo in cui tale produzione avviene. Che senso ha, da un punto di vista politico, limitarci ad auspicare l’abolizione di generi già eterosessualmente prodotti in assenza di un’aggressione della complessa struttura culturale, politica ed economica che li produce? A chi giova, sempre da un punto di vista politico, sindacare sui modi in cui le singole persone sono costrette a ingegnarsi in pratiche individuali di rifiuto, rivisitazione o trasformazione del proprio genere, in assenza di un impegno comune e sovversivo verso il modo di produzione?

 

Federico Zappino

 

Vari collettivi queer stanno scrivendo documenti in cui ribadiscono di volere «molto di più del ddl Zan» in quanto improntato su un semplice dispositivo punitivo, a scapito di un cambiamento sociale radicale che metta fine a violenza e discriminazione. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo con loro. Il problema di una legge contro le “fobie” e le forme di “odio” è insito nel suo stesso oggetto. Se guardiamo al concetto di omo-lesbo-transfobia, ma la stessa cosa vale anche per quello di misoginia, scopriamo infatti che “il problema” esperito dalle minoranze non risiede nel modo in cui è strutturata la società. «Il problema», ci dicono, «è semmai di questo o quell’individuo. Il problema sta nel fatto che questo o quell’individuo hanno la testa imbevuta di pregiudizi, o dei problemi irrisolti con la propria identità». Pertanto, non resta che punire quest’individuo, o farlo curare.

Per come lo intendo, il portato psicologizzante e individualizzante della riduzione al fenomeno dell’omofobia dei problemi sistemicamente ingenerati da rapporti di forza sociali dovrebbe essere letto come causa della piena diffusione e affermazione di un più ampio discorso post-genere – o post-gender –, che leggo come correlato necessario alle esigenze di individualizzazione della razionalità neoliberista, apparentemente contrapposto al discorso anti-gender, di matrice cattolica e neo-fondamentalista. Per il discorso post-genere, le differenze di genere non intratterrebbero più alcun rapporto strutturale con il modo di produzione eterosessuale: pervenute a uno stadio di mera singolarità, non occuperebbero più alcun ruolo nelle relazioni sociali, in quelle affettive, sessuali, economiche, lavorative, né più alcun ruolo nei processi di soggettivazione, psichici e corporei. In qualche modo, il discorso post-genere è l’analogo del discorso “post-razziale”.

 

E, come ha scritto Miguel Mellino, il discorso post-razziale non è che «la condensazione feticistica, o il supplemento ideologico, di una nuova e più perversa forma di razzismo».

 

Si tratta esattamente di ciò che direi del discorso post-genere: non è che la condensazione feticistica, o il supplemento ideologico, di un nuovo e più perverso consolidamento del modo di produzione eterosessuale. La caratteristica del discorso post-genere, infatti, consiste nella sua attitudine a negare la dimensione strutturale dell’eterosessualità, il fatto che questa costituisca il presupposto per la costituzione materiale del genere, il dispositivo alla base della produzione gerarchica dei soggetti in termini di genere, e delle loro relazioni. Costruendo i generi e le loro relazioni come fenomeni scissi dalle condizioni della loro produzione, il discorso post-genere feticizza sia il genere (esplicitamente) sia l’eterosessualità (implicitamente), finendo per reificare le “differenze” fenomeniche proprio nel momento in cui se ne serve per affermare il compiuto superamento delle “diseguaglianze”. Il discorso post-genere funziona dunque come un potente dispositivo di naturalizzazione delle diseguaglianze. È attraverso la rimozione dal discorso pubblico del modo di produzione eterosessuale che il discorso post-genere ha buon gioco a inscrivere nei “gusti”, tanto quanto nelle “fobie”, rigorosamente individuali, le verità storicamente e oggettivamente prodotte dallo stesso sistema sociale eterosessuale.

Ciò non significa, tuttavia, che il disegno di legge Zan non debba essere approvato per il semplice fatto di non gettare le basi per una rivoluzione del modo di produzione eterosessuale – non potrebbe farlo e non dovremmo attendercelo. Un buon parlamentare si deve occupare di rimuovere le discriminazioni giuridiche e di sancire l’eguaglianza formale. Un buon movimento si deve occupare delle prassi trasformative e istituenti.

 

La pandemia da Covid-19 ha avuto come effetto collaterale una forte criminalizzazione delle relazioni non familistiche e non eteronormative: sia nel linguaggio mediatico che negli strumenti legislativi quali il decreto che permetteva relazioni solo tra consanguinei fino al sesto grado. Come sovvertire quanto di questo è rimasto nell’aria e incombe sul nostro futuro, rivendicando al tempo stesso il diritto alla cura di sé e della collettività?

La pandemia – o meglio, la sua gestione politica – ha avuto effetti collaterali anche peggiori di quelli che nomini. L’ingiunzione penalmente vincolante a “restare a casa” ha messo innanzitutto in trappola, spesso con i suoi carnefici, chi non aveva una casa, un reddito e chi viveva in situazioni di disagio psichico e sociale – e sappiamo bene quante donne e quante persone queer e trans vivano in situazioni di precarietà abitativa, reddituale, psichica e sociale. Le donne sono state spesso confinate in contesti eterosessuali violenti (di violenza, cioè, agita da padri, mariti, fratelli, fidanzati) e a causa della sospensione dello spazio pubblico hanno potuto contare solo su forme alquanto ridotte di sostegno da parte dei centri antiviolenza o di altre relazioni di supporto e solidarietà. Recenti statistiche ci dicono che il numero di violenze domestiche e sessuali si è triplicato nei soli mesi del lockdown. Ma ci dicono anche che un numero molto alto di donne ha dovuto rinunciare al proprio lavoro retribuito, dal momento che su di loro gravava interamente il lavoro domestico e di cura dei bambini, delle persone anziane, malate o con disabilità.

 

Si pensi inoltre agli/alle adolescenti e preadolescenti queer, trans, gay, lesbiche, bisessuali, confinati in contesti di dipendenza giuridica ed economica da genitori, nella maggior parte dei casi i padri, violenti o ostili.

 

E si pensi anche alle tante persone Lgbt, costrette spesso a ritornare dalle famiglie da cui erano state cacciate o da cui erano scappate, oppure alle sex worker, per le quali l’alternativa era rischiare la multa o non avere i soldi con cui pagare le bollette e l’affitto. L’elenco potrebbe continuare: ciò che qui si rileva è che abbiamo potuto osservare forse più da vicino gli effetti del modo di produzione eterosessuale nel governo eccezionale della crisi pandemica. Proprio per questo deve essere posto di fronte al suo limite, in modo non più dilazionabile. Questo è il prerequisito per prenderci cura di noi e della collettività – in un senso che eccede, forse, quello che intendi. Abbiamo bisogno di vivere al di fuori della violenza epistemica, relazionale ed economica indotta dal sistema sociale eterosessuale, e non solo per fronteggiare un’eventuale ulteriore crisi pandemica.

 

In Comunismo queer scrivi che la sovversione del modo di produzione eterosessuale è un prerequisito per una società basata su uguaglianza e giustizia. Quali percorsi di lotta, in tal senso, ritieni più interessanti tra quello che si muove in Italia oggi?

I recenti percorsi politici del B-Side Pride di Bologna e della Marciona Queer di Milano mi sono sembrati molto interessanti, per molti aspetti. Innanzitutto per la loro funzione di ri-politicizzazione di una forma storica di rivendicazione, quale è il Pride, dopo i molti tentativi, tutti di successo, di farli somigliare a tutto fuorché a momenti di rivendicazione sociale e politica di una società improntata a ideali di uguaglianza sostanziale delle condizioni di vita e di giustizia. In secondo luogo, perché hanno agito in chiave ricompositiva delle minoranze di genere e sessuali oppresse da una medesima matrice di oppressione, cercando di superare le difficoltà legate al fatto che le forme sociali che questa oppressione assume sono tra loro molto diverse.

 

Questi percorsi hanno dunque costituito esempi di lotte comuni in cui la diversità delle forme sociali delle oppressioni non viene né minimizzata, né relativizzata, né strumentalizzata per stabilire quali di queste forme sia più ricorrente e oppressiva delle altre, bensì è precisamente ciò che indica la forma che deve assumere una visione sovversiva comune, della comune matrice di oppressione.

 

Infine, dal punto di vista del contenuto delle rivendicazioni, questi percorsi hanno detto e scritto in vari modi che questa oppressione non è riducibile a qualcosa di “meramente culturale”, cioè di “sovrastrutturale”, né a qualcosa di “fobico”: al contrario, il modo di produzione eterosessuale crea ingiustizia e violenza economica e materiale e rende l’oppressione di genere e sessuale un’oppressione di classe. In quanto tale, necessita di interventi strutturali. La sovversione del modo di produzione eterosessuale è – a tutti gli effetti – una questione strutturale.

 

Foto di copertina dalla Marciona Queer dalla pagina Facebook di Le Pupazzare