approfondimenti

ITALIA

Contro l’escalation militare: una prospettiva transfemminista

Sabato 21 ottobre le manifestazioni contro l’escalation militare e bellica a Pisa e Palermo, ancora più necessarie dopo questi ultimi giorni in Palestina. Pubblichiamo il documento scritto da Non una di meno Pisa che offre uno sguardo transfemminista sulle mobilitazioni contro la guerra

Sabato 21 ottobre il movimento no Base, nato contro la costruzione di una nuova base militare a Coltano, scende di nuovo in piazza a Pisa perché «la lotta contro la militarizzazione e la costruzione di nuove basi militari deve intrecciarsi con la lotta per fermare l’escalation globale verso la guerra». In contemporanea si svolgerà la manifestazione anche a Palermo contro l’escalation militare e la militarizzazione dei territori. Pubblichiamo il documento scritto da Non Una di Meno Pisa, parte del Movimento No Base da quando è nato, che restituisce con chiarezza lo sguardo transfemminista con cui attraversare le mobilitazioni contro la guerra.

A distanza di tre mesi dal campeggio “Fermare l’escalation”, tenutosi a luglio nel nostro territorio su iniziativa del Movimento No Base, sentiamo l’esigenza di prendere parola. La necessità di parlare e confrontarci sui mille risvolti che assume oggi la parola “guerra” aumenta con l’espandersi della presenza militare sui nostri territori, fin dentro ogni scuola, e all’incremento dei conflitti nel mondo.

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha accelerato un processo già in atto e che, sapevamo, sarebbe andato oltre. Avevamo intuito, nelle discussioni assembleari nazionali, che la questione non poteva essere ridotta alla banalizzazione del binomio amico/nemico, ma che fosse necessario tenere al centro, e trovare il modo di esplicitare, la complessità che quel conflitto ci dava modo di osservare e analizzare. Sin da subito, abbiamo voluto sottolineare l’importanza di parlare non di “guerra” bensì di “guerre”, al plurale, nell’intento di restituire una visione più ampia degli eventi in atto, che esplicasse, nel contempo, lo sguardo transfemminista, antirazzista e anticoloniale che caratterizza il nostro movimento. 

L’invio di armi, travestito da “diritto a difendersi” si sta via via svelando per quel che è: una corsa al riarmo totale, necessaria alle nuove guerre di cui il capitalismo occidentale ha bisogno per espandersi e ristrutturarsi.

L’acquisto di armamenti ha ormai delineato una economia di guerra pronta a sacrificare, da un lato, le tenute dei territori dai quali le armi e le guerre partono. Dall’altro, le esistenze di chi vive nei territori che queste guerre le subiscono, e che si vedranno depredare delle proprie risorse a favore dell’uso e consumo della nostra parte di mondo. E si è anche palesato per quel che è: un affare miliardario a cui produttori di armi, multinazionali predatrici e stati complici e senzienti, non vogliono rinunciare, utile, inoltre, a confermare e rafforzare un modello predatorio, spacciato per democrazia, che può, così, perseverare indisturbato nelle sue azioni oppressive e repressive. 

L’escalation bellica è ormai evidente. 

E l’Italia, con i suoi venditori di morte e ministri collusi, intende giocare un ruolo di primo piano nel disegno criminoso di un neoliberismo che, alla ricerca di ulteriore valore da estrarre dai territori, ha l’urgenza di delineare il nemico di turno, per giustificare e rendere accettabili le azioni in campo, ribaltando persino la storia più recente, se necessario.

Nella Siria del nord e dell’est, così come nei territori del Kurdistan iracheno, lo stato turco agisce indisturbato uccidendo chi, ancora poco tempo fa, veniva celebratə in occidente per il grande contributo alla guerra contro ISIS. Oggi che le immagini delle giovani combattenti non sono più strumentali alla necessità di mostrarci come la parte di mondo “giusta”, dove persino le donne sono libere, in opposizione alla barbarie dello stato islamico, le uccisioni mirate delle nostre compagne, veri e propri “femminicidi di stato”, non vengono ritenuti di nessuna importanza. Anzi, meglio tacere su ciò che accade, quando si arma chi quelle donne, insieme a tanti uomini, le uccide; quando si fanno accordi con chi bombarda indiscriminatamente interi territori con il fine di distruggere un modello rivoluzionario in cui il patriarcato, l’antropocentrismo ecocida e la dominazione dell’unə sull’altrə sono strutture da abbattere e sostituire con una società femminista, ecologica, multietnica e realmente democratica. 

La prepotenza e l’ipocrisia si muovono all’unisono arrivando, in questi ultimi giorni, a sostenere l’ennesimo eccidio che Israele sta compiendo sul popolo palestinese. Si sciorinano opinioni senza cognizione di causa, si valuta col sistema due pesi due misure, si programmano addirittura invii di armi dal nostro paese in aiuto all’esercito meglio armato al mondo. Si giustifica il massacro dichiarato, si accetta che dai nostri territori, da Aviano, da Sigonella, da Camp Darby, si muovano armamenti per quella che si delinea sempre più chiaramente come la volontà di cancellazione definitiva di un popolo.

Questi contesti mettono al centro le narrazioni schierate e unilaterali che politica e mezzi di informazione divulgano, restituendoci l’urgenza di prendere parola, insieme, unitə, per dire che queste esposizioni dei fatti, decontestualizzati, parziali e privi di analisi, non ci appartengono, non parlano la nostra lingua, non dicono per noi. 

Produzione, fornitura e acquisto di armi, basi logistiche USA e NATO, narrazione unilaterale, didattica e ricerca militarizzata, abolizione di ogni sostegno alla povertà, smantellamento del sistema sanitario, tagli a ogni tipo di servizio in favore di programmi militari. Costruzione di nuove infrastrutture e hub militari, come quello che, con l’insediamento della nuova base, ultimo di tanti tasselli, si costituirebbe ancor più marcatamente sul territorio che dall’aeroporto di Pisa arriva al porto di Livorno.

Per fermare questa escalation dobbiamo intervenire su tutti questi piani. Per farlo, abbiamo,  iniziato a costruire un percorso condiviso, dalla scorsa estate, partecipato da movimenti contro la militarizzazione e contro opere e infrastrutture inutili e devastanti, realtà transfemministe, sindacati di base, comitati e collettivi per il diritto alla casa, organizzazioni studentesche e ambientaliste. Un percorso che ha visto muoversi quella parte di paese che immagina e vuole mettere in pratica un modello diverso di società e che ha raccolto e concretizzato, come uno dei passi in tale direzione, la manifestazione del prossimo 21 ottobre 2023, a Pisa e in Sicilia.

Abbiamo voluto, sostenuto e costruito, come parte del Movimento No Base, questa data,  nella convinzione che, al tentativo di militarizzare e irreggimentare la società tutta, promuovendo una cultura violenta e bellicista, dobbiamo contrapporre la nostra visione e, su di essa, costruire alternative. Sabato 21 ottobre attraverseremo le strade di San Piero a Grado (Pisa).

Perché vogliamo contrastare la cultura patriarcale, che ha la sua massima espressione nella guerra.

È ormai esplicito il legame tra l’accettazione della violenza nelle relazioni che costituiscono il tessuto sociale tra le cui maglie ci muoviamo e la normalizzazione della guerra quale unica possibile via nelle relazioni internazionali. Vorrebbero addestrarci a odiare, obbedire, subire, per essere soldatə pronti a combattere e/o cittadinə succubi e silenti, immobili nel ruolo assegnato. Manifestiamo per annullare le gerarchie di potere e dominio che ci silenziano e invisibilizzano, per mandare in frantumi la scala di valori su cui poggia il sistema che tutela il privilegio.

Per prendere parola e sovvertire le narrazioni ufficiali. 

In Italia l’informazione non crea dibattito, ma si appiattisce su una condivisione morbosa di video e notizie che strumentalizzano donne e bambinə al fine di creare empatia e consenso. A questo si aggiungono opinioni di “esperti” che si muovono, consapevoli o meno, su una verità storica, sociale e politica, artificialmente costruita, preconfezionata e pronta all’uso, discostata da quella che noi continuiamo a chiamare, ostinatamente, realtà. Come per i più efferati stupri e i femminicidi si crea una vera e propria pornografia del dolore, per allontanare, ancora una volta, lo sguardo dal punto focale che, invece, andrebbe tenuto. La violenza di genere e le guerre continuano a manifestarsi perché continuano a esistere, e si rafforzano, i presupposti culturali su cui si fondano: il potere che si muove attraverso il binomio dominio/sottomissione. Manifestiamo per prendere parola, per raccontare la storia, e il presente, con le voci di chi, dalla storia ufficiale, è statə, da sempre, omessə e cancellatə.

Perché non vogliamo più accettare la categoria di vittima.

Né quando si tratta di donne e soggettività dissidenti, né quando  lo stesso discorso si tesse intorno alla storia di un popolo. La donna-vittima-perfetta, quella di cui piangere la morte, quella che sarebbe stata meritevole di essere salvata, quella che può ambire a un riconoscimento paternalista perché non travalica i confini del ruolo di “brava figlia-brava moglie-brava madre”. E un popolo, quello palestinese, che muove a compassione quando rimane a morire lentamente,  in silenzio, in una prigione a cielo aperto. In entrambi i casi la volontà di autodeterminazione è bandita, esclusa. Pena il disconoscimento del portato di sofferenza vissuta e di violenza subita.  Manifestiamo per dire che non siamo più dispostə ad essere le vittime designate di una violenza sempre più incontenibile.

Per l’autodeterminazione, delle individualità e dei popoli. 

Come donne e soggettività dissidenti sappiamo cosa voglia dire l’impossibilità ad autodeterminare le proprie vite. Scegliere per sé e su di sé, è una delle rivendicazioni alla base del nostro transfemminismo e il primo passo per la libertà verso cui ci proiettiamo, come singolə e come collettività. La stessa dimensione va rivendicata verso intere popolazioni, soggiogate nel tentativo di annullarne l’esistenza stessa. Manifestiamo perché nessuna vita deve essere sottomessa al profitto, affermando che lə sacrificabili hanno deciso di decidere.

Contro ogni razzismo e colonialismo.

Ristabiliamo nell’ambito del colonialismo le vicende che costituiscono la storia del popolo kurdo e del popolo palestinese per riaffermare, con la nostra contrarietà ai massacri in atto, il nostro situarci nell’ottica intersezionale. Negli ultimi anni discorsi apertamente fascisti sono stati sdoganati. Discorsi razzisti si propagano, nascondendosi dietro il concetto di libertà di opinione. La criminalizzazione di chi percorre direzioni opposte si diffonde e la politica dell’ “aiutiamoli a casa loro” assume le forme di esternalizzazione dei controlli di frontiera a Stati che di democratico non hanno nulla. Con il cosiddetto “piano Mattei” si intende trasformare il nostro paese in una piattaforma da cui immettere gas dal Nord Africa verso l’Europa, sancendo nuovi affari con tali Stati. a discapito di chi dovrebbe essere accoltə, quale che sia il motivo della sua migrazione. 

Manifestiamo per impedire a vecchi e nuovi colonialismi di ridisegnare la geografia, ribellandoci perché nessunə sia più pedina nel gioco della nuova era della geopolitica.

Perché difendere i territori dalla devastazione ambientale e sociale significa difendere la vita stessa.

Il contrasto all’approvvigionamento di fonti fossili, la richiesta di azioni che rallentino e fermino i cambiamenti climatici, la necessità di un riassetto idrogeologico delle nostre città e dei tanti paesi che costellano l’italia. L’inversione rispetto allo smantellamento dei servizi sanitari e di welfare. Il bisogno di ripensare il sistema scolastico e universitario in termini inclusivi e transfemministi, perseguire il diritto non del lavoro ma dellə lavoratorə, la pretesa di “nessuna casa senza persone e nessuna persona senza casa”. Queste le lotte che quotidianamente mettiamo in campo, per rendere pratica concreta l’immaginario anticapitalista che ci muove. Manifestiamo per abbattere i privilegi di una classe politica e dirigenziale e per riaffermare il diritto di tutte, tuttu, tutti alla vita. 

Come avviene per i femminicidi e le violenze che subiamo in quanto donne etero e lesbiche, persone trans, persone non binarie e sex workers, anche per le narrazioni che riguardano la guerra siamo consapevoli che sono generate in un brodo primordiale fatto di patriarcato, razzismo, classismo e abilismo, dove si stabilisce quali corpi e quali idee abbiano spazio nella società che vogliono costruire. Così come la violenza di genere si sviluppa e accresce sotto spinte culturali e politiche di oppressione, allo stesso modo le guerre non scoppiano all’improvviso ma vengono scientemente preparate, attraverso il riarmo, ma anche attraverso il tentativo di un disciplinamento delle popolazioni, che non possiamo accettare.

Manifestiamo per ribadire che le espressioni di violenza e potere che ricadono sulle nostre vite, non sono mai fulmini a ciel sereno, ma sono volute e avallate, determinate dalla volontà politica di mantenerci confinatə nelle nostre recinzioni, solə, isolatə, impossibilitatə a cogliere la potenza dell’azione collettiva. Manifestiamo per riuscire a vedere, insieme, le infinite possibilità altre che potremmo costruire. Perché se le cose oggi sono così come le conosciamo, non vuol dire che tali debbano rimanere ancora a lungo.

Non un filo d’erba per la loro guerra. Nessuna base, né qui né altrove. Contro la loro escalation saremo rivolta!

Immagine di copertina dal manifesto delle manifestazioni contro la guerra di Pisa e Palermo