MONDO

Il Medio Oriente nel prossimo decennio

Alcuni studi evidenziano delle forti trasformazioni sociali e di mentalità della popolazione nella regione mediorientale. Quali cambiamenti attendono la regione nei prossimi anni? E qual è il futuro della questione palestinese? Un’analisi del giornale egiziano Mada Masr

La storia mediorientale è stata percorsa nel tempo da rivolte e rivoluzioni, non solo durante il secolo scorso. Dagli assetti politici e diplomatici, alle rivolte arabe e la questione palestinese, quelle istanze non sono rimaste isolate e i loro riflessi si ripercuotono oggi più che mai su popoli, geografie e sensibilità politiche, da noi lontane ma anche vicinissime. In un mondo in cui i rapporti internazionali sono così stretti, bisogna guardare in modo cosciente ai cambiamenti che già ci sono e a quelli che faticano ad evolvere, ripensando con gli strumenti giusti alle giuste domande e percorrendo le idee interne degli Stati e i relativi immaginari di potere o liberazione.

 

Uno studio svolto a febbraio 2020 (il Middle East Scholar Barometer), in collaborazione tra University of Maryland Critical Issues Poll e Project on Middle East Political Science della George Washington University ha constatato un’assenza totale di influenza dell’Egitto sul territorio circostante e della sua influenza su ciò che è stata definita – formalmente e informalmente – la leadership regionale.

 

Nella loro classifica dei paesi più influenti, il 50% degli esperti consultati considerano l’Egitto al settimo e ultimo posto per influenza, mentre il 20% lo ritengono al sesto e penultimo posto, infine soltanto il 5% di loro sostiene che l’Egitto avrebbe potuto classificarsi tra i primi tre posti per influenza (2% per i primi due posti e 3% per il terzo).

Questo fatto ha sottolineato alle élites egiziane l’importanza di condurre un dialogo per ripristinare quel ruolo di influenza all’interno di un contesto internazionale e regionale in continua evoluzione che richiederebbe istantaneamente il rinnovo di vari atteggiamenti nazionali, oramai diventati consuetudine.

 

(foto: Karen da Flickr)

 

 

Quali saranno le caratteristiche della zona nei prossimi dieci anni?

Un altro studio sul Medio Oriente evidenzia l’esistenza di determinate caratteristiche attraverso un’indagine, condotta nel periodo compreso tra 8 e 15 febbraio 2021, relativa a politiche attuali e prospettive future secondo cinque nodi problematici principali: la questione palestinese, le rivolte arabe, l’accordo nucleare iraniano e l’influenza dei paesi principali sulla regione cercando di capire, come ultimo punto, quale di questi Stati è il più influente.

L’importanza di questo sondaggio in cui sono stati coinvolti Shibley Telhami e Marc Lynch, due dei maggiori esperti di Medio Oriente, deriva da vari motivi: il più importante consiste nel fatto che è stata riscontrata un’influenza del Middle East Scholar Barometer riguardo le politiche americane rivolte al Medio Oriente, soprattutto perché l’inizio del progetto ha coinciso con l’avvio dell’amministrazione Biden, la quale ha riformulato le sue relazioni (almeno quelle più basilari) con la regione.

 

I fascicoli più importanti del sondaggio sono stati costruiti combinando la conoscenza delle tendenze politiche e delle prospettive sul futuro da parte degli esperti [*].

 

L’indagine è stata infatti distribuita a 1.293 esperti appartenenti alla Middle East Studies Society (MESA) e alla sezione Medio Oriente e Nord Africa dell’American Society of Political Science (APSA), cioè due delle più importanti comunità di ricercatori di quell’area, di cui hanno dato un responso attivo 521 persone tra scienziati e ricercatori.

 

 

A chi appartiene l’influenza oggi?

Per quanto riguarda l’attuale impatto regionale, il primato appartiene all’Iran (73%), a cui seguono Arabia Saudita (69%), Israele (63%), Turchia (51%) e solo successivamente ci sono gli Emirati Arabi e il Qatar, la cui influenza corrisponde rispettivamente al 23% e 7%; infine, l’Egitto in questa classificazione si trova al settimo e ultimo posto con il suo 5%.

Il potere nei paesi mediorientali deve rapportarsi all’influenza subita dal contesto internazionale in continuo cambiamento; le caratteristiche di questa associazione sono le seguenti:

 

  • L’influenza delle potenze internazionali sulle politiche regionali in Medio Oriente è attualmente in continuità con i comportamenti politici di dieci anni fa. Mentre il 42% degli esperti ritiene che le forze politiche internazionali avranno lo stesso impatto sulla regione, il 29% di loro sostiene che questo impatto aumenterà e il restante 28% invece che sarà sicuramente minore rispetto gli ultimi dieci anni.
  • Mentre l’influenza delle potenze internazionali sui poteri locali prosegue, le sue caratteristiche risultano multiformi agli occhi dei ricercatori: gli Stati Uniti si confermano la potenza più influente sulla politica di quelle regioni; mentre il 54% dei ricercatori ritiene che siano Cina, Russia e Unione Europea a detenere il dominio, il 38% sostiene che gli Stati Uniti rappresentino la superpotenza più influente della regione. Nonostante ciò, tre quarti di loro vedono comunque un calo dell’influenza americana sul territorio mediorientale rispetto a dieci anni fa.

 

 

(foto: #Unga da Flickr)

 

Queste tendenze, pur mettendo in evidenza il dilemma dell’egemonia e del ritiro che la politica statunitense deve affrontare nell’era post-Trump, rappresentano un’opportunità, su due livelli interdipendenti ma complementari, per i paesi della regione: innanzitutto, la costruzione di un sistema di sicurezza collettiva sul territorio a partire da una riformulazione dei rapporti tra i suoi partiti e le potenze internazionali; inoltre le tendenze studiate confermano il fatto che vi è una crescente richiesta di stabilità da parte di tutte le forze politiche locali, regionali e internazionali, indipendentemente dalle loro differenze nel determinare cosa si intende quando si parla di stabilità.

 

La questione delle relazioni con l’Iran si trova al centro dei temi sulla sicurezza regionale. È vero che l’indagine è stata condotta dal punto di vista della politica americana nei confronti della questione nucleare iraniana, tuttavia saranno le future tendenze a influenzare la situazione generale in questi luoghi.

 

Tre quarti degli intervistati (75%) sostengono che il ritorno degli Stati Uniti all’accordo nucleare iraniano, dopo il suo ritiro durante il mandato Trump, sia la strategia che ridurrebbe la probabilità dell’Iran di ottenere un’arma nucleare. Infatti il 67% sostiene che una tale strategia possa servire gli interessi degli Stati Uniti.

Circa un quarto (23%) avrebbe preferito negoziare un accordo più ampio, coinvolgendo i missili balistici iraniani ma anche la sicurezza regionale. Si noti però che l’amministrazione Biden ha scelto un’opzione strategica verso un accordo in formula 5+1 – formula che prevede la presenza dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti) più la Germania, oltre all’Unione Europea – con la possibilità di formulare una propria espansione futura.

A questo punto sorgono delle domande: la ripresa dell’accordo iraniano potrebbe far aumentare l’influenza iraniana nella regione? Porterà all’aumento delle rivalità territoriali? Aiuterà il raggiungimento di un’ulteriore normalizzazione della presenza sionista? O potrebbe essere l’inizio di un dialogo riguardo un vero sistema di sicurezza collettivo?

 

 

La continuità delle rivolte arabe

Tre quarti dei ricercatori che studiano questi territori sono dell’opinione che le rivolte che potrebbero riaccendersi attualmente derivino tutte dallo stesso punto e, continuando ad essere così, non si fermeranno: circa la metà (46%) considera le intifade arabe ancora in corso, mentre il 30% ipotizza che si verificheranno nei prossimi dieci anni; si conferma dunque con sicurezza la continuità di queste rivolte.

 

La ricerca sulla questione della continuità rispetto la quale differiscono le interpretazioni dei ricercatori, attribuendola spesso alla sopravvivenza delle cause e dei fenomeni che l’hanno strettamente prodotta, ha forse trovato un paradigma conoscitivo, relativo alle pratiche e ai valori in generale del ventunesimo secolo, diverso da quello che lo ha preceduto.

 

Questa continuità storica non significa che ci sia stata ripercussione trasformativa profonda, secondo il parere degli esperti. Gli studiosi di questi territori sono infatti consapevoli dei limiti del modello di rivolta arabo: il 54% sostiene che quel modello avrà effetti profondi ma di certo non trasformativi.

 

(foto: commons.wikimedia.org)

 

Anche se all’interno dell’indagine non è ben chiaro cosa intendano i ricercatori riferendosi a certi effetti e influenze profonde o trasformative, penso che il criterio per valutare l’andamento di queste rivolte sia la considerazione della natura del contratto sociale che risulterà solamente guardando agli sviluppi territoriali mediorientali. La stessa narrazione interna delle rivolte arabe tende a ricercare un nuovo contratto sociale, in cui lo Stato nazionale possa essere sostituito dalle attuali nuove élites e basato su libertà, democrazia, giustizia sociale, equa distribuzione delle risorse, libertà della volontà nazionale dal potere regionale e dall’egemonia internazionale.

 

 

La questione palestinese e la fine dei miti

Il sondaggio solleva una questione critica, portando le forze nazionali palestinesi e arabe a un dialogo ulteriore ma anche a un ripensamento rispetto a una soluzione, alla luce dell’attuale situazione di insediamento, normalizzazione e divisione palestinese, ma anche delle ripercussioni della primavera araba.

 

Quasi la metà degli intervistati (52%) ritiene che ormai non sia più possibile pensare a una soluzione tra gli stati, mentre il 42% la considera difficilmente probabile entro i prossimi dieci anni, rispetto al solo 6% che vede la risoluzione come certa nella decade in corso.

 

Il fatto ancora più importante, che potrebbe dare un forte impulso all’attuale lotta palestinese, è che i ricercatori riconoscono pubblicamente la natura di Israele come uno stato di apartheid. Alla domanda su cosa sia possibile fare nel prossimo decennio rispetto le relazioni tra Israele, Cisgiordania e Gaza, quasi tre quarti (77%) sostiene che ci troveremo di fronte a un unico Stato sotto segregazione. Il 17% invece ritiene che la situazione finirà con Stati uniti tra loro da disuguaglianze esponenzialmente crescenti, mentre una piccola minoranza (3%) ha affermato che si arriverà a ottenere una confederazione.

Il riconoscimento da parte di questi esperti dell’esistenza di apartheid rappresenta un’importante trasformazione storica che avrà implicazioni future per affrontare la questione palestinese, se sarà anche ben accolta dalle forze che vogliono sostenere i diritti del popolo palestinese: arrivare alla soluzione di due Stati per due popoli separati o pensare tutti insieme alla soluzione democratica della legittimazione internazionale di una sola nazione, la Palestina?

 

Traduzione dall’arabo di Miriam Aly per DINAMOpress

Immagine di copertina da United Nations Photo da Flickr

[*]: Nell’articolo originale, in arabo, tutti i sostantivi di persona utilizzati sono al maschile. La traduttrice in corso d’opera ha scelto di non variare e convertire al femminile o al neutro certe parole tramite l’uso di propri espedienti linguistici; tuttavia tiene a riportare l’attenzione pubblica su queste scelte, per riflettere collettivamente anche al rapporto tra testo e contesto durante i processi di traduzione, oltre alla generale riflessione sull’uso inclusivo dei linguaggi.

Articolo apparso il 1 marzo 2021 sul giornale online egiziano “Mada Masr“, che ringraziamo.