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#5SIC37. Storie di identità e rivalsa

Categorie identitarie, “piccole” rivoluzioni e contro-narrazioni del fallimento sono solo alcuni dei temi portati avanti dalla trentasettesima edizione della settimana internazionale della critica, una delle sezioni della mostra del cinema di Venezia più dense e politiche. Qui parliamo di “Skin Deep”, “Eismayer” e “Margini”

Un tema ricorrente in molti esordi presentati in concorso alla trentasettesima edizione della Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia è quello dell’identità. Dell’identità e del modo in cui quest’ultima si plasma e ridefinisce in seno a categorie sempre nuove. L’identità di ognuno è un qualcosa di multiforme, eterogeneo e mai domo e rappresentarne la sua densa cornucopia di significati attraverso le immagini ha rappresentato la sfida delle cineaste e dei cineasti protagonisti di quella che risulta, anno dopo anno, la sezione più prolifica, significativa e soprattutto politica di tutto il festival. A partire dallo splendido cortometraggio di apertura Pinned into a dress diretto da Gianluca Matarrese e Guillame Thomas che ci porta a conoscere i lati meno sfavillanti e glamour della vita del modello-artista e drag queen americana Kurtis Dam-Mikkelsen: una storia intimista e acuta che induce spettatori e spettatrici a domandarsi che cosa significhi vivere nel corpo che viene portato in scena esplorandone la sua geografia tattile e già definendo, in un certo senso, una delle tematiche cardini della maggior parte dei film che sarebbero stati presentati nelle giornate successive.

La questione identitaria, unita a quella della queerness e fluidità di genere sono diventate in questi ultimi anni parte del dibattito pubblico e culturale e l’audiovisivo ha saputo intercettarne l’importanza e l’urgenza.

Gli esiti a cui il cinema e specialmente la serialità televisiva sono giunti sono stati non sempre felici dal momento che, in alcuni casi, si preferiva portare avanti una tesi o un messaggio senza forme di sperimentazione artistica, linguaggi alternativi o stili diversificati. Se la riflessione sul genere e l’identità (così come quella sulla sessualità) è al centro del nostro presente, nel cinema – nella letteratura, nelle arti – non si può prescindere da una rappresentazione che ne contempli un ripensamento, una re-immaginazione. Con Skin Deep, il cineasta tedesco Alex Schaad riflette sul tema per l’appunto re-immaginandolo, riadattandone certi suoi aspetti all’immaginario di una coppia decisa a esplorare orizzonti e confini diversi da quelli imposti dalla società. A capire che cosa implichi insinuarsi nei corpi – e di conseguenza nelle vite – degli altri in un transfert (i personaggi del film lo chiamano “body swap”, letteralmente scambio di corpi) che avrebbe potuto decretare l’evoluzione o la fine della loro relazione.

Ma in uno spazio altro in cui è l’identità, il “self”, a essere messo in discussione per primo, che significato attribuiamo alla parola fine? Difficile a dirsi in un contesto socio-culturale, quello attuale messo così brillantemente a tema da Schaad, con la cui padronanza stilistica riesce a evocare, tra le altre cose, atmosfere futuriste e inquietanti alla Alex Garland (uno dei riferimenti visivi più immediati è senz’altro Devs), in cui si fa un gran parlare di “fine” della coppia tradizionale, monogamica, canonica, standardizzata. Skin Deep sembra voler mandare in fumo le categorie con cui eravamo soliti pensare i rapporti, specialmente quelli a due: emblematica, in questo senso, la scena in cui viene consumato un rapporto sessuale tra Leyla, trasferita la sua coscienza nel corpo di Roman, un altro appartenente della comunità, e Tristan, il suo compagno, che aveva scelto di rimanere dentro se stesso.

«Non importa se sono due uomini o due donne, o qualcos’altro», ha dichiarato il regista, «si tratta di persone innamorate, desiderose di sbarazzarsi di tutto ciò che le definiva, condividendo l’intimità di un momento di quel tipo». Liberarsi dalle sovrastrutture dei corpi. Una neonata idea di umanesimo, o meglio trans-umanesimo.

È la conformazione di uno spazio non canonico e distante da quello che siamo soliti abitare a definire un cambiamento. In Eismayer di David Wagner, ad esempio, sono gli ambienti angusti e grigi di una caserma militare austriaca a contenere la tormentata storia d’amore tra un sergente e un suo sottoposto. Eismayer è una specie di sergente Hartman molto più contratto e sofferente. È sposato e ha una famiglia ma è attratto dagli uomini e sono proprio le pieghe del suo volto costantemente corrugato a lasciar trasparire il suo animo irrequieto e instabile. Lo spazio della caserma, in questo caso, diversamente da quello carcerario di El Principe di Sebastian Muñoz (presentato nel 2019 sempre durante la Settimana della Critica) che pure aveva concorso a sradicare la vera natura dei protagonisti, viene percorso dalla macchina da presa in maniera circospetta e distante, quasi volesse lasciar prorompere dai chiaroscuri e tonalità di colori bui i corpi di Eismayer e Falak, che imparano gradualmente – e timidamente – a conoscersi.

La ricerca identitaria va dunque di pari passo con la ricerca di spazi immaginari e “utopici” attraverso cui poter arrivare a un’altra modalità d’esistenza. È ciò che anima i protagonisti di due film in apparenza molto diversi ma che in realtà condividono una narrazione alternativa e politica del “fallimento”: mi riferisco a Margini di Niccolò Falsetti e Tant que le soleil frappe di Philippe Petit. Entrambe sono storie di rivalsa, in Margini, da una realtà sociale deprimente e squallida, quella della provincia di Grosseto di una decina d’anni fa, in Tant que le soleil frappe, da tutto un sistema di valori, economico, culturale marcio e corrotto che l’indefesso protagonista cerca in tutti i modi di contrastare. I protagonisti di Margini riescono a far suonare i The Defense in una sala da ballo adibita a feste per anziani e bambini ma quello che era il loro sogno più grande, cioè di suonare loro stessi insieme ai The Defense, alla fine non si realizza, vengono denunciati, «la città di Grosseto sconvolta», recita il titolo in prima pagina del giornale. Hanno fallito, hanno fallito per la società, per i costumi dei propri concittadini, si ritrovano ancora nei gradini più bassi della piramide sociale.

Ma in fin dei conti non importa perché sono rimasti “fedeli alla linea”, direbbe qualcuno, hanno deciso di non conformarsi, scegliendo di vivere la propria vita con regole tutte loro, senza condizionamenti e imposizioni esterne. Lo stesso vale per l’architetto protagonista del film di Philippe Petit, Max, il cui sogno è invece quello di costruire un “giardino utopico” al centro della città di Marsiglia, uno spazio non a scopi di lucro, un punto di incontro e riscoperta della socialità e dell’altro nel marasma cittadino. Dove le persone avrebbero potuto respirare. Chiaramente il progetto è irrealizzabile e in quello spazio sarebbe stato costruito un albergo, una nemesi, l’opposto ideologico di quello immaginato da Max. «Devi essere più realista», gli viene detto dal suo capo, un architetto per lui mentore e che gli aveva proposto, dopo vari tentennamenti in merito al giardino, il progetto dell’albergo. Il film si conclude con una protesta organizzata da Max, sua moglie e i suoi compagni di lotta e una danza di corpi infinita che va avanti fino alle prime ore dell’alba.