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MONDO

Israele al voto, nulla di nuovo all’orizzonte

L’appuntamento elettorale si è tramutato una disputa tra Netanyahu e l’opposizione a Netanyahu, mentre le sorti della popolazione palestinese che vive l’apartheid e il genocidio sono sempre in pericolo

Il 27 ottobre Israele tornerà alle urne. Il paese voterà per il rinnovo della Knesset, il parlamento. Dall’esito della nuova assemblea, dipenderà il futuro governo. Il paese ha un sistema di voto interamente proporzionale, ci sono coalizioni ma è dal numero di eletti per ciascun partito che si deciderà la maggioranza futura poiché a seconda degli esiti il Presidente dello stato sceglierà a chi dare il compito di formare il nuovo governo.

Le coalizioni in campo sono due, una guidata da Netanyahu che include, oltre al Likud sia i due partiti religiosi ultra-ortodossi (uno sefardita e l’altro ashkenazi), che i due partiti di destra estrema di Smotrich e Ben Gvir.

L’altra coalizione è guidata da Eisenkot, ex-generale che capeggia una formazione centrista variegata, fondamentalmente accomunata dall’opposizione a Netanyahu e che comprende il suo stesso partito – Yashar –, ma anche il partito di Lieberman – destra sionista laica – e quello di Lapid e Bennett. Sia Lieberman che Bennett sono forti sostenitori della causa dei coloni e dell’espansione territoriale in Cisgiordania.

Ultimo partito a far parte della coalizione anti-Netanyahu è il partito “I Democratici” di Yair Golan, erede di quel che rimane della sinistra sionista che fu maggioranza del paese ai tempi di Rabin e che oggi forse non arriverà al 10%.

Vi sono infine i cosiddetti partiti arabi, ossia quelli che rappresentano i due milioni di palestinesi con passaporto israeliano che vivono soprattutto nelle zone nord del paese. Ricordiamo che invece gli abitanti di Gerusalemme Est anche se formalmente sono interamente sotto diretta giurisdizione israeliana non possono votare. 

Le liste arabe che si presentano sono due, il partito Ra’am, islamista e conservatore, e una Joint Arab list di sinistra che include anche Hadash, l’unico partito binazionale. Si stima che queste due liste insieme raccoglieranno circa il 15% dell’elettorato. Spesso sono accusate di sostenere la resistenza palestinese.

La stampa liberal di mezzo mondo tifa apertamente per la coalizione capeggiata da Eisenkot definendola l’unica speranza per la pace nell’area. Eisenkot in realtà è un politico che solo recentemente (2022) si è affacciato nell’arena elettorale. Non è una novità. La politica israeliana si è sempre contraddistinta per una serie di fluidità e trasformismi che hanno permesso coalizioni e aggregazioni di partiti e di leader.  Basti pensare che Yashar è stato fondato a settembre 2025 e oggi si stima sarà il partito più votato assieme al Likud.

A guardarle da vicino, purtroppo, per quello che riguarda la politica nei confronti della popolazione palestinese, le due coalizioni si assomigliano molto. La presenza nella coalizione “anti Netanyahu” di due falchi come Bennett e Lieberman esclude qualunque avanzamento rispetto alle politiche di apartheid in Cisgiordania e di genocidio a Gaza. Lo stesso Eisenkot con l’approssimarsi del voto ha ribadito a più riprese una serie di posizioni marcatamente di destra, quali la negazione di uno stato palestinese, la difesa delle colonie in Cisgiordania e persino ha difeso l’operato di Ben Gvir nella gestione del sistema di reclusione.

Colpisce in ogni caso il fatto che nonostante i numerosi scandali che hanno ampiamente dimostrato che il Primo Ministro fosse a conoscenza di quanto stava per accadere il 7 ottobre, questo mantenga un appoggio non scalfibile in quasi la metà della popolazione e possa contendere un’altra volta il potere. Nessun sondaggio è stato modificato a suo svantaggio all’indomani della verità emersa in modo sempre più chiaro.

Rispetto alla politica interna emergono ovviamente maggiori distinguo, la coalizione anti- Netanyahu promette di rompere con il sistema di corruzione e accentramento di potere che ha contraddistinto questi anni e che permesso a Netanyahu di rimanere al governo nonostante scandali e procedimenti penali.

Tuttavia “la questione palestinese” non è un fattore di politica estera, è consistente alla gestione quotidiana del Paese inclusa nella sua politica interna, basti pensare al ruolo dei coloni, alla militarizzazione della società fin dalle scuole, alle politiche di budget e di spesa militare nonché alle discriminazioni nei confronti della popolazione palestinese che vive in Israele.

In tutte queste politiche, ci si può aspettare scelte analoghe a prescindere da chi vinca. Parte del sostegno di cui Eisenkot gode all’estero – soprattutto negli Usa – è determinato dal fatto che viene ritenuto più moderato rispetto alle scelte di politica internazionale. Probabilmente con lui al governo Israele non avrebbe spinto Trump a iniziare la guerra all’Iran, con le conseguenze economiche e politiche che ben sappiamo, ma anche qui siamo nel campo delle ipotesi.

C’è pure una terza opzione in campo, che nessuna coalizione abbia i 61 seggi necessari a conseguire la maggioranza e a costruire un governo. A quel punto le opzioni in campo sono due: o un governo di unità nazionale – che però è improbabile viste le posizioni fortemente anti-Netanyahu dell’opposizione – oppure una richiesta di appoggio esterno a uno dei due partiti palestinesi. Tra i due il più quotato è quello conservatore, Ra’am, perché non ha le posizioni antisioniste e binazionali che contraddistinguono invece la lista di sinistra e che non potrebbero mai essere accettate dai partiti sionisti. 

Ra’am ha già appoggiato un governo con Gantz e Bennett nel 2021, ottenendo in cambio supporto economico nelle aree di Israele densamente popolate da palestinesi. Eisenkot, tuttavia, recenti dichiarazioni pubbliche, nega pure questa ipotesi.

Al di là di ogni gioco politico rimane la terribile realtà quotidiana per la popolazione palestinese che vive in Israele e per quella che vive in Cisgiordania e a Gaza. Una realtà che non cambierà con il cambio della Knesset, ma con solo una seria pressione politica esterna da parte della comunità internazionale che purtroppo non si vede all’orizzonte.

Copertina da Activestills.org, Ayman Odeh, il leader palestinese della Joint List

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