approfondimenti

EUROPA

Dal movimento studentesco ai Gilets Jeunes

Dalla rivolta delle banlieue alla convergenza con i Gilet Gialli, una nuova generazione meticcia e autonoma rilancia un ciclo di lotte meticce e intersezionali in Francia. Gli e le studenti sfidano l’austerità neoliberista e il razzismo strutturale, aprendo un nuovo fronte contro il blocco di potere macronista

Una nuova e giovanissima generazione meticcia, i Gilets Jeunes [giovani] sta sintetizzando e rilanciando tutte le ondate di lotta e i protagonisti degli anni precedenti, compresi i Gilets Jaunes [gialli], del resto ora redivivi in piazza.

Un ciclo decennale di lotte

Il movimento studentesco che da ormai più di tre settimane scuote la Francia non ha solo stravolto completamente il dibattito politico del paese, irrompendo senza invito al tavolo delle trattative intorno alla nuova, ennesima legge finanziaria lacrime-e-sangue, imponendo le sue priorità al governo e costringendolo a dei primi, timidi passi indietro. Esso costituisce soprattutto, e già fin d’ora, un passaggio storico: una tappa ulteriore all’interno del grande ciclo di lotte francesi iniziato nel 2016, innanzitutto, ma i cui effetti e significati si estendono tuttavia anche al di là di quest’ultimo per assumere i contorni di un evento propriamente generazionale.

Il primo, evidente elemento di novità a caratterizzare il movimento in corso è che si tratta della prima, grande mobilitazione studentesca iniziata, trainata ed egemonizzata dagli studenti racisés delle banlieues e delle zone più povere del paese. Una nuova generazione di banlieusards si costituisce in soggetto politico e si trascina dietro i coetanei bianchi, che non aspettavano altro.

Il tutto avviene con una spontaneità disorientante, che spazza via decenni di difficoltà di comunicazione tra i due lati della linea del colore e che sembra più che altro un dato di fatto generazionale che aspettava solo di materializzarsi (ci torniamo dopo).

Questa nuova, è il caso di dirlo, composizione politica dell’ultima generazione del proletariato racisé, ossia il suo presentarsi sulla scena politica come studenti, ha come primo effetto importante di disinnescare o meglio rendere visibile come tale il trattamento differenziato delle banlieue e dei suoi abitanti da parte delle forze dell’ordine –vale a dire il razzismo strutturale della polizia e i suoi metodi di matrice coloniale. La risposta feroce dell’apparato repressivo, che accumula a oggi quasi 8000 arresti, centinaia di feriti e diverse mutilazioni di studenti in larghissima parte minorenni (senza contare il già pesante bilancio del 17 Ottobre), è infatti tipica – pur se inedita nelle dimensioni – delle modalità di risposta poliziesche alle sommosse urbane (émeutes) delle banlieues, di solito giustificate tanto delle forze dell’ordine quanto dall’opinione pubblica francese come unica risposta possibile a movimenti prepolitici e nichilistici.

In questa occasione, tuttavia, il fatto che si sia trattato come un émeute un movimento studentesco ha reso evidente il carattere schiettamente razzista della risposta poliziesca,  sollevando un coro di critiche persino dai settori più moderati della socialdemocrazia francese e costringendo il governo a vietare l’uso delle granate assordanti e a chiedere alle forze dell’ordine di essere più moderati nei loro interventi.

La violenza invisibile subita ogni giorno dalle banlieues è balzata così improvvisamente sulle prime pagine di tutti i giornali, svelata e nominata come tale.

Pur se inaspettata nei tempi e nei modi, questa esplosione non viene dal nulla. Il movimento studentesco in corso è anzi un condensato esemplare delle lotte che lo hanno preceduto in questo ciclo. Da un lato, esso appare come l’esito ultimo di una straordinaria stratificazione di esperienze di soggettivazione politica di massa che hanno interessato i giovani francesi razzializzati nel giro di tre anni: le rivolte a seguito dell’assassinio di Nahel del 2023, il movimento pro-Palestina subito dopo e l’elezione di sindaci LFI cresciuti nelle comunità in questione. Dall’altro, il movimento si riferisce esplicitamente agli altri movimenti sociali di questi anni, dai Gilets Jaunes al movimento contro la riforma delle pensioni, incorporandone pratiche e linguaggi: dai primi, in particolare, esso riprende la natura autonoma rispetto a partiti e sindacati (i sindacati dei liceali, pur agendo come portavoce del movimento, sono largamente sovradeterminati dalla base) e la struttura orizzontale, diffusa e molecolare, nonché la pratica dei blocchi diffusi e delle manifestazioni selvagge.

Una critica materiale al neoliberalismo

Ma è soprattutto nelle sue rivendicazioni che il movimento non solo riassume le istanze delle piazze di questi anni, ma le porta a un grado ulteriore di elaborazione, producendone una sintesi più matura. Da un lato, infatti, esso si fa portavoce del rifiuto delle politiche di austerity, denunciando la distruzione dei servizi pubblici e la neoliberalizzazione della selezione universitaria e, a fortiori, dell’ingresso al mercato del lavoro, nonché l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali e la militarizzazione; dall’altro, espone il razzismo strutturale della società francese, di cui la violenza poliziesca non è che l’espressione più elementare.

Questo movimento soprattutto coglie le politiche di austerity e le disuguaglianze in quanto forme di razzismo strutturale e quest’ultimo come elemento centrale del neoliberalismo autoritario.

Così facendo, il movimento dei liceali si muove infine in direzione di quell’unione da tempo ricercata tra le istanze del proletariato e delle classi medie impoverite bianche del paese, espresse dai Gilets Jaunes e dai movimenti sindacali, e le rivendicazioni portate in questi anni dalla popolazione racisée; e, in questo modo, si pone all’altezza della nuova configurazione politica assunta dal neoliberismo francese nel suo divenire autoritario, caratterizzata (come già notavamo qui) da una convergenza oggettiva col fascismo nella forma di un nuovo patto etno-razziale necessario al proseguimento delle politiche di austerity. Il tutto in una forma finalmente offensiva, che non ha aspettato l’ennesima riforma da contestare per partire all’attacco: un’altra novità significativa rispetto ai movimenti che lo hanno preceduto.

Gli elementi di novità

Come dicevamo, il movimento in corso non è tuttavia leggibile soltanto come sviluppo ulteriore del formidabile ciclo di lotte francesi apertosi nel 2016 con la contestazione della Loi Travail; esso segna anche l’ingresso definitivo della gen-z francese sulla scena politica, configurandosi come evento propriamente generazionale. Se è infatti certamente vero che i liceali avevano già preso parte alla grande mobilitazione contro la riforma delle pensioni del 2023, nonché alle rivolte seguite all’assassinio di Nahel dello stesso anno, questo movimento li vede però finalmente come protagonisti e come forza trainante; in questo movimento, la gen-z si presenta e si rappresenta insomma come tale. Non a caso, sono frequenti i rimandi simbolici (uno su tutti, la bandiera dei pirati ispirata da One Piece) alle altre sollevazioni della stessa generazione che hanno interessato negli ultimi anni molti paesi del mondo, in particolare nel sud-est asiatico.

Ora, le caratteristiche  del movimento in corso che abbiamo analizzato sembrano poter essere ricondotte, almeno in parte, ad una tale dimensione generazionale. Non è forse un caso, in altre parole, che la giunzione politica tra popolazione francese racisée e bianca si presenti come dato di fatto proprio della generazione che ha conosciuto solo Macron come presidente e che, come effetto diretto della sua agenda neoliberale e dell’impoverimento generale che ha prodotto, soprattutto nelle classi medie bianche, si ritrova a essere la generazione socialmente più meticcia della storia del paese.

Per gli stessi motivi, non sorprende che sia proprio questa generazione, che non può che percepire neoliberali e fascisti come un unico blocco di potere, a formulare il primo attacco frontale al neoliberismo autoritario alla francese.

Al netto delle specificità della società francese, soprattutto per quanto riguarda la storia coloniale del paese, forte è del resto la tentazione di cogliere in queste caratteristiche una prefigurazione della forma e delle rivendicazioni che l’attivismo della nuova generazione assumerà in Occidente nei prossimi anni.

Un ulteriore elemento di novità del movimento in corso è il suo rapporto con il partito della sinistra di rottura e con i sindacati. Il primo ha preso immediatamente la forma di una dialettica virtuosa e, per fortuna, nettamente sbilanciata in favore dell’autonomia del movimento. Se infatti da un lato la France Insoumise esce rafforzata dalla sequenza poiché è riuscita a porsi con successo come referente istituzionale e cassa di risonanza di un movimento il cui sostegno è largamente maggioritario nel paese, per altro incorporandone nel programma alcune rivendicazioni.

Molto più interessante è l’uso che il movimento ha saputo fare del partito, e in particolare dei suoi sindaci neoeletti: e cioè come strumento di autodifesa e tutela rispetto alle violenze della polizia e di allargamento del proprio spazio autonomo di agibilità politica.

Le scene ormai celebri di sindaci insoumis che si frappongono letteralmente tra polizia e manifestanti dimostrano così in una maniera che difficilmente avrebbe potuto essere più efficace quanto scrivevamo su queste pagine pochi mesi fa, ossia che i nuovi sindaci rappresentavano «avamposti insieme difensivi e offensivi contro l’avanzata fascista, la svolta autoritaria dello Stato e il razzismo strutturale della République». Con buona pace di media e partiti di destra e del governo, che hanno passato le ultime settimane ad accusare LFI e i suoi «proxy di estrema sinistra» (e si noti il gergo militare) di aver sobillato e organizzato il movimento, è insomma piuttosto quest’ultimo a usare il partito per i suoi propri fini.

La forza espressa dal movimento è poi riuscita finora a dettare ai sindacati il calendario delle mobilitazioni, rovescando il rapporto di forza mortifero che aveva caratterizzato in larga parte il movimento contro la riforma delle pensioni. In piena negoziazione intorno alla nuova legge finanziaria, e avendo già annunciato una giornata di mobilitazione a novembre completamente slegata dal movimento studentesco, i sindacati dell’educazione si sono trovati costretti dalla spinta delle basi a dichiarare due giornate di sciopero nel giro di una settimana, assecondando così le richieste dei liceali.

Una convergenza complessa

A fronte di tutto questo, la giornata del 17 Ottobre segna per il movimento un ulteriore, e vertiginoso, salto di qualità. La scommessa di una convergenza con una nuova, possibile riapparizione dei Gilets Jaunes è riuscita ogni oltre aspettativa, con esiti pre-insurrezionali (paragonabili solo ai primi atti dei Gilets Jaunes, anche se con numeri e intensità superiori) in quasi tutte le grandi città francesi. L’imponente dispositivo poliziesco, composto da 5000 agenti solo nella capitale, è stato completamente travolto da una massa di circa un milione di manifestanti che ha ovunque rifiutato di sottostare agli esigui percorsi autorizzati dalle prefetture per prendere letteralmente il controllo dei centri cittadini, attaccando le forze dell’ordine, le sedi del potere statale,  i negozi di lusso e i supermercati. Una rivolta generalizzata e gioiosa ha finalmente trovato il modo di rispondere alle inaudite violenze poliziesche dell’ultimo mese.

Al contempo, le straordinarie piazze del 17 hanno mostrato tutta la complessità di una tale convergenza. Certo, si è assistito effettivamente a un ritorno in piazza assieme agli studenti di vecchi militanti dei Gilets Jaunes storici e, almeno in parte, del pezzo di paese di cui quel movimento era stato espressione (principalmente, le classi medie impoverite e popolari delle zone periurbane). Ben più significativo è tuttavia constatare che, molto più che ritrovare i vecchi Gilets Jaunes, i giovani e giovanissimi hanno indossato loro stessi il gilet giallo, raccogliendo il testimone lasciato da quel movimento. I nuovi Gilets Jeunes sono molto più giovani dei loro fratelli maggiori, nonché molto più razzializzati. Essi ne riprendono l’assenza di struttura e le pratiche e sono in grado di esprimere una potenza d’attacco senza precedenti recenti nella storia del paese. Ma, soprattutto, articolano una critica globale al neoliberismo macronista e al suo mondo fatto di disuguaglianze monumentali, razzismo, guerre e catastrofi ecologiche.

Il 17 Ottobre segna insomma il salto di qualità che rende il movimento studentesco un vero e proprio movimento sociale, in grado di rappresentare ed esprimere la rabbia immensa di un’intera nuova generazione di francesi e di ispirare, come si è visto in questi giorni in Italia, Belgio e Albania, i coetanei in tutta Europa.

I prossimi giorni diranno se il movimento sarà in grado di riprodursi in altre giornate di questa ampiezza e potenza, nonché di resistere alla prevedibile ondata di repressione che gli si rovescerà contro (con già più di duemila arresti nella giornata di ieri).

A tal proposito, il ministro degli interni Nuñez ha per altro presentato le sue dimissioni a seguito del clamoroso fallimento della gestione dell’ordine pubblico nella giornata, causato anche da una totale sottovalutazione del numero dei manifestanti previsti: dimissioni altrettanto clamorosamente rifiutate da Macron, prova ulteriore – se mai ce ne fosse stato bisogno – della sua sconnessione radicale dalla realtà del paese.

La prossima giornata di mobilitazione sindacale, a cui gli studenti hanno già aderito e che era stata chiamata prima della giornata di ieri, è prevista per il 5 Novembre, mentre alcune organizzazioni di Gilets Jaunes annunciano un atto II del movimento il 24 Ottobre. Al netto di queste considerazioni, però, il movimento ha già tracciato chiaramente il cammino per navigare i mesi che ci separano dalle elezioni presidenziali: quella di un movimento autonomo in grado al contempo di sostenere la sinistra di rottura, dettare a quest’ultima le sue priorità e travalicarne largamente i limiti, ossia di imporre e consolidare un dualismo di potere in grado di farsi potenza costituente.

Immagine di copertina pagina facebook della CGT

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