approfondimenti
MONDO
Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il Brasile si gioca molto più di una presidenza: al ballottaggio si scontrano un progetto di emancipazione sociale e il ritorno di un’estrema destra autoritaria, razzista e patriarcale. Fermare il bolsonarismo significa difendere la democrazia, i diritti e le conquiste popolari, in una battaglia che riguarda l’intera America Latina e l’avanzata internazionale delle destre
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%… Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte…
Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi.
Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi.
La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze culturali, ideologiche ed economiche.
Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire.
La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo.
Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro.
Senato
Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica
Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis.
Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.
Camera dei deputati
Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica
Chi sono le senatrici e deputati del bolsonarismo e della sinistra brasiliana
Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione.
Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social.
Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali.
A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica.
Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista.

Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like.
C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”.
Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di armarle di pistola.
Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.
Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato.
E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+.
Torniamo al ballottaggio dei due candidati
Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.
È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.
Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati.
La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di Lula.
La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo».
Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale.
E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.
Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni.
E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti.
L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale.
La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso democratico del termine.
Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada.
Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa.
Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di elettorato ancora indecisa.
Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale.
Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.
Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.
Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità?
Bolsonarismo e politiche pubbliche
Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre.
In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza può diventare una proposta politica molto efficace.
Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare.
In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, appare più allettante e vicina.
Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente.
Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare affidamento sulla figura salvatrice del Paese.
Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica.

Il ruolo di Trump e del Brasile nell'equilibrio dell'America Latina
Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.
Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani.
Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o centrodestra.
Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo».
Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari.
La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino.
Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e partner commerciale di primo piano.
È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno.
Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente.
Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.
Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi.
Immagine di copertina Lula official Flickr
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