approfondimenti
MONDO
La complicata transizione nella Siria del Nord-Est
Un primo bilancio della difficile transizione del Rojava dopo la caduta del regime siriano. Tra il carovita e il parziale smantellamento delle istituzioni, lo spirito autonomista curdo resiste e continua a rivendicare il proprio futuro
La dogana è affollata. In coda, osserviamo i lavoratori agli sportelli. Fate attenzione a cosa dite», ci è stato comunicato la sera prima. «C’è confusione. Non si sa chi è con noi e chi è con il governo. Non si conoscono le procedure, perché al momento non ci sono. Potrebbe volerci un po’ prima che vi lascino passare». Scrutiamo i volti che ci circondano, cercando in uno sguardo gentile e vivo la traccia di un pensiero rivoluzionario.
Passaggio di frontiera
Siamo al confine tra Siria e Iraq. Abbiamo passato i controlli delle autorità di frontiera irachene, stiamo aspettando il visto che ci permetterà di entrare in quella che era conosciuta come Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est, DAANES. Il territorio della DAANES corrispondeva a circa un terzo della Siria, un’area liberata nel corso della Rivoluzione del Rojava dal controllo del regime di Assad prima e dello Stato Islamico poi, in una guerra durata fino al 2019. In questo territorio rivoluzionari e rivoluzionarie del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dal leader Abdullah Öcalan, sono da anni implicati nella costruzione di una società libera dal sistema capitalista e statalista.
Fino a qualche mese fa, una volta superati i controlli di frontiera iracheni ad accoglierti in Siria c’erano compagne e compagni, felici di aprire le porte della propria terra a internazionalisti, solidali, giornalisti. Oggi, gli spazi vengono condivisi con inviati del Governo di Transizione Siriano sotto la guida di Hay’at Tahrir al-Sham, HTS, l’organizzazione discendente di Al-Quaeda che nel dicembre 2024 rovesciò con una guerra lampo il regime di Assad.
La presenza di inviati governativi fa parte di un più ampio processo di integrazione tra DAANES e Governo di Transizione Siriano. A seguito di un’offensiva iniziata nel gennaio 2026 da HTS, con la connivenza delle potenze occidentali e l’aperto supporto della Turchia, l’Amministrazione Autonoma ha perso un’ampia parte del suo territorio. Il 29 gennaio 2026 è stato firmato un accordo tra le Forze Democratiche Siriane, organizzazione militare di difesa della DAANES, e il Governo di Transizione Siriano. Con questo accordo, legato a un più ampio cambiamento della strategia del Movimento per la Libertà Curdo, guidato dalla volontà di spostare il terreno del conflitto da un piano militare a uno politico, è iniziata l’integrazione delle strutture dell’Amministrazione Autonoma nello Stato siriano.
Aumento del costo della vita
Le problematiche di questa fase sono fortemente sentite dalla popolazione curda e dai militanti del Movimento. «Tutto è aumentato, anche il pane costa il doppio», lamenta Beritan. Grazie al processo è stata liberata da una prigione turca a Sere Kaniye, zona occupata dalla Turchia che sta tornando sotto la sovranità dello Stato siriano. Oggi vive a Jinwar, il villaggio delle donne, modello di organizzazione autonoma e economia cooperativa.
Per molte famiglie, l’aumento del costo della vita è un aspetto centrale del processo di integrazione. Il carovita è legato all’aumento del prezzo del petrolio. Mentre prima l’estrazione di petrolio veniva utilizzata per il fabbisogno energetico della popolazione, l’accordo con il governo stabilisce che solo una piccola parte venga utilizzata a questo fine, e non è certo che esso stia venendo rispettato. Di fatto, l’esportazione del petrolio sta privando la popolazione di una risorsa fondamentale e portando a un aumento generale del costo della vita.
Un’altra causa è la perdita di terre comuni, come ci spiega Beritan: «Avevamo delle terre che coltivavamo in modo comunitario, anche per supportare le Forze Democratiche Siriane. Se ora con l’integrazione delle forze militari queste terre vanno al governo, perderemo una parte della nostra autonomia alimentare. La mentalità dello Stato vuole accaparrare tutto per sé, per questo dobbiamo costruire e rafforzare un modello opposto, in cui la terra sia di tutti e venga gestita insieme».
Beritan dà una chiara voce ai sentimenti che in forme diverse abbiamo sentito nelle nostre visite alle famiglie nelle aree rurali attorno a Qamishlo: «Il processo non è all’altezza dei nostri martiri e di quattordici anni di guerra. Abbiamo dato così tanti martiri per questo?». Nonostante tutto, rimane convinta che la pace sia “la giusta via”, una pace di cui la lotta, aggiunge, è l’elemento principale.
La difesa dell’esistenza curda
Un altro terreno di scontro rispetto alle politiche del governo centrale è l’utilizzo della lingua curda nell’istruzione. Durante i nostri pochi giorni in Rojava ci sono stati diversi scioperi nelle scuole della regione e una grande manifestazione a Qamishlo in difesa della lingua curda. Con il ritorno del sistema scolastico statale, il governo ha inserito il curdo come materia di studio a scuola e la possibilità di avere alcune materie in curdo, mentre altre, in particolare le materie scientifiche, sono in arabo o inglese. «Il nostro popolo non l’ha accettato», afferma fieramente Zilan, madre di tre figli. Ci racconta che suo figlio è stato picchiato a scuola per aver parlato curdo e che non avere la possibilità di tutto il curriculum in curdo comporterebbe dei passi indietro rispetto ai progressi ottenuti durante la rivoluzione. «Perché mio figlio dovrebbe imparare l’inglese se non conosce la propria lingua madre?», si chiede, come molte altre famiglie.
Il principio della liberazione delle donne
La rivoluzione del Rojava viene spesso descritta come la rivoluzione delle donne. L’AANES è stata costruita su questa base, con il principio dell’autonomia, ovvero la costruzione di istituzioni di donne che possano rappresentarne gli interessi a livello politico e della co-presidenza, ovvero della pari rappresentazione di uomini e donne nelle posizioni di leadership. Nel quadro del processo di integrazione, il ruolo centrale delle donne non sta venendo sufficientemente riconosciuto a livello istituzionale.
Deniz, militante del Movimento delle Donne, ci spiega: «Nella proposta di costituzione non si parla della libertà delle donne. Nelle municipalità il governo sceglie come rappresentanti ufficiali solo gli uomini. Abbiamo deciso di non accettare questa situazione e organizzato una delegazione per affrontare la questione con i rappresentanti e i consigli delle municipalità. In alcune città abbiamo avuto successo ed è aumentato il numero di donne nel consiglio». La mentalità patriarcale del governo di transizione si riflette anche nelle difficoltà a integrare le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, all’interno di strutture statali. «Non sono state accettate come esercito femminile. Negli ultimi incontri sono state accettate come parte delle forze di polizia, ma non è ancora stata trovata una formulazione comune con il governo». D’altra parte, ufficializzarsi non è un obiettivo condiviso da tutte le strutture autonome: «l’ufficializzazione può anche essere un limite, noi siamo un movimento. Ci basta la nostra forza ideologica».
Deniz sottolinea che «il movimento delle donne è più sotto attacco che mai», ma è certa che attraverso la lotta le donne possano raggiungere i propri obiettivi. La possibilità di unione con donne arabe, alevite, druse è un punto di forza della nuova fase. Deniz crede che il Movimento delle Donne Curde possa dare speranza e ispirazione alle donne della regione, e impulso per una lotta comune.
Cambiare per andare avanti
Il processo di integrazione è un importante campo di lotta, ma non l’unico. Come dice Deniz: «Dopo tutta questa lotta non possiamo chinare la testa. È necessario organizzare la società. Ovunque, dobbiamo organizzare comuni». L’aspetto del riconoscimento istituzionale, ci dice citando Abdullah Öcalan, non è che una piccola parte, il 10%, della lotta. Il 90% deve consistere nell’organizzare la società.
Zelal, giovane militante, attiva nella costruzione di una cooperativa di giovani donne nella campagna di Derik, riconosce il dolore che gli attacchi di gennaio hanno causato al proprio popolo, ma vede anche che essi «hanno rafforzato e mostrato più fortemente la contraddizione tra Stato e comune», e che attualmente «il popolo può di nuovo comprendere la realtà dello Stato» e la necessità di organizzarsi. La sua energia riflette la speranza e le possibilità insite nella fase attuale.
Difficoltà e contraddizioni restituiscono il quadro di una rivoluzione vivente, di un processo in evoluzione. Una fase si sta chiudendo, un’altra si sta aprendo, attraverso discussioni e sessioni di critica e autocritica di militanti e società, in un fermento di idee e ricerca di soluzioni.
Il Rojava non è, e non è mai stato, un’utopia cristallizzata, fuori dal tempo e dallo spazio, ma un corpo in movimento, in corsa verso un orizzonte di libertà. Senza riposo, con la consapevolezza che solo con lo sforzo si può costruire un mondo diverso. E’ forse proprio questa tensione verso il cambiamento e la libertà, la natura di una rivoluzione.
Immagine di copertina di Duncan
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