ITALIA

Cagnara in Cagnola a Milano

milano 3/10/2026 Giù le mani dalla città

Una festa e una mappa partecipata, costruita attraverso gli sguardi e le voci di chi abita quelle vie, per dire: giù le mani dal quartiere e dalla città! Il risultato è un mosaico di post-it e fili intrecciati per dire cos’è Villapizzone/Cagnola

«La libertà dove sta?» cantavano gli Assalti Frontali in una famosa traccia di una decina di anni fa; «la trovi nella mappa» era la risposta.

Ed è proprio a partire da una mappa, strumento semplice e potentissimo, che lo scorso sabato 3 ottobre, nel quartiere Villapizzone/Cagnola, è iniziata una giornata di festa, di musica e di dialoghi, con la libertà, appunto, di riappropriarsi per qualche ora di una strada – e di viverla. Chiunque sia passatə verso le 3 di pomeriggio in via Pacinotti, il tratto che unisce via Bodoni a via Plana, nell’Ovest milanese, è statə accoltə da uno striscione bianco con un’emblematica scritta rossa: “Cagnara in Cagnola”, nome che non poteva essere più azzeccato per la festa di quartiere organizzata dai due circoli Arci locali, il circolo “L’impegno” e la “Trattoria Popolare Traverso”, e dalla birreria “Ma Sì”, in collaborazione con diverse realtà e comitati della zona. .

Si è trattato di un’azione sinergica, basata sulla volontà di far rete, che ha permesso a cittadinə, attivistə, comitati, associazioni, ma anche a semplici passanti curiosə, di scendere per le strade del quartiere milanese, portando con sé progetti, attività e battaglie. Per qualche ora, tantissime persone hanno rivendicato il diritto di fare cagnara, di ballare intorno alle automobili parcheggiate, di bere e mangiare qualcosa in compagnia, di creare dialoghi circolari e di portare l’attenzione su temi decisamente attuali, aprendosi alle conoscenze e alle esperienze altrui.

In particolare, ci sono state tre linee tematiche, intervallate da momenti musicali: uno sguardo sui cambiamenti urbanistici del quartiere, un dovuto approfondimento sul caporalato legato al consolato statunitense e, infine, un’analisi di una delle trasformazioni più oscure e ancora sconosciute, quella dei data center.

Per qualche ora, via Pacinotti ha smesso così di essere una semplice strada ed è diventata luogo di scambio e libertà.

Ad aprire, letteralmente, le danze è la musica della storica Banda degli Ottoni a Scoppio che, tra canti di lotta e brani pop rifatti con trombe e fiati, chiama a raccolta tuttə quantə, suggerendo sin da subito l’atmosfera festosa della giornata. Mentre si portano sedie e tavoli in mezzo alla strada, bambinə di diverse età fanno ciò che sanno fare meglio quando si dà loro spazio e fiducia: tracciano con gessi colorati le linee e le forme necessarie per trasformare una via di solito destinata alle macchine in un meraviglioso mondo di giochi. Ecco comparire sull’asfalto una “campana”, percorsi su cui saltare la corda e andare in bicicletta, le immancabili porte dove segnare e disegni di ogni sorta.

Nel mondo delle persone grandi, inizia invece il primo dei tre dibattiti organizzati: “Come cambia il quartiere”, a cui partecipano le realtà locali attive nella difesa degli spazi dalla gentrificazione: il Comitato Bindellina, il Sicet Milano, l’Osservatoria e le attiviste della campagna “Giù le mani dalla città”.

È proprio la mappa di una parte della zona Nord-Ovest di Milano, che va all’incirca da viale Certosa alla ferrovia che passa dalla stazione di Villapizzone, il punto di partenza da cui si avvia questo primo momento; una mappa che viene distribuita allə presentə e che è riprodotta in scala più grande alle spalle di chi parla.Il presupposto fondamentale è evidente: per cercare di conoscere le trasformazioni urbane, soprattutto quelle che gettano ombre, reali e simboliche, per rivendicare “giù le mani dalla città”, è necessario impugnare con le nostre mani una mappa e riprendere metaforicamente possesso delle strade e dei servizi che vi sono rappresentati.

Vengono quindi ripercorse immaginariamente le tappe del Mappatour, ossia della passeggiata organizzata da “Giù le mani dalla città” lo scorso febbraio proprio nella zona Cagnola/Villapizzone, con lo scopo di evidenziare le ulteriori “trasformazioni” che il quartiere sta subendo. E purtroppo emerge fin da subito che gli aggiornamenti non sono positivi.

Si parte ovviamente dal mercato di piazza Prealpi, affidato assieme ad altri quattordici mercati comunali cittadini alla Sogemi Spa. Ormai chiuso da mesi, è oggetto di una pesante trasformazione che, se seguirà lo stesso percorso visto ad esempio per il mercato comunale di Lambrate, vedrà sostituite le classiche attività di frutta e verdura con marchi appariscenti e prodotti “di lusso” brandizzati ‘Foody’ (la terrificante mascotte del nefasto Expo 2015).

Lo schema, spiegano da “Giù le mani dalla città”, è quello ormai classico della foodification, neo-inglesismo con cui si indica il processo per cui anche attraverso il cibo sia possibile trasformare un quartiere e, soprattutto, il tipo di residenti che ci si aspetta di trovare. Sostituendo il commercio di vicinato con esercizi ben più esosi, vien da sé che anche la “clientela” che frequenterà il mercato sarà progressivamente sostituita. Del resto, è esattamente quello che sta succedendo anche più a Nord del quartiere – nel Certosa (Food) District. Qui, al posto di vecchi capannoni e siti industriali, vanno via via trovando spazio oltre 20 esercizi, tra ristoranti, caffè, spazi per il dopocena, dove, giusto per capire il livello, una singola colazione può arrivare facilmente ai 12€. Non è dunque affatto strano che, parlando con le persone del quartiere, questi luoghi non rientrino quasi mai negli itinerari quotidiani. Al contrario, rimane la richiesta (o forse la speranza) che il Mercato comunale non segua lo stesso destino.

Da piazza Prealpi, il tour sulla mappa ci porta all’incrocio tra via Bramantino e via Jacopino da Tradate, mentre il Sicet ci racconta lo stato di abbandono delle case popolari, o meglio, di quelle poche rimaste invendute ai privati. La strategia appare evidente: lasciare ammalorare gli edifici per spingere lə inquilinə a cercare casa altrove, cosa non proprio semplice, visto il rincaro degli affitti nella città meneghina. Siamo di fronte quindi alla stessa operazione di sostituzione sociale, a partire dai cambiamenti urbani e abitativi.

D’altronde, che anche in questo quartiere il target di residenti desiderati sia sempre più quello di chi “El gh’ha i danè” (come si dice a queste latitudini) lo dimostrano anche le costruzioni sorte negli ultimi anni. Immobili dall’estetica discutibile, dai prezzi esorbitanti e dai nomi chiaramente ammiccanti al lusso.

Ne è una prova abbastanza esplicita il complesso delle Trilogy Towers: tre grattacieli dai nomi talmente sfacciati da risultare ridicoli di Gold, Diamond e Platinum, rispettivamente di 17, 14 e 12 piani, per un totale di 130 appartamenti che, stando al sito, «andranno a creare nuovo valore per il contesto urbano». Un valore che sa di speculazione economica, aggiungiamo noi. Si trovano alla quarta tappa del tour, in prossimità di piazzale Accursio, dove si affaccia anche il vecchio edificio liberty del Tiro a Segno Nazionale, sede del futuro consolato USA e balzato notoriamente alle cronache per le vergognose vicende legate al caporalato, di cui si è poi discusso in un ulteriore momento di dibattito all’interno della giornata.

Ma le trasformazioni non sono solo i grandi progetti, le costruzioni colossali e i grattacieli lucenti. Anzi, è proprio attraverso i cantieri minori, quelli che per lə cittadinə comuni passano per lo più inosservati, che avvengono cambiamenti altrettanto mostruosi. Lo racconta bene il – mitico – Comitato Bindellina, da anni impegnato nel quartiere, che cerca di resistere a tutte le impalcature che spuntano come funghi attorno alla via che dà il nome al gruppo.

Proprio in via Bindellina, infatti, grazie ad un uso “sportivo” delle Scia, sta sorgendo a ridosso dei condomìni già esistenti un nuovo complesso residenziale di cinque piani. Prende il posto di un capannone in un cortile privato e presenta anch’esso un nome esotico: NestMi. Un “nido” che sembra una bolla energivora, che toglie spazio, aria e luce allə abitantə dei palazzi circostanti. Nella parallela via Bodoni, invece, si innalza il non meno impattante progetto PortHello (qualcunə dovrebbe lavorare meglio su questi nomi, evidentemente), che consiste nella costruzione di un condominio patinato di quattro piani, dove un attico di 182mq si aggira attorno al milione e due. Nella costruzione selvaggia, nonostante le promesse della proprietà, è stato sacrificato anche uno storico teatrino, che, insieme alla villetta adiacente, ha ospitato negli anni lotte sindacali, artisti della beat generation come l’Equipe 84, la sede dell’Arcigay locale e tante attività di comitati e realtà sociali (leggenda vuole che da queste parti sia passato addirittura Jimi Hendrix). Un edificio ricco di storia e di storie, di cui ora rimane in piedi solo una porzione di parete sgretolata, fragile emblema delle conseguenze della speculazione edilizia.

Spostandosi verso piazza Firenze, conclude l’elenco di ciò che sta accadendo al quartiere il racconto della trasformazione della ex-Caserma Montello, sede di quella che sarà la “Cittadella della sicurezza”, i cui lavori sono stati declamati da Matteo Salvini, con un improbabile video sui suoi social network. L’area di oltre 76.000 mq ospiterà oltre 2000 persone in servizio diurno e prevede la creazione di 1100 posti in alloggi per le famiglie dei poliziotti. Le realtà sociali della zona 8 di Milano chiedevano # al posto della caserma dismessa – la creazione di un Hub Polifunzionale aperto alla città con alloggi popolari, spazi culturali, laboratori artigianali e una piscina.

Le istituzioni hanno scelto di destinare 187 milioni, invece, per la più grande stazione di polizia d’Italia. Questioni di priorità. Ci guardiamo intorno e pensiamo che una fantomatica “Cittadella della sicurezza” non renderà queste strade più sicure e accoglienti di quanto hanno fatto in un pomeriggio di festa lə abitantə del quartiere.

La mappa che è stata distribuita all’inizio del dibattito non è più dunque “solo” un pezzo di carta con indicato un percorso che si snoda tra le vie del quartiere, incontrando di tanto in tanto i disegni di alcuni edifici, ma è ora diventata uno strumento da impugnare. Un dispositivo che ci aiuta a comprendere le trasformazioni urbane e che può quindi guidarci verso una maggior consapevolezza, che può tramutarsi, forse, anche in una maggiore volontà di unirsi per reagire. Alle singole mappe come detto ne corrisponde una grande: anche il suo utilizzo non termina con la fine dell’incontro, poiché rimane a disposizione di tuttə coloro che vogliono raccontare pezzi di quartiere e pezzi delle loro storie, aggiungendo le proprie impressioni su post-it, fissando luoghi importanti dei loro percorsi quotidiani – e di vita – con alcune puntine, diramando fili colorati da un punto all’altro, in una rete di linee che si intrecciano.

La giornata è proseguita poi con altri due dibattiti – inframezzati dai dj set di monsieur_dundee:

Il primo, “Caporalato a due passi da qui – cosa succede e cosa succederà al futuro consolato USA”, vede la partecipazione di Massimo Alberti (Radio Popolare) e Antonio Verona (Camera del Lavoro di Milano). L’incontro è una riflessione doverosa sui lavori per il consolato statunitense, su cui lo scorso maggio è intervenuta la procura, poiché «sono state riscontrate condizioni lavorative di “para-schiavismo”». I lavoratori, provenienti per lo più da Nuova Delhi, erano infatti pagati meno di tre euro l’ora per turni di 10-12 ore, 7 giorni la settimana. Al compenso ottenuto, inoltre, venivano sottratti quasi 900 euro per il costo del vitto e dell’alloggio. Dati insostenibili, che ci raccontano come la trasformazione del quartiere passa, ancora una volta, sulla pelle dei più deboli.

L’ultimo dibattito, prima della cena organizzata dalla Trattoria Popolare e da MaSì, riguarda infine il recente fenomeno di trasformazione urbanistica che sta investendo Milano e la Lombardia intera: “I datacenter: tra consumo di spazio ed energia”.

Se ne discute con Enrico Duranti del Comitato No DataCenter, proveniente dalla manifestazione da poco terminata a Rho, in cui moltissime persone hanno contestato questa ennesima sottrazione di spazio pubblico. Per non diventare servi dei server, questo movimento chiede che si smetta di convertire tutte le aree dismesse in centri per lo stoccaggio di dati (se ne contano già 21 in tutta la Lombardia), che si portino avanti vere valutazioni di impatto ambientale e che le istituzioni si facciano carico dei bisogni della collettività – e non solo delle Big Tech. D’altronde, è evidente come nel fenomeno dei data center i profitti siano per pochi privati, mentre il costo ambientale e sociale ricade su tutte le persone che in quei territori ci vivono. 

locandina dell’evento di IVAN HURRICANE

Le note di Dj Pettorina accompagnano poi la cena e la chiusura dell’evento, intrattenendo chi da ore “occupa” via Pacinotti. L’immagine che portiamo via con noi è quella di una strada che, fino alle dieci di sera, è stata attraversata da centinaia di persone – residenti e non – che hanno discusso, ballato, mangiato e brindato assieme, immaginando un’idea diversa di quartiere e di città.

A rendere tangibile tutto questo rimane come testimonianza attiva la grande mappa, che ci restituisce i tragitti di chi cammina per queste vie, ci racconta la percezione di luci preziose, ombre lunghe e falsi abbagli, ci fa immaginare con sogni di bimbə e desideri di qualche anziana signora. Il risultato è un mosaico di post-it di diversi colori e fili intrecciati con cui tantissimə hanno raccontato cos’è per loro Villapizzone/Cagnola.

E dunque – tornando alla canzone degli Assalti – è importante sempre ricordare di «stare in gruppo» perché «La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto».

la copertina e tutte le immagini sono di “Giù le mani dalla città”

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