ROMA

«Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato

A vent’anni dall’assassinio di Renato Biagetti, sua madre Stefania ripercorre ciò che è nato da quella morte. Renoize, le Madri per Roma Città Aperta, gli incontri con le scuole, l’unione con altre madri e una rete di relazioni arrivata fino all’Argentina e alla Palestina. Vent’anni attraversati cercando la verità e trasformando il dolore in qualcosa che potesse continuare a generare vita

A casa di Stefania Zuccari la conversazione procede per ritorni. Una domanda su Renato porta alle Madres de Plaza de Mayo, da lì alle donne incontrate in Palestina, poi a una scuola romana, a un processo seguito molti anni fa, a una telefonata, a un concerto. Il 27 agosto 2006 resta il punto dal quale queste storie continuano a partire, ma vent’anni hanno moltiplicato persone, luoghi e relazioni.

Stefania se ne accorge soprattutto guardando chi allora era troppo piccolo per ricordare o doveva ancora nascere. Pensa alle cugine di Renato, che nel 2006 erano neonate o stavano per venire al mondo e che oggi, ormai ventenni, partecipano agli appuntamenti di Focene.

La definisce «una grande gioia».

La memoria ha raggiunto persone che Renato non lo hanno conosciuto e che, negli anni, hanno scelto di farsene carico. È qualcosa che Stefania aveva già intravisto tempo fa, quando nelle iniziative per il quindicesimo anniversario aveva riconosciuto nei figli e nelle figlie dei compagni la continuità di quella storia. Oggi quel passaggio generazionale è diventato concreto.

Se attecchisce un fiore

Le scuole occupano un posto particolare nel racconto di Stefania, che per anni ha attraversato licei, università e assemblee per parlare di Renato, del fascismo e della violenza.

Ricorda un ragazzo che, durante uno di quegli incontri, le rivolse una domanda apparentemente semplice: come si fa a capire se un’idea è buona oppure cattiva?

Stefania rispose partendo da ciò in cui credeva anche suo figlio: l’inclusione, la dignità del vivere, la cura, un mondo senza barriere e frontiere. Dall’altra parte collocava le guerre, le armi, le discriminazioni e le disuguaglianze. Anni dopo quel ragazzo le disse di essere cresciuto portandosi dietro quelle parole.

È il metro con cui Stefania misura la forza di questi incontri.

«Ho sempre detto che se anche un solo fiore attecchisce e germoglia, allora ne vale la pena».

Il rapporto con le generazioni più giovani passa attraverso episodi di questo tipo, nei quali il ricordo di Renato esce dalla cerchia di chi lo ha conosciuto e diventa una domanda rivolta a persone nate anni dopo la sua morte.

Del figlio Stefania vorrebbe restasse soprattutto un modo di stare al mondo. Lo descrive come gioioso, curioso, legato alla musica, capace di incontrare le persone con apertura; ne ricorda l’avversione per la guerra e per tutto ciò che separa gli esseri umani. Vent’anni dopo, quell’immagine continua a passare attraverso le persone incontrate, nei racconti degli amici e dei compagni – che Stefania chiama figli e figlie – e nelle storie condivise con altre madri.

«Creare il bello»

Il primo gesto che Stefania ricorda, quando torna alle ore successive all’omicidio, riguarda una scelta.

Racconta l’arrivo in ospedale, la percezione immediata che Renato fosse morto e la sensazione di essere stata investita, in quel momento, da una responsabilità. Di fronte al corpo del figlio chiese a Dario, il fratello di Renato, di farle una promessa.

«Gli dissi che da lì non mi sarei mossa finché non mi avesse giurato che non sarebbe passato sangue sul sangue di Renato, perché quel sangue era mio e me lo riprendevo io».

Nei giorni successivi quella scelta prese una forma concreta. Stefania parlò ai compagni e alle compagne di Renato e indicò nella musica il modo in cui avrebbe voluto ricordare suo figlio.

«Ricordatelo con la musica. Renato è la musica. La musica è cultura e attraverso di essa si possono veicolare tanti messaggi».

Da lì nasce il percorso che porterà a Renoize, il festival organizzato ogni anno in memoria di Renato e arrivato nel 2026 al ventennale. Il nome era già quello scelto da Renato stesso per il proprio progetto musicale; lavorava come tecnico del suono e aveva approfondito la costruzione di casse e strumentazione, mentre insieme ad altri amici immaginava uno spazio dedicato alla produzione musicale.

A distanza di vent’anni, Stefania dice che ciò che è nato dopo quel 27 agosto a Focene corrisponde, in buona parte, a ciò che aveva desiderato fin dall’inizio. «Non volevo che la morte di Renato diventasse dimenticanza, cimitero, buio. Volevo che continuasse a esserci luce intorno a lui».

Quando le chiedo se la quantità di iniziative nate negli anni l’abbia sorpresa, risponde di no. La direzione era quella che aveva immaginato e voluto, anche se allora era impossibile prevederne le dimensioni.

Nel suo racconto torna una frase che contiene quasi interamente quella scelta.

«Avevo capito che se fossi rimasta piena di odio e di vendetta, non avrei creato nulla per mio figlio. L’odio distrugge, è un sentimento mortifero. Io dovevo creare il bello».

Le madri

Pochi mesi dopo l’assassinio di Renato nasce il Comitato Madri per Roma Città Aperta. Stefania racconta di averlo immaginato durante uno dei sit-in organizzati per chiedere che venisse riconosciuta la verità sull’omicidio.

Scelse una forma composta da donne.

Nel modo in cui ne parla oggi, quella decisione ha una radice precisa: la maternità come esperienza capace di opporsi alla logica della morte.

Da Roma, il percorso delle Madri ha cominciato presto a incontrare altre esperienze. Il rapporto con le Madres de Plaza de Mayo ha portato Stefania e le altre donne del Comitato fino in Argentina; nel 2017 le due realtà si incontrarono a Buenos Aires e l’anno successivo Nora Cortiñas, tra le fondatrici della Línea Fundadora, arrivò a Roma.

Stefania ricorda soprattutto la fierezza delle donne incontrate.

«Non figure pietose, ma orgogliose, resistenti, piene di luce».

Nel corso degli anni quella rete si è estesa ad altre madri e ad altre storie. Un viaggio in Palestina, organizzato dalle donne del Comitato prima della pandemia, occupa ancora un posto preciso nella sua memoria. Gli incontri con le famiglie, ma soprattutto con le donne palestinesi, la vita quotidiana sotto occupazione, la possibilità di entrare in luoghi che altrimenti avrebbe conosciuto soltanto da lontano.

Quando le chiedo che cosa accomuni esperienze tanto lontane tra loro, Stefania riconduce tutto a un sentimento di appartenenza. «È la fierezza di non aver ceduto, di non aver lasciato che il tempo coprisse tutto. Sono donne che hanno scelto di esporsi, di esserci e di continuare a camminare. Per me tutto questo significa sentire che quella storia ti appartiene e scegliere di portarla avanti».

Tuttavia, Stefania tiene a segnare le distanze tra esperienze che hanno avuto condizioni, storie e dimensioni differenti. Non paragona la propria vita a quella di una madre che vive quotidianamente a Gaza. Cerca altrove il punto di contatto. Ciò che accomuna esperienze così diverse è il passaggio da una ferita privata a una scelta pubblica, capace di tradursi in una forma concreta di azione.

È così che descrive anche le donne che hanno accompagnato il Comitato in questi vent’anni, molte delle quali erano madri di amici e compagni dei suoi figli.

«C’era la voglia di stare insieme, di abbracciarsi. È questo che caratterizza queste donne: la capacità di accogliere, di fare spazio, di tenere vicine le persone».

La verità

Nei giorni e nei mesi dopo la morte di Renato, Stefania sentì di dover combattere contro la rappresentazione della «rissa fra balordi», perché quella formula cancellava ciò che lei e la comunità intorno a Renato riconoscevano come la natura fascista dell’aggressione.

Vent’anni dopo, alla domanda se la società italiana sia diventata più capace di riconoscere la violenza fascista, risponde senza esitazione.

«La situazione è peggiorata».

Parla della deriva identitaria che incontra anche nelle conversazioni quotidiane, del razzismo espresso con naturalezza, della difficoltà di confrontarsi con persone che discutono di spiritualità, energia o dignità della vita e mantengono allo stesso tempo pregiudizi verso migranti e stranieri. È una contraddizione che continua a sorprenderla.

La sua esperienza della violenza politica, intanto, ha incrociato molte altre famiglie. Negli anni Stefania ha seguito processi e iniziative legate ad altri omicidi, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, incontrando madri e padri che avevano dovuto lottare perché la storia dei propri figli venisse raccontata senza essere deformata.

Ricorda in particolare i viaggi a Ferrara per il processo Aldrovandi.

«Lì ho vissuto proprio il male, la violenza del male, e il tentativo di farla passare come normalità. È lì che ho capito perfino meglio che cosa avessero fatto a mio figlio».

Andare ai processi, osservare le carte, vedere le fotografie e ascoltare le testimonianze diventò per lei un modo di capire ciò che, nei primi mesi dopo la morte di Renato, il dolore aveva reso quasi impossibile guardare direttamente.

Quello stesso bisogno la portò, durante il procedimento contro uno dei responsabili dell’omicidio, a fissare a lungo il ragazzo seduto sulla panca di fronte.

«Il mio avvocato mi disse: perché continui a guardarlo? Ma io dovevo guardare fino all’ultimo, vedere se da qualche parte riusciva a venir fuori almeno un “mi dispiace”».

Quel segno, racconta Stefania, non arrivò mai.

La scelta di rifiutare la vendetta, in questo senso, non ha mai coinciso con l’assoluzione di chi aveva ucciso suo figlio. Stefania distingue con nettezza le due cose. La decisione di non rispondere alla violenza con altra violenza riguardava ciò che lei e la comunità avrebbero costruito da quel momento in poi.

«Non si è portato dietro una scia di odio, di violenza, di sangue, di ritorsioni. Da un episodio come questo sono nate invece manifestazioni vitali».

Fare, fare, fare

Quando la domanda si sposta da ciò che Renato ha lasciato agli altri a ciò che questi vent’anni hanno lasciato a lei, Stefania impiega qualche secondo prima di rispondere.

Poi parla del tempo.

«Non c’è un momento della mia vita in cui il pensiero di mio figlio non sia presente. E insieme a quel pensiero c’è sempre stata la volontà di non cedere, di andare avanti, di fare, perché sapevo che la sua vita non poteva passare in sordina. C’erano i suoi pensieri, i suoi sogni, quello che avrebbe voluto dal Paese in cui viveva. È stata questa, per vent’anni, la spinta: fare, fare, fare».

Alla domanda su cosa direbbe oggi alla Stefania del 27 agosto 2006, si ferma e sembra guardarla da lontano. Poi abbassa la voce, quasi volesse avvicinarsi a quella donna di vent’anni fa e sussurrarle all’orecchio.

«Sei stata brava. Sei stata resistente».

«L’universo risponde»

Negli ultimi anni Stefania ha cominciato a mettere per iscritto una parte della propria esperienza che per molto tempo aveva condiviso soprattutto in una dimensione privata. Il libro si intitola Gli occhi di Renato. L’universo risponde, è pubblicato da Red Star Press e raccoglie il modo in cui, dopo la morte del figlio, ha interpretato una serie di esperienze, immagini, scritture e percezioni come forme di comunicazione con lui.

Me ne parla con la stessa naturalezza che ha accompagnato le ore precedenti di conversazione, tra ricordi, risate, qualche sigaretta, il racconto di manifestazioni e viaggi.

Tiene però a precisare il terreno su cui colloca questa parte della propria vita.

«Non c’entrano la Chiesa o le religioni. Per me c’entra l’energia, l’essenza del vivere».

Sono convinzioni personali, attraverso le quali Stefania ha dato un significato a esperienze vissute dopo il 2006 e che considera parte del modo in cui è riuscita ad attraversare il dolore e la perdita. Racconta di aver iniziato a scrivere, di essersi avvicinata a gruppi di studio e di aver trovato in questa ricerca un’altra forma di continuità con Renato.

La spiritualità, però, nel suo racconto torna sempre nello stesso luogo da cui erano partiti Renoize, le Madri, le scuole e i viaggi. L’idea è che il dolore possa produrre qualcosa che continui a vivere.

A un certo punto Stefania mi legge alcune righe del libro. Poi si ferma, alza gli occhi dalla pagina, mi guarda e sorride per qualche secondo prima di riprendere a parlare.

«Devi riuscire ad amare oltre. Non è facile, lo so, ma deve essere talmente grande l’amore da riuscire ad andare oltre».

Immagini di Daniele Napolitano