approfondimenti
ROMA
Opinioni a confronto e un appello per decidere il futuro di Roma
Un dibattito che è iniziato con la trasformazione dell’ex cinema Metropolitan si è allargato alla storia dei movimenti a Roma e il loro rapporto con le istituzioni. La città stretta nella morsa tra l’uso comune e solidale del tessuto urbano e la sua brutale appropriazione e messa a profitto chiede un cambio di rotta con un appello sottoscritto da molte realtà territoriali
Dieci anni fa la città è stata animata da un movimento nato per contrastare gli sgomberi di oltre 800 spazi sociali e associazioni culturali avviati dalla Giunta Marino e proseguiti con il Commissario Tronca, si è allargata discutendo di politiche di welfare, della difesa dei beni comuni e di un audit pubblico sul debito del Comune.
Sono stati due anni importanti. Fra il 2016 e il 2017 Decide Roma ha messo insieme reti civiche, spazi sociali e società civile, per disegnare una proposta per un’altra città. Sabato 6 maggio del 2017 10mila persone sono scese in piazza a gridare con forza “Roma Non Si Vende”. Si metteva in evidenza come la città fosse stretta nella morsa tra l’uso comune e solidale del tessuto urbano e la sua brutale appropriazione e messa a profitto.
Il lavoro intenso di due anni ha visto il suo culmine il 4 e 5 novembre 2017 quando si è svolto un incontro al Nuovo Cinema Palazzo incentrato su tre assi: il debito della città di Roma, motivo primario dei tagli operati dalle ultime giunte; la gestione del patrimonio pubblico e del suo uso comune; la trasformazione e valorizzazione dei territori e la capacità di resistenza in grado di immaginare una diversa rigenerazione; i servizi pubblici e la continua spada di Damocle delle privatizzazioni; il razzismo e la paura alimentati da organizzazioni e istituzioni che trasformano il volto di Roma e la sua cultura meticcia e accogliente.
Sono passati dieci anni e Roma vive ancora degli stessi mali. Potremmo incontrarci di nuovo a discutere di tutto quello che non è stato fatto e di un programma che nessuno è in grado di mettere a punto.
Le minacce di sgombero pendono ancora su spazi sociali e abitativi e la proprietà – pubblica o privata, non fa differenza – agisce il suo diritto supremo sui diritti sociali e umani delle persone, espropriandole. Il problema della casa colpisce ancora migliaia di persone. Interi pezzi di spazio pubblico sono dati in concessione a privati che li utilizzano per produrre rendita finanziaria.
Tutto come allora quando era sindaca Virginia Raggi, anzi peggio!. Avevamo individuato i problemi e indicato le soluzioni. Ma siamo ancora qui incapaci di disegnare un nuovo piano costituente per la città che sappia definire le priorità, le azioni, il conflitto, le lotte e le campagne pubbliche che insieme dobbiamo far germogliare nei nostri territori, per ribaltare l’orrore della guerra tra poveri dentro cui siamo schiacciati e la conseguente avanzata del fascismo.
La querelle di questi giorni
Potremmo chiamarla controversia o polemica o diatriba, ma il senso rimane lo stesso. Una discussione fra individui che a partire dalla sorte dell’ex cinema Metropolitan si allarga alla storia dei movimenti a Roma e il rapporto dei movimenti con le istituzioni.
L’avvio lo ha dato la critica rivolta da Valerio Carocci all’amministrazione del Sindaco Gualtieri sulla rigenerazione urbana e il recupero delle sale cinematografiche dismesse. Poi sono seguite la minaccia di presentare una lista autonoma alle prossime elezioni a Roma e una presa di posizione di alcuni attor* e regist* a sostegno del Piccolo America. Una grande visibilità culminata con un comizio prima della proiezione del film in piazza San Cosimato.
Con un lunghissimo articolo sulla piattaforma “Lucy” interviene nel dibattito Christian Raimo ricostruendo la storia dei movimenti dagli anni ’70 ai nostri giorni. E in particolare il rapporto fra movimenti e forze politiche
Raimo ricorda Sandro Medici al Municipio di Cinecittà presidente dal 2001 al 2013, protagonista di tante battaglie e azioni coraggiose. Non mette in evidenza però come quell’esperienza sia stata resa possibile dalle lotte che in quel quartiere e nella città erano state portate avanti dai movimenti: da chi non aveva una casa e ne rivendicava il diritto, da chi occupava spazi abbandonati e ne faceva spazi sociali, dalle donne che inventavano Lucha y Siesta, da chi come Don Sardelli non si arrendeva all’emarginazione dei poveri dell’Acquedotto Felice.
Raimo nella sua ricostruzione dimentica Nunzio D’Erme che è stato consigliere comunale a Roma per circa 9 anni, dal 1997 al 2006. Dal sindaco Veltroni gli era stata data la delega al bilancio partecipativo. Erano gli anni in cui l’amministrazione stava lavorando a un nuovo piano regolatore e in tutta la città nasceva una vasta rete di cittadini e cittadine, comitati, associazioni per discutere della trasformazione della città. Come portavoce di quelle battaglie Nunzio votò contro l’approvazione di quel piano nonostante la pressione della maggioranza di cui faceva parte.
Insieme a Nunzio si era presentato alle elezioni amministrative come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, Luciano Ummarino de La Strada di Garbatella. Da quei candidati indipendenti, in rappresentanza delle lotte territoriali, prese vita un laboratorio politico importante che si allargò ad altri quartieri.
A San Lorenzo nel 2013 viene proclamata la “Libera Repubblica” da residenti, student* dell’Università La Sapienza, associazioni e comitati che sottoscrivono una simbolica “dichiarazione di indipendenza” per proteggere il quartiere dalla speculazione immobiliare e dall’incuria, autogestendo spazi e servizi. Il fulcro è attorno all’esperienza del Cinema Palazzo.
Luciano Ummarino nella sua replica sul sito Lucy sulla cultura evidenzia un’altra assenza in quel racconto: «C’è un’assenza, in questo articolo, che pesa più di una citazione sbagliata: il Coordinamento dei Centri Sociali. Raimo scrive che nel 1994 “si trasforma in legge” la delibera 26, come se fosse un processo amministrativo quasi automatico, un riconoscimento concesso dall’alto a un movimento che resisteva. Le cose sono andate diversamente. Il Coordinamento — dentro cui si ritrovano Corto Circuito, Villaggio Globale, Auro e Marco e tanti altri, e a cui più avanti si aggiungerà anche La Strada di Garbatella — non si limita a occupare e resistere: elabora, discute, e per la prima volta propone alle istituzioni uno strumento giuridico capace di sciogliere una contraddizione che la città si porta dietro da decenni — spazi abbandonati da privati e da enti pubblici, restituiti alla vita da chi li occupa, e però trattati come occupazioni illegali. Apre un tavolo. Negozia. Dalla negoziazione e dal conflitto insieme, non da una concessione, nasce la delibera 26».
E si chiede anche perché in un racconto lungo cinquant’anni dei movimenti sociali non viene mai nominato il movimento transfemminista Non Una Di Meno, che dal 2016 si batte contro la violenza di genere, il patriarcato e le discriminazioni.
Torniamo al Metropolitan
Esplode, come fossa nuova, una notizia antica. Con Antonello ne scrivevamo nel 2014, quando la giunta Marino con il suo assessore Caudo metteva in scena il brutto spettacolo della rigenerazione del cinema Metropolitan cedendo ai privati maggior spazio rispetto quanto avevano già concesso Veltroni e Alemanno.
Non solo di Metropolitan scrivevamo, ma di un piano preciso che veniva messo in atto per “valorizzare” le decine di sale cinematografiche chiuse. La facoltà di Architettura aveva fatto un censimento dei locali chiusi e abbandonati chiamandoli “fantasmi urbani”.
Tantissimi cinema, fin dalla fine degli anni 70, erano stati trasformati in piscine, banche o supermercati. Quelle le tipologie che allora il mercato richiedeva. Una lenta agonia alla quale in pochi si sono opposti, attuata con semplici richieste di cambi di destinazione d’uso. Poi Rutelli e Veltroni hanno cercato di regolamentare le trasformazioni. Il risultato è il Metropolitan di oggi. 1800 metri quadri di negozi e una saletta da 100 posti.
Non esiste però solo il Metropolitan da difendere.
Censite da Cartesio-Episteme ci sono le sale cinematografiche attive a Roma dal 1950 al 1970. Si contano 74 sale di prima visione, 80 di seconda visione e 81 di terza visione. Molti cinema di quartiere e molte sale parrocchiali che consentivano anche nei territori più periferici la possibilità di vedere i film sul grande schermo. Oggi a Roma sono attive 42 sale cinematografiche.
Fra quelli chiusi e abbandonati per responsabilità delle amministrazioni che si sono succedute c’è il cinema Airone progettato da Adalberto Libera insieme all’architetto Eugenio Montuori, nell’area tra via Lidia e via Segesta confinante con il parco della Caffarella. Trasformato in discoteca e poi fallito, il Comune di Roma acquisisce il bene e appone un vincolo non solo per le sue qualità architettoniche, ma anche per la presenza di un affresco di Giuseppe Capogrossi. Tra il 2013 ed il 2015 il Comune esegue lavori di manutenzione con la speranza di preservare l’affresco e fare un primo passo verso il riuso del cinema in qualità di spazio polivalente, rivolto a proiezioni, spettacoli teatrali e conferenze. Nulla di fatto, il cinema oggi versa in uno stato di degrado e abbandono.
Del Cinema Impero a via dell’Acqua Bullicante non c’è più traccia, di recente è stato demolito per consentire al suo posto la realizzazione di uno studentato di 80 posti. L’Impero era la più grande sala realizzata a metà degli anni ’30 e contemporaneamente un identico edificio fu costruito ad Asmara, considerato uno dei capolavori mondiali dell’architettura Art Déco è tutelato dall’UNESCO dal 2017, anno in cui l’intera capitale eritrea è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità.
Dopo la chiusura negli anni ’70 il Comitato di Quartiere Tor Pignattara, assieme all’Ente Eco Museo Casilino organizza il Cantiere Impero una collaborazione tra mille cittadini e 32 imprese e associazioni della zona. Nel 2012, il progetto è pronto e prevede uno spazio per attività culturali e una sala cinema più piccola, oltre ad atelier d’artista, luoghi di co-working, teatri di posa. Il cinema non si è salvato.
C’è poi il cinema Faro al Trullo. Realizzato nel dopoguerra ha rappresentato per decenni un punto di riferimento culturale e sociale per la borgata. Poi è stato chiuso e il quartiere invaso dallo spaccio di eroina per tutti gli anni ’80, fino a quando un gruppo di ragazzi decide di riaprire il cinema. Nasce in quel luogo il Centro Sociale Occupato Ricomincio dal Faro che per trent’anni ha organizzato concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film, presentazione di libri e tanto altro. Negli anni del Covid venne chiuso. Oggi la struttura va a pezzi, la copertura è fatta con lastre di amianto, il proprietario rifiuta l’offerta del Comune che vorrebbe acquistarlo, preferirebbe cambiarne la destinazione d’uso, per trasformarla in un centro commerciale o magari in una sala slot. Oggi quel manufatto è abbandonato alla sua disperazione.
Si potrebbe continuare ancora, sono tutte sale al di fuori della ZTL delle quali nessuno chiede il salvataggio, se non le realtà sociali che abitano quei quartieri periferici abbandonati al loro destino.
Il centro storico di Roma è diventato un dispositivo di consumo. Una volta era abitato, esistevano relazioni, quotidianità. Oggi è una vetrina visitata da milioni di turisti, un grande centro commerciale a cielo aperto. Per i turisti si costruiscono alberghi di lusso, si trasformano appartamenti in case vacanza, si aprono ristoranti e show room. Non sarà facile tornare indietro, quasi impossibile salvare il Metropolitan. E ha senso chiederlo?
Chi decide la trasformazione della città
La gestione della città deve cambiare lo dicono le tante vertenze aperte che difendono il diritto all’abitare, gli spazi pubblici svenduti, gli spazi sociali sotto continua minaccia di sgombero, Il modello proposto dall’Amministrazione non risponde ai bisogni reali delle cittadine e dei cittadini. La città è disegnata dai fondi immobiliari che trasformano il patrimonio pubblico dismesso dallo Stato, per fare cassa. Il loro portafoglio è gonfio di miliardi di euro. Saranno loro a decidere su quali “pezzi edilizi” e su quali “aree” investire. Questa gestione urbana neoliberale dipendente dai capitali finanziari è facilitata da incentivi e deroghe urbanistiche concesse dall’Amministrazione.
A Roma assume un significato strategico la lotta contro il piano speculativo di Hines che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, Questa vicenda rappresenta un esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di un bene comune urbano e ambientale. Così come lo è stata la difesa strenua dell’area di Pietralata, che era destinata a parco pubblico e invece ospiterà lo stadio di una società privata con tutto ciò che verrà costruito intorno per “assicurare” la sostenibilità economica per gli investitori.
Sono tante le vertenze aperte in tutta la città. Roma ha bisogno di tutt’altro. Servono case popolari, servizi pubblici, parchi, aree verdi, reti per la mobilità, spazi per la cultura e la socialità accessibili
È quello che molte realtà chiedono con un appello lanciato da Nonna Roma che sta raccogliendo molte adesioni. La città chiede un cambio di passo. L’amministrazione non può continuare a offrire Roma a investitori privati, cambiando le regole per consentire procedure più veloci e ignorando le esigenze reali di chi la città la abita. Anche se il capitale immobiliare non si può abolire, si può regolare il suo intervento attraverso procedure pubbliche, trasparenti e partecipative.
Alla futura amministrazione le lotte attive a Roma chiedono che si ragioni sul clima, sull’energia, sulle risorse naturali, sulla vivibilità della città. Insomma un reale cambio di passo rispetto a quello che è avvenuto finora.
La discussione è aperta.
la copertina è tratta dai profili social di Fridays For Future
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