approfondimenti

Muro a Tijuana

MONDO

Mirando al otro lado: storie di donne alla Frontiera

Presentiamo un lungo reportage da Tijuana, città di frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti dove si intrecciano dure politiche di controllo delle persone con grave violenza e discriminazione verso donne e soggetti femminilizzati

Zona liminale

L’aeroporto internazionale di Tijuana è un crocevia unico nel suo genere, perché collega gli Stati Uniti al Messico. Il terminal principale in territorio messicano è collegato con un ponte a un secondo edificio che supera il confine e arriva a San Diego. Questa caratteristica rende lo spazio frenetico: il suono delle valigie che scorrono sui pavimenti lucidi si mescola al brusio delle conversazioni in spagnolo, in inglese e in molte altre lingue. All’uscita di questa torre di Babele, due file raccontano storie diverse: una è diretta verso gli Stati Uniti ed è frequentata da turisti abbronzati di ritorno da mete tropicali, coi passaporti rossi stretti in mano; l’altra, quella che porta a Tijuana, accoglie un mosaico di nazionalità. E qui si vede di tutto, dai pensionati americani in cerca di medicine a basso costo ai migranti haitiani con infradito ai piedi e un borsone a tracolla. Superati i controlli sbrigativi, mi trovo all’esterno dell’aeroporto. Senza uno spiazzo o un parcheggio in cui fermarsi, si è costretti a sbucare sull’arteria frenetica che collega il terminal al resto della città. Sono solo le 17.00 ma è già buio e il freddo penetra le ossa in profondità perché il clima desertico, qui, non ha mezze misure.

All’età di 78 anni, Madre Albertina ha dedicato oltre cinquant’anni alla vita religiosa, distinguendosi come una figura di spicco nell’accoglienza. Di statura bassa e corporatura robusta, il suo viso è incorniciato da una chioma bianca che racconta una vita di dedizione. Nonostante gli anni, traditi dal passo goffo, dietro le lenti spesse dei suoi occhiali si cela uno sguardo appassionato e risoluto, riflesso di una forza interiore inossidabile. Esperta nella gestione delle migrazioni, ha lavorato instancabilmente con la congregazione degli Scalabriniani, tracciando un percorso che va dal Brasile all’Honduras, passando per la Repubblica Dominicana. La sua carriera pluridecennale e l’esperienza internazionale la consacrano come una veterana nel campo dell’accoglienza e la portano a essere l’attuale direttrice di un rifugio per donne migranti: l’Instituto Madre Asunta di Tijuana.

Le sorelle dell’Instituto mi vengono a prendere in macchina per portarmi verso la mia nuova casa. Durante il tragitto, Albertina, con il suo spagnolo dal marcato accento brasiliano rompe il silenzio imbarazzato e mi chiede: «Hai già notato il muro?» La domanda mi lascia interdetta, finché non collego le sue parole al Muro de la Vergüenza, quella barriera che ci separa dagli Stati Uniti e che ogni anno vede passare circa mezzo milione di persone. Il muro non impressiona solo per l’altezza di cinque metri, ma soprattutto per la sua lunghezza: circa un terzo del confine totale tra Messico e Stati Uniti, lungo 3.145 chilometri. Questa monumentale struttura militare, progettata per contenere la migrazione illegale, ha avuto un costo enorme. Secondo i dati del Government Accountability Office (GAO), tra il 1994 e il 2024 il governo ha speso tra i 30 e i 70 miliardi di dollari.

Istintivamente volto lo sguardo. Lì, nel buio di un tramonto precoce, si erge il muro, altissimo e colorato di rosso cupo, un monolite che nella sua banale presenza sfida la realtà. «Lo vedi?», mi dice Albertina dal sedile di fronte, indicando con la mano lo spazio che si sviluppa oltre il muro. «Per noi, quello è el otro lado». Non gli Stati Uniti, non San Diego, ma ciò che si trova dall’altra parte del muro. Perché a Tijuana, tutto si riduce a un muro.

A global waiting room

Per allontanarsi dall’aeroporto in direzione del centro di Tijuana, si costeggia Colonia Libertad, uno dei quartieri più densamente popolati e problematici dell’intero stato della Baja California. Come molte periferie latinoamericane, questo quartiere si sviluppa in verticale, con le case che si arrampicano lungo le ripide strade dei cerros [colline, ndr]. Da lontano appare come un insieme armonico di abitazioni colorate, ma attraversandolo ci si ritrova in un caos urbanistico: edifici in lamiera, campi abitati da galline, fogne a cielo aperto e strade non asfaltate. In questo labirinto di vie polverose non è raro incontrare cani randagi o vestiti in vendita appoggiati direttamente sul pavimento, elementi in netto contrasto con le lucenti macchine sportive che ogni tanto sfrecciano per le strade e sembrano quasi un miraggio.

Tijuana è stata fondata poco più di cento anni fa, ma oggi è la sesta area metropolitana del paese, grazie alla prossimità agli Stati Uniti e la crescente industrializzazione che hanno da sempre attratto un’enorme quantità di persone. Infatti, è una città storicamente costruita dai migranti, nata come luogo di passaggio verso il confine. Vissuta come spazio transitorio, trasmette un costante senso di precarietà, con evidenti segni di trascuratezza.

Il centro è un paese dei balocchi fatto di bar, discoteche e bancarelle, mentre le periferie raccontano un’altra quotidianità. Qui, migranti e residenti vivono ai margini, in quartieri senza luce e acqua, con case instabili fatte di cartone e legno. È chiaro che chi resta lo fa più per necessità che per scelta, aspettando la possibilità di realizzare il proprio American Dream. Generazioni nate qui vivono sospese in un limbo.

Punto nevralgico di interessi globali, la composizione demografica è in costante evoluzione. Così, traiettorie impensabili fino a pochi anni fa portano in città persone da ogni angolo del pianeta. Per questa ragione, molti ricercatori vedono in Tijuana una cartina di tornasole dei flussi migratori globali.

Lavorando qui incontro Amanda, professoressa di Migration Studies negli Stati Uniti. Da quasi dieci anni vive tra Washington e Tijuana, dove ha trovato un affascinante campo di indagine. È originaria delle comunità afrodiscendenti del Brasile e lei stessa si definisce una migrante: ha lasciato il suo Paese per gli Stati Uniti, alla ricerca di sicurezza e opportunità. Con un passato nell’attivismo e nel giornalismo, e un pragmatismo che si riflette nella sua postura dignitosa e nei ricci compostamente raccolti, Amanda porta uno sguardo attento su Tijuana, una città che considera un esempio unico. «Il Messico è un caso molto interessante» dice, picchiettando una bic nera sul tavolo della cucina. «Per lungo tempo, è stato considerato un sending country, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, il paese ha guadagnato forza e sta attirando un numero crescente di migranti in transito.

In passato, molti migranti provenienti dall’America Centrale usavano il Messico come semplice paese di passaggio, e il transito era generalmente rapido. Negli ultimi dieci anni, invece, questo schema è cambiato: oggi osserviamo anche un crescente movimento migratorio dall’Asia, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Europa. I flussi non rispettano più i confini continentali, ma sono diventati a tutti gli effetti un fenomeno globale.

Io chiamo spesso Tijuana una “sala d’attesa globale”, dove le persone si ritrovano e aspettano che il loro destino venga deciso».

Foto di Sabrina Aidi

Domanda facile, risposta difficile

L’Instituto Madre Asunta AC è un rifugio di ispirazione religiosa per donne migranti e i loro figli, fondato a Tijuana nel 1994. Dall’esterno, l’edificio azzurro chiaro appare consumato dal tempo, con l’insegna che porta i segni di decenni di polvere e sole scottante. L’interno, invece, nascosto dall’alto cancello, rivela il suo vero volto solo oltrepassata la soglia: superata la reception, si apre una comoda sala d’attesa dove tantissimi orsacchiotti variopinti riempiono il grande divano di camoscio.

Nel corridoio si susseguono l’ufficio della direttrice e dell’assistente sociale, poi le voci di decine di bambini che giocano e l’odore dell’incontro delle ricette messicane, cubane, venezuelane pervadono tutti i sensi. In fondo al corridoio ci sono, i dormitori, i luoghi più intimi, con una decina di letti a castello per stanza. Nell’altra direzione, invece, si va nel comedor [Mensa, ndr], dove ogni giorno alle 12.30 e alle 18.30 le famiglie si riuniscono per la preghiera e il pasto. La religiosità del luogo è rivelata dalle pareti, punteggiate da immagini sacre e testi di varie preghiere; una di queste, recitata spesso durante i pasti, esprime gratitudine per ciò che viene offerto. Le regole sono rigide: giornate scandite, preghiere quotidiane e due messe settimanali, divieti su abbigliamento e alcol, limitazioni nell’uso del cellulare. Inoltre, un filtro sull’accoglienza esclude uomini, donne omosessuali e persone transgender.

Inizialmente, l’obiettivo di questo centro è stato offrire un rifugio d’emergenza a tutte le persone deportate dagli Stati Uniti, permettendo loro di fermarsi per qualche giorno in un luogo sicuro per riorganizzare i propri progetti di vita. Tuttavia, come molti altri rifugi a Tijuana e più in generale sul confine settentrionale del Messico, ha presto adattato la propria missione ai tempi. La stessa direttrice, Madre Albertina, mi racconta: «La vera sfida di questo lavoro è sapere che dovrai cambiare la tua natura, le tue regole, la tua stella polare. Se cambiano le politiche migratorie, cambi anche tu».

Con l’introduzione di nuove misure da parte degli Stati Uniti, come il piano Remain in Mexico e il Title 42, la demografia della città ha subito una trasformazione significativa. Infatti, mentre Remain in Mexico ha portato migliaia di persone al confine ad attendere asilo umanitario, l’introduzione nell’epoca del Covid-19 del Title 42 ha reso la deportazione più semplice.

In questo modo, Tijuana è diventata un centro nevralgico dove chi vuole migrare condivide la scena con chi è stato invece espulso dagli USA. Questo ha spinto molti centri, come l’Instituto Madre Asunta, a trasformarsi da strutture di emergenza a rifugi temporanei. Secondo l’ultimo regolamento del centro, le donne con i loro figli possono rimanere non oltre i tre mesi. Tuttavia, la realtà ha visto molte di loro prolungare la permanenza fino a cinque mesi o più.

Elizabeth è la psicologa infantile del centro, originaria dello Stato di Sinaloa. Con il viso rotondo e gli occhi a mandorla, ha una incredibile capacità di trasmettere affetto e calore in qualsiasi momento della giornata. Sempre circondata da bambini che le cingono le gambe, sceglie abiti colorati e brillanti, portando un tocco di allegria in ogni stanza che attraversa. Quasi cinquantenne e madre di tre figli, incarna un senso innato di maternità.

Il suo ufficio, seppur piccolo e un po’ buio, è un rifugio di creatività: giocattoli, cartelle cliniche e una pila di disegni colorati riempiono lo spazio. Qui il personale trascorre molte ore pianificando attività per i bambini del rifugio.

Un giorno, proprio lì, mentre condividiamo racconti sulla nostra terra d’origine, le chiedo cosa l’abbia spinta a lasciare Sinaloa. Esita per un secondo. Il silenzio è evidente. Le chiedo allora se sia una domanda difficile. Con un sorriso affettuoso, ma attraversato da nostalgia, risponde: «No, la domanda è semplice. Ma la risposta è difficile».

La famiglia di Elizabeth ha vissuto il desplazamiento forzado interno, lo sfollamento forzato interno.

In Messico, questo fenomeno riguarda persone e comunità costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri climatici o, più spesso, di violenza strutturale e sistemica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre(IDMC), tra il 2008 e il 2025 il numero di sfollati interni nel Paese ha raggiunto un totale di 390.000 persone. L’88% riguarda nuclei familiari, soprattutto nelle comunità indigene. Le donne rappresentano il 57% degli sfollati, gli uomini il 43%. Gli stati più colpiti sono Michoacán, Chiapas e Zacatecas, con Michoacán che da solo concentra quasi la metà dei casi.

Nel caso degli sfollamenti legati alla violenza, le forme più frequenti includono l’uso di armi da fuoco, la presenza di gruppi armati, la distruzione di proprietà, minacce, saccheggi e omicidi.

In un contesto in cui questo fenomeno è così diffuso, non sorprende che anche la famiglia di Elizabeth ne abbia fatto esperienza. Sinaloa, il suo stato d’origine, è l’epicentro di uno dei cartelli più potenti del Messico, con operazioni che si estendono oltre i confini nazionali.

Elizabeth, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, mi racconta: «Ricordo mia madre svegliarsi presto, come sempre, perché nelle campagne ci si alza all’alba. Quella mattina, aveva notato un via vai incessante di auto di fronte alla nostra casa. Non si era accorta degli spari, iniziati alle quattro. Ma quando si era resa conto del trambusto, è andata a trovare uno zio che le ha raccontato l’intera vicenda. Erano stati avvertiti che a mezzogiorno nessuno doveva trovarsi nel ranch. La minaccia era scritta con del sangue ed era già stata uccisa una donna, suo marito e suo figlio. La città cadde in una psicosi generale. In quel momento, le persone hanno cominciato a caricare le loro cose più preziose nelle auto.

Quando mia madre si era resa conto della gravità della situazione, è tornata a casa. Mio padre non c’era; era in città. Chiedendosi cosa fare e con chi andare, mentre molte auto già partivano, alla fine, ha preso la sua borsa e vi ha infilato dentro le cose più importanti. È andata dallo zio e insieme sono fuggiti, seguendo il gruppo di auto in carovana. Alle 10:11 del mattino, il ranch era rimasto deserto. Le persone rimaste sole nel ranch non avevano un’auto per fuggire, così hanno iniziato a camminare. Hanno camminato per giorni, nascondendosi tra le colline, perché subito dopo la partenza della carovana sono arrivati i sicari del crimine organizzato. Chi è rimasto nel ranch si è trovato faccia a faccia con uomini armati. Non c’erano più vicini, solo auto che sfrecciavano e spari ovunque».

Gli effetti di questo fenomeno sulle comunità sono devastanti perché, come continua Elizabeth con un filo di voce, sfregando nervosamente le mani: «Anche se le famiglie hanno trovato nuove forme di vita in altri luoghi, questo non significa che non siano private di tutto ciò che avevano. Oltraggiati è la parola giusta. Le cose materiali possono andare e venire, ma la loro stabilità emotiva è perduta per sempre. Quando ti tolgono ciò che ami di più — il tuo lavoro, la tua stabilità — inizi a decadere. I miei nonni sono morti aspettando di tornare al loro ranch, desiderando con tutto il cuore quel ritorno. Si sono ammalati, ma anche nonostante le cure, la loro salute fisica non contava più. Era la salute emotiva a mancare e questo è il danno più grande per uno sfollato o un migrante.

Io questo non lo dico alle persone del centro, ma — purtroppo — nulla torna uguale a prima: anche il cibo non ha più lo stesso sapore».

Manifestazione per l’8 Marzoi.

La guerra invisibile

Tutto questo accadeva nel 2012, ultimo anno del mandato del presidente Felipe Calderón Hinojosa, ricordato per l’Iniziativa Mérida sottoscritta nel 2007 con l’allora presidente statunitense George W. Bush. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti fornissero risorse economiche per combattere i cartelli in Messico e delineava quattro punti programmatici per i due paesi: incidere sulla capacità organizzativa del crimine organizzato, istituzionalizzare la capacità di mantenere lo stato di diritto, rafforzare i confini e costruire comunità forti e resilienti.

Nonostante questa ampia progettualità, gran parte dei fondi è stata destinata alla lotta armata contro il narcotraffico, concentrandosi sulla cattura dei leader dei cartelli e sul sequestro della droga. Messico e Stati Uniti, tuttavia, hanno in larga parte trascurato il tema dell’impunità e della corruzione all’interno delle istituzioni, intervenendo soprattutto a livello federale e lasciando sullo sfondo le necessità dei contesti locali.

Paradossalmente, questo approccio ha rafforzato i cartelli, aumentando il numero e la violenza, e alimentando sanguinosi scontri per il controllo del territorio. Una fonte anonima, che ha scelto di rimanere tale per ragioni di sicurezza, afferma: «Non esiste una cosa come la guerra contro il narcotraffico. Perché il narcotraffico sono tutti loro: in Messico il narco è un affare dell’esercito e lo è sempre stato. Non esiste una divisione netta tra governo da una parte e cartelli dall’altra: il Messico è un narco-stato.


Ai tempi di Calderón c’era solo El Chapo [Joaquín Guzmán, a capo del cartello di Sinaloa, ndr]. Ma con la strategia di decapitare i leader dei cartelli, ogni volta che se ne eliminava uno ne emergevano sette, perché altri volevano prendere il controllo. Così sono nati più cartelli, sempre più violenti.



Venti anni dopo, siamo arrivati a questo: spari e sirene fanno parte del paesaggio sonoro di Tijuana e di gran parte del Messico. Eppure pochi riconoscono che siamo in guerra civile».

Nel 2006 c’erano sei cartelli di grande potenza distribuiti sul territorio, mentre, oggi, secondo il report di AC Consultores, il Messico ne conta oltre 175. Questa frammentazione, oltre a generare più violenza, crea maggiori problemi per il governo, perché le organizzazioni più piccole sono meno visibili e si diffondono molto più in fretta sul territorio. Secondo alcuni esperti, come il giornalista francese Frédéric Saliba, questo fenomeno è descrivibile come l’effetto scarafaggio: proprio come lo scarafaggio si sposta dalla cucina in cui si trova per non essere scoperto una volta accesa la luce, così le reti criminali si spostano in città, stati o regioni vicini alla ricerca di rifugi più sicuri con autorità statali più deboli.

Sempre secondo il report, nel 2024 l’81% del territorio è stato teatro di guerre sanguinarie tra gruppi criminali e 108 milioni di abitanti sono oggi a rischio per il crimine organizzato.

Casi come quello di Elizabeth, in cui intere comunità vengono sfollate, quindi, non sono rari. Anzi. Nel 2021, Tijuana ha accolto 15.000 persone in una settimana quando tre comunità vicine, provenienti dal Michoacán, sono state simultaneamente sfollate.

Le cause dietro questi attacchi sono diverse. Nel caso del ranch della famiglia di Elizabeth, l’obiettivo era trasformare i campi in piantagioni di marijuana per alimentare il commercio su quel territorio, almeno fino a quando non fossero stati individuati dalle forze dell’ordine. Esaurito lo sfruttamento, i terreni vengono spesso abbandonati. Il Messico è oggi costellato di città fantasma: dopo lo sfollamento, infatti, nessuno ha il coraggio di tornare.

Questi eventi, pur essendo degli evidenti segnali di una crisi umanitaria, non sono i più diffusi. Al contrario, la vera emergenza che sta attraversando il Paese è quella degli sfollamenti di natura privata. Spinti da motivazioni diverse — la protezione dei figli dal reclutamento forzato del narcotraffico, l’impossibilità di pagare il pizzo o la fuga dalla violenza domestica — questi movimenti sono frammentati, quasi invisibili nelle statistiche nazionali.

«¡Vivas nos queremos!»

L’8 marzo a Tijuana è un’esplosione di verde, viola e nero con striscioni e pañuelos che riempiono le strade. Il corteo è caotico e rumoroso: urla di dolore, musica vivace e giovani con passamontagna nero scrivono sui muri scritte come: aborto libero e sicuro subito!

Ogni volto racconta storie uniche di dolore e di resistenza. C’è chi passeggia con un cartello, chi tinge il suo volto con due mani impresse dalla vernice rossa e chi sventola una bandiera messicana, sulla quale il rosso simboleggiante il sangue versato dagli eroi nazionali è sostituito dal viola, rivendicazione di un Messico femminista. L’atmosfera è carica di calore e solidarietà mentre le donne, unite, occupano le strade del centro rispondendo ai clacson impazienti con sorrisi e pugni alzati.

La rabbia è tangibile e in quel momento tutte le presenti partecipano insieme all’esperienza di lotta e dolore delle loro compagne. Mentre cori come «Viva se la llevaron, viva la queremos» (Viva l’hanno portata via, viva la rivogliamo) riempiono l’aria, molte ragazze piangono e si stringono nel dolore.

Quelle parole non sono solo rivendicazioni urlate al vento, ma testimonianze pulsanti di traumi e ingiustizie vissuti. Tra le manifestanti, alcune brandiscono martelli e mazze, spazzando via vetrine nelle vie centrali. E, mentre una folla riempie sempre più densamente la piazza del municipio, vedo un’adolescente accasciata per terra a singhiozzare. Sola, porta con sé un cartellone viola su cui c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con lunghi capelli neri e occhi sorridenti. Sopra la foto una scritta: «Justicia Por Marìa».

Su un lato del municipio si erge il monumento ai caduti, sobrio e semplice, con stemmi degli eroi di guerra sovrastati dalla scritta «Aquí empieza la patria,» (Qui inizia la patria). L’aria densa di fumogeni accesi rende l’atmosfera solenne. Un gruppo di manifestanti si avvicina al muro spingendo un cordone di poliziotte a schierarsi in difesa del monumento.

Tra loro ci sono donne di tutte le età, impossibilitate a manifestare ma, che in segno di solidarietà, portano una rosa rossa infilata nel giubbotto antiproiettile. Un breve momento di tensione: le poliziotte respingono le ragazze, cercando di mantenere il perimetro del muro; le manifestanti restano salde, fisse nelle loro posizioni. Le voci si alzano, i cori diventano più insistenti, e i cartelloni vengono sollevati con orgoglio.

In quel momento, qualcosa si spezza.

Alcune poliziotte cominciano ad asciugarsi le lacrime, stringendo più forte la mano delle compagne. Un semplice sguardo basta a trasformare i due gruppi in un’unica presenza, consapevoli di condividere la stessa storia e lo stesso desiderio di cambiamento.



Gli schieramenti si dissolvono in abbracci, parole sussurrate, sorrisi. Una giovane si avvicina e disegna il simbolo transfemminista sulle mani delle poliziotte: un gesto che sigilla una nuova forma di solidarietà. Tutte sono donne. E tutte si vogliono vive.

D’altronde il Messico sta affrontando una grave crisi di violenza di genere: secondo i dati ufficiali del Governo Messicano, l’86% del territorio è sotto allerta per femminicidio e sparizione forzata di donne e bambine. La maggior parte delle donne dichiara di aver vissuto almeno un episodio di violenza nel corso della propria vita. Le forme più diffuse sono quella psicologica e quella sessuale, che insieme rappresentano la quota principale dei casi, seguite da violenza fisica ed economica. Si tratta spesso di episodi che avvengono in contesti relazionali e comunitari, segno di una violenza che si radica all’interno dei legami più intimi.

I dati della Segreteria della Sicurezza Pubblica (SESNSP) restituiscono un quadro ancora più allarmante: nel Paese si registrano circa 11 femminicidi al giorno, per un totale di 4.817 donne uccise tra il 2018 e il 2023. A questi si aggiungono, tra il 2020 e il 2021, 416 vittime di sequestro e 957 casi di tratta, insieme a 21.188 denunce per stupro.

Sarahi, 25 anni, è la psicologa generale presso l’Instituto Madre Asunta e si dedica al supporto della popolazione femminile migrante. Di corporatura esile, con lunghi capelli neri e un viso che mette in risalto occhi scuri e profondi, lavora nel campo da oltre due anni. Attraverso la sua esperienza personale, ha scoperto che mantenere una prospettiva di genere è essenziale per comprendere appieno il fenomeno migratorio in Messico.

Infatti, le ragioni dietro alla migrazione si intersecano e, come mi racconta una mattina: «All’inizio pensi che arriveranno per via della migrazione forzata, ma quando ti addentri nella loro storia, la maggioranza ha vissuto casi di violenza domestica, sessuale, economica e quella delle autorità. L’abuso da parte delle autorità, mi spiega, si manifesta quando le donne denunciano violenze domestiche e si vedono negare giustizia, mentre viene loro consigliato soltanto di allontanarsi da casa. Abbandonate, si scoprono prive di sostegno, e sono costrette a migrare come unica via d’uscita.

Nel suo racconto, Sarahi esplora come la rete di violenze sia profondamente radicata nei modelli familiari tradizionali. Mentre gli uomini non partecipano all’educazione dei figli, la comunità giudica duramente le donne che non incarnano l’ideale di brava madre, escludendole e discriminandole.

Con un tono sempre più acceso, Sarahi interrompe spesso il suo discorso, soffocata dall’emozione: «Quando raccontano la loro storia, capisci a quanta violenza sono sopravvissute già dentro casa e come ciò impedisca loro di instaurare relazioni sane. Infatti, queste donne normalizzano la violenza, arrivando a credere di meritarla. Raccontano che, se picchiate, è perché non hanno preparato da mangiare o hanno rifiutato di assecondare il partner a letto. Indagando ancora, scopri che persino la loro infanzia è stata segnata dalla violenza. In casi di stupro o abuso, la madre spesso le invita a tacere. Così, si svela una storia familiare dove la violenza è un’eredità dolorosa, trasmessa di generazione in generazione

Foto di Sabrina Aidi

Donne in movimento

Negli ultimi anni, però, la struttura della famiglia in Messico è cambiata: secondo i dati del censimento della popolazione messicana (2020), in un decennio il numero delle famiglie senza una figura paterna è aumentato del 65%.

Il padre, infatti, reclutato dal narcotraffico o spinto a migrare in cerca di opportunità lavorative, esce di scena. Con queste nuove responsabilità, non è raro che le donne, in quanto capofamiglia, scelgano di intraprendere il viaggio a loro volta. Però, ciò che distingue la migrazione femminile da quella maschile è la dimensione dei progetti: mentre storicamente gli uomini intraprendono progetti individuali, le donne, in quanto madri, restano fedeli ai loro ruoli sociali anche nel processo migratorio, assumendo con sé la responsabilità del nucleo familiare.

Con questo fardello di aspettative e doveri, nel contesto di una violenza radicata nella società a tutti i suoi livelli, in viaggio queste donne devono fronteggiare diverse situazioni di vulnerabilità che le espongono ulteriormente. Attraverso il Paese, molte si trovano a vivere violenze sessuali, sequestri e abusi di potere. Fenomeni che impongono loro scelte difficili e dolorose.

Tra le strategie di protezione più frequenti c’è l’uso di contraccettivi preventivi: la cosiddetta Vacuna Mexico [Vaccino Messico, ndr], un’iniezione anticoncezionale che molte donne iniziano a somministrarsi mesi prima del viaggio, anticipando possibili abusi sessuali per evitare gravidanze indesiderate. Allo stesso modo, alcune portano con sé grandi quantità di pillole del giorno dopo. Oltre alla protezione dalla violenza sessuale, alcune donne cercano sicurezza in un senso più ampio, trovando un marito per il viaggio: uno sconosciuto che, in cambio di favori sessuali, si finge loro compagno per l’intero tragitto, evitando spesso situazioni di rischio. Queste strategie evidenziano quanto sia più complesso e pericoloso per una donna affrontare la migrazione rispetto a un uomo. E purtroppo, le sofferenze non cessano nemmeno una volta arrivate al confine.

Arrivare a Tijuana senza soldi, punti di riferimento e spesso senza documenti espone molte donne a una condizione di estrema precarietà, aprendo la strada a povertà e sfruttamento sessuale.

M. e T., due ospiti del centro Madre Asunta, sono messicane fuggite dalla violenza nei loro stati d’origine, rispettivamente Zacatecas e Morelos. Le loro storie si somigliano a quelle di molte altre. M., per esempio, è arrivata in città con le sue tre figlie per sfuggire a un gruppo criminale locale, subendo furti lungo il tragitto e arrivando senza denaro. Dopo oltre cinque mesi all’Instituto Madre Asunta, in attesa di poter attraversare legalmente il confine, ha affittato una casa insieme all’amica T. per dare rifugio a sé stessa, alle cinque figlie e alla madre di T.

Trovare un’abitazione è difficile, soprattutto per la popolazione migrante, e la casa ottenuta a caro prezzo in periferia è in condizioni pessime: priva di vetri nelle finestre, con la porta rotta e le pareti ammuffite, è divisa da una tenda in uno spazio unico dove le famiglie dormono su tre materassi accostati.

M., donna corpulenta dai capelli liscissimi e biondi, si muove nello spazio della casa con difficoltà e, scaldando una dozzina di tortillas di mais, mi racconta che per lei è fondamentale poter arrivare negli Stati Uniti. Lei ha già vissuto a Chicago, dove ha dato alla luce altri due figli, ormai adulti che la aspettano lì. Dopo essere stata deportata, non li ha più rivisti e, visibilmente emozionata, mi rivela che loro non hanno mai conosciuto la più piccola della famiglia, nata otto anni prima a Zacatecas. Con l’idea di una famiglia riunita fissa nella mente, per lei Tijuana è diventata una prigione a cielo aperto.

Case fatiscenti e sfruttamento della vulnerabilità delle donne sono all’ordine del giorno a Tijuana, dove in molti guadagnano sul business dei migranti. Il mercato del lavoro, coerentemente con questa idea, non offre scelte più sicure. È frequente che predatori sessuali e trafficanti ingannino le migranti con promesse di lavoro che si rivelano trappole per traffico di esseri umani o prostituzione.

Le donne centroamericane sono più esposte ad abusi di potere e sequestri; quelle messicane, invece, pur non essendo riconosciute come migranti, non trovano protezione nemmeno nel proprio Paese, dove possono essere rintracciate da sicari e infiltrati. In Messico, nessuna donna è al sicuro.

Un fortino in centro città

La Garita Internacional de San Ysidro è il punto di confine più trafficato al mondo: oltre 30 milioni di attraversamenti ogni anno. Qui, dove le strade caotiche di Tijuana sfociano nel limite con gli Stati Uniti, il confine non è solo una linea, ma un’esplosione di rumori, odori e colori che invadono i sensi.

Il luogo è affollato e non lascia libero nemmeno un centimetro di asfalto: chi vende o affigge bandiere del Messico e degli Stati Uniti, chi ha un banchetto in cui vende bevande tipiche e patatine, chi cerca di guadagnare qualche moneta suonando chitarre e tromboni nei finestrini delle macchine in attesa. La vicinanza agli Stati Uniti rende l’aria densa e caotica, perché il confine è un magnete per interessi di tutti i tipi. Tijuana è la città dell’eccedenza e dei contrasti: qui ricchezza e povertà convivono mentre libertà e schiavitù si confondono. Esattamente a metà tra un Messico povero ma orgoglioso, e l’American Dream più sfacciato.

Questo tipo di contrasti, negli anni, hanno portato alla nascita di diverse aree grigie in cui legalità e illegalità sono così tanto sfumate da creare un ecosistema unico nel suo genere. Un esempio è la Zona Norte, chiamata anche la “zona rossa” della città: qui la giurisdizione è sospesa e l’unica forza che conta è quella del narcotraffico.

Come suggerisce il nome, questa è la zona di tolleranza per la prostituzione: un quartiere vicino al centro, dove, non appena cala il buio, le strade brillano di luci rosse, la musica si mescola in un unico rumore ovattato e gli angoli più bui sono occupati da chi fuma crack o giace sull’asfalto, sospeso tra la vita e la morte.

Il quartiere si anima di donne in tacchi a spillo e gonne corte, che con sguardi ammiccanti cercano il prossimo cliente. Sebbene Tijuana non legalizzi la prostituzione, rilascia permessi per esercitarla. Secondo l’ufficio sanitario della città, negli ultimi quattro anni, il numero delle sex servers registrate è quasi raddoppiato: da 5.500 permessi nel 2018, a 10.774 nel 2023. Ma molte di queste donne sono costrette al lavoro sessuale dalle bande criminali che controllano il territorio. Sempre l’ufficio sanitario stima che circa 30.000 donne lavorino senza permesso e che una su quattro sia stata costretta a farlo sin da bambina.

La presenza del Cartello cristallizza alcune dinamiche. Per anni, Tijuana è stata considerata la città più pericolosa del mondo. Nel 2024, si colloca al sesto posto nella lista delle città con il più alto tasso di omicidi, con 1.844 crimini registrati in un solo anno.

In risposta a questa realtà violenta e precaria, la società civile ha creato spazi di solidarietà, come cliniche, centri di prevenzione e oltre quaranta rifugi per migranti. Di questi, solo due sono specializzati nell’accoglienza di donne migranti con bambini e adolescenti: l’Istituto Madre Asunta e il Borderline Crisis Centre, un rifugio laico e femminista.

Judith, la direttrice del Borderline, mi spiega che oggi le donne costituiscono una parte significativa della popolazione migrante e che senza una prospettiva di genere, non si riconosce come la violenza patriarcale sia alla radice della loro partenza e dei rischi affrontati durante il viaggio: «Le donne in mobilità affrontano le stesse violenze patriarcali e strutturali che tutte noi viviamo, ma con il peso dello sradicamento culturale e quindi con una vulnerabilità maggiore. Se non si adotta una prospettiva intersezionale, tutto questo passa inosservato.»

Quando cammina tra le tende del rifugio, Judith è una figura rassicurante e rispettata: i bambini abbassano la voce al suo passaggio, mentre alcune mamme le sorridono, appoggiando una mano sulla spalla. Il suo stile, il tono di voce rauco e l’energia instancabile raccontano di una vita di sfide e di dubbi. Mi confida che si è avvicinata al femminismo tardi, perché non le piaceva pensare alle donne come vulnerabili, ma ha poi capito che essere femminista era qualcosa di più. I suoi capelli nerissimi, tagliati in modo irregolare e il rossetto rosso tradiscono un’anima punk, mentre la maglietta con il nome del rifugio la riconduce alla sua autorità. Solare e sicura, mi racconta di come il momento più buio della sua vita l’abbia portata proprio qui, a questo centro d’accoglienza.

Il Borderline Crisis Centre è stato fondato nel 2015 come centro comunitario, offrendo informazioni, accesso al telefono e a Internet per le persone deportate, affinché potessero mettersi in contatto con le proprie famiglie. Tuttavia, con l’arrivo della prima amministrazione Trump e il piano Remain in Mexico, i flussi migratori sono cambiati. Anche questo centro è diventato rifugio temporaneo e nel 2020 Judith è entrata nella gestione.

A quel punto, lo spazio è stato trasformato in un rifugio esclusivamente per donne e bambini. Era necessario creare un luogo sicuro, lontano dall’influenza di visioni religiose che, secondo Judith, perpetuano meccanismi di oppressione e discriminazione. Dopo tre anni di attività il centro è cresciuto, ma ha mantenuto una gestione comunitaria, con le stesse donne migranti che, con le loro famiglie, sono diventate le vere protagoniste dello spazio.

Il rifugio si trova nella Zona Norte, tra la centralissima Avenida Revolución e il confine con gli Stati Uniti. Lavorare qui non è facile, ma ha i suoi vantaggi: «Abbiamo una posizione strategica, vicina al confine, a pochi passi. Molte donne vanno al confine, pensando di poter chiedere asilo ma, respinte, tornano indietro e, senza sapere dove andare, ci trovano.

In realtà non è la prima sede: la prima è stata distrutta in un incendio provocato da un attacco del crimine organizzato. Questa è una zona ad alta tensione: narcotraffico, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale… e dipendenza da droghe. Le persone respinte al confine, spesso, si trovano in un vero e proprio campo quantico in cui diventa più facile comprare 50 pesos di metanfetamine che riuscire a mangiare tre pasti al giorno.

In aggiunta, qui la polizia municipale approfitta della situazione perché per loro è come pescare pesci in un barile. Ci sono molte persone senza documenti, che la polizia deruba, aggredisce o a cui estorce denaro».

Per la sua posizione e la sua struttura, il rifugio ricorda un fortino nel cuore della città. Un edificio abbandonato e decadente, protetto come un baluardo contro i pericoli esterni. Ma la realtà è che lavorare con la migrazione a Tijuana è pericoloso per tutti e le minacce sono sempre dietro l’angolo.

Nessuna delle donne che ho incontrato ha scelto consapevolmente questo mondo; tutte ci si sono ritrovate dentro, come un uragano che travolge tutto e dal quale fuggire non ha senso.

Foto di Sabrina Aidi

La paura è questione di privilegio

Maricruz, l’assistente sociale dell’Instituto Madre Asunta, mi racconta una storia molto simile. È bassa, con lunghi capelli neri che spesso si pettina mentre legge i documenti in ufficio. Ha un viso paffuto e parla in fretta, con accento meridionale e umorismo pungente. Molte volte dice, ridendo amaramente che, cresciuta in una famiglia di ingegneri, avrebbe forse preferito fare quel lavoro. Come dice lei: «Sicuramente è più facile riparare una macchina rotta che cercare di rimettere in sesto una persona che è stata distrutta dal giorno in cui è nata».

Maricruz viene dallo Stato di Veracruz, e prima di arrivare a Tijuana lottava per la giustizia climatica. Nel 2015, è stata costretta a fuggire dalla sua terra, sfollata a causa del narcotraffico che chiedeva il pizzo alla sua famiglia, produttrice di canna da zucchero. Quando è arrivata a Tijuana, non voleva lavorare con i migranti: i casi delle donne in mobilità le ricordano troppo la sua storia.

Con lo sguardo spento e un pallore che la rende quasi irriconoscibile, mi dice: «Essere sfollato è terribile. È una trasformazione radicale: perdi tutto — la tua casa, la tua cultura, la tua sicurezza. Quando te lo racconto come persona che l’ha vissuto, è doloroso; ma come professionista lo è ancora di più. Perché non hai alcun riferimento giuridico.

Fino al 2019 il governo messicano non ha nemmeno riconosciuto questa condizione. E ancora oggi, il presidente [l’ex-presidente Andrés Manuel López Obrador, ndr] fatica a rendere pubblici i dati sulle violenze.

Non sei nemmeno riconosciuto come migrante, perché non attraversi un confine internazionale. Guarda il caso delle donne di questo centro: vivono già in contesti violenti, ma quando si sommano la violenza del crimine organizzato e l’assenza di riconoscimento e protezione legale, il risultato può essere fatale.»

Maricruz ricorda un evento che ha segnato la sua vita.

Nel giugno del 2020, al rifugio era arrivata una donna che fuggiva con i suoi cinque figli da una condizione di violenza familiare. La famiglia aveva lasciato gli Stati Uniti — dove i bambini erano nati — per sottrarsi a un mandato di arresto a carico del marito, coinvolto con bande locali.

Dopo essersi rifugiati nello stato di Michoacán, la situazione è peggiorata: l’uomo si era avvicinato alla criminalità organizzata, arrivando rapidamente a ricoprire un ruolo di comando. Quello che era già un matrimonio segnato dalla violenza si è trasformato rapidamente in uno scenario ancora più pericoloso, alimentato dal potere crescente del marito e dal suo abuso di droghe.

Come sottolinea Maricruz: «Uno non diventa leader dall’oggi al domani. Non possiamo sapere cosa ha dovuto fare quest’uomo per guadagnarsi quel posto, quante persone ha dovuto ammazzare. Senza dubbio ha fatto qualcosa di orribile». La donna, infatti, temendo per la propria vita, ha deciso di fuggire con i suoi figli a Tijuana.

Sono passate poche settimane dal suo arrivo al centro Madre Asunta quando, durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, la donna è stata rintracciata. Non era chiaro se si trattasse di un caso o se ci fossero donne infiltrate all’interno del rifugio.

Ciò che era evidente, però, è che sono iniziati ad arrivare messaggi minacciosi dal marito, che sosteneva di averla localizzata a Tijuana. Nei messaggi comparivano dettagli precisi: la donna, infatti, ogni giorno alle 18 si occupava della distribuzione del pane ai senzatetto che si radunano intorno al rifugio.

Maricruz racconta: «Poi arriva quel messaggio: “So che sei al Madre Asunta, so che alle sei dai il pane, e se non esci con le buone, entro con le cattive.” In quel momento ho avuto paura, una paura così forte che avrei voluto prendere le mie cose e andarmene. Credo che il mio volto sia cambiato. Lei mi ha guardata, chiedendo: “Sa già dove sono, vero?” A quel punto, mantenere la lucidità è diventato essenziale.

Ovviamente, è una paura che ti paralizza. Una situazione orribile. In quel periodo avevamo il supporto di un ufficiale di sicurezza pubblica, incaricato di visitare i vari centri di accoglienza. Quando c’erano situazioni di rischio come questo, lui interveniva, portando le donne in un luogo più sicuro. Abbiamo parlato con lui e ha deciso di trasferirla al Centro Integrativo per Migranti Carmen Serdán, un luogo militarizzato custodito dalla polizia federale. Un rifugio ad alta sicurezza».

L’operazione di trasferimento fu delicata: un furgone senza segnaletica, scortato da due auto della polizia, ha trasportato la donna e i suoi cinque bambini. Un mese dopo, hanno attraversato il confine, trovando finalmente un luogo sicuro dove il marito non avrebbe potuto raggiungerli. In questo caso, passare il confine in tempo ha salvato la vita a sei persone.

La paura permea ogni istante della vita e del lavoro in un rifugio per migranti. Paura, perché non si ha a che fare solo con i migranti, ma con un intero sistema di violenza e corruzione. Dopo aver raccontato la vicenda di questa donna, Maricruz sorride: «Una volta sono venuti a intervistarmi dalla CNN per un servizio sulla situazione migratoria qui. A un certo punto, una delle giornaliste mi ha chiesto se nel mio lavoro ho mai avuto paura. Non potevano farmi una domanda più stupida: certo che ho paura!

Ogni giorno, quando mi sveglio e vengo al lavoro, mi chiedo cosa ci faccio ancora qui. Con la mia istruzione e le mie esperienze, potrei trovare qualcosa di più sicuro, posizioni che non mi espongono a pericoli. Eppure, alla fine, mi ritrovo sempre qui. Forse perché non voglio lasciare queste donne da sole. O forse, perché in fondo, non ho mai smesso di essere una migrante».

Mentre mi dice questo, il suo sguardo fiero è tradito dalle mani che si stringono nervosamente. La mente mi torna a quell’8 marzo, quando ho visto per la prima volta un cartello che non sono più riuscita a dimenticare: «Anche la paura è una questione di privilegio».

foto di sabrina aidi

Mirando al otro lado

Anche se siamo alla fine di marzo e la temperatura non è calda, diverse famiglie si avventurano a bagnarsi i piedi nella gelida acqua dell’Oceano Pacifico. Le onde sono alte e frequenti e, sollevando la sabbia sul fondo, dipingono l’acqua di un verde opaco. Basterebbe percorrere 30 km lungo la costa per trovare acque cristalline, ma qui sotto al muro di Tijuana, l’acqua è torbida, sporca, inquieta. Come se riflettesse l’energia di questo spazio, eternamente diviso.

Nonostante l’apparente normalità della giornata, è impossibile ignorare il muro che separa l’Otro Lado. La salsedine mi riempie le narici mentre osservo un pescatore fermo, che guarda l’orizzonte. Tra la foschia tipica di queste spiagge, si intravedono i grattacieli della downtown di San Diego.

Il muro lascia delle fessure che permettono di sbirciare dall’altra parte, ma la sua altezza, progettata per impedire qualsiasi attraversamento, rende impossibile scavalcarlo. Ma non è sempre stato così.

Fino al 1994, il confine è stato particolarmente poroso e non era raro vedere famiglie divise tra i due paesi incontrarsi sulla spiaggia per scambiarsi cibo, regali e, talvolta, fedi nuziali.

Oggi, invece, il muro si è alzato e rinforzato, rendendo gli Stati Uniti non solo separati, ma quasi inaccessibili. Una fortificazione crescente, incarnata dal muro secondario che, come uno specchio, replica il primo a circa nove metri di distanza. Lo spazio tra le due barriere è una terra di nessuno. A rompere il silenzio c’è soltanto il rumore degli stivali dei soldati che pattugliano l’area.

Negli anni, gli Stati Uniti hanno tentato in diversi modi di regolare gli ingressi irregolari nel Paese, cercando di dissuadere i migranti dall’attraversare il confine e dal presentare domanda di asilo. Negli ultimi anni, però, queste misure sono cambiate freneticamente e, dal 2016 in poi, nessuna amministrazione è riuscita a individuare una soluzione stabile per la gestione dei flussi migratori su questo confine.

Nel gennaio 2019, durante la prima amministrazione Trump, è stato introdotto il Migrant Protection Protocols (MPP), noto anche come “Remain in Mexico”. Il programma stabiliva che i richiedenti asilo dovessero attendere in territorio messicano l’esito della propria domanda, anziché entrare negli Stati Uniti durante la procedura.

Nel marzo 2020 è arrivato poi il Title 42, una misura giustificata dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19. Basandosi su una legge di salute pubblica, il provvedimento consentiva alle autorità statunitensi di respingere migranti e richiedenti asilo senza esaminare le loro domande.

Al di là delle motivazioni ufficiali, queste misure — unite a procedure spesso ambigue e alla mancanza di risorse e formazione adeguate — hanno avuto l’obiettivo di contenere i migranti nelle città di confine messicane e accelerare le deportazioni di chi si trovava irregolarmente negli Stati Uniti.

Il fine era anche politico: mantenere più basso il numero di migranti presenti sul territorio nazionale, una statistica spesso utilizzata dalle amministrazioni per rivendicare l’efficacia delle proprie politiche migratorie.

Con Biden, gli obiettivi delle politiche migratorie sono cambiati radicalmente. L’intento non era più soltanto di contenere gli arrivi, ma di ridurre la pressione ai confini attraverso un sistema che permettesse ai migranti di pianificare il proprio ingresso negli Stati Uniti. Per farlo, è stata introdotta la possibilità di fissare un appuntamento con le autorità di frontiera tramite un’applicazione, CBP One, avviando la procedura di richiesta d’asilo prima ancora di raggiungere il confine.

Fin dall’inizio, però, il sistema mostrava diversi limiti. Molti migranti non disponevano di uno smartphone, di una connessione internet stabile o delle competenze necessarie per utilizzare l’applicazione. Inoltre, il servizio era disponibile soltanto in inglese e spagnolo, escludendo di fatto tutti coloro che parlano creolo haitiano o lingue indigene.

Nonostante queste criticità, per un periodo il sistema ha funzionato e gli appuntamenti venivano assegnati con relativa facilità. Poi qualcosa è cambiato. I tempi di attesa si sono allungati progressivamente, fino a raggiungere cinque o sei mesi.

A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le donne messicane. Operatrici, migranti e religiose con cui mi sono confrontata concordavano tutte su un punto: tra tutte le nazionalità presenti a Tijuana, le messicane sono quelle che hanno incontrato le maggiori difficoltà a ottenere un appuntamento. Secondo alcune testimonianze, in alcuni periodi solo una donna messicana su cento riusciva a ottenere un appuntamento.

Come evidenziato dalla denuncia presentata contro CBPOne da parte di Access Now e della Cyberlaw Clinic della Harvard Law School, la mancanza di trasparenza sui dati relativi all’asilo rende difficile ottenere informazioni chiare sull’accesso legale delle migranti messicane negli Stati Uniti. Solo alla fine di settembre 2024, l’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP) ha finalmente reso pubbliche 2.912 pagine di documentazione. Tra i dati rilasciati, due sono particolarmente rilevanti.



Innanzitutto, i messicani sono il gruppo più numeroso di migranti negli Stati Uniti. Tuttavia, i dati contenuti nel report Asylum Decision Rates by Nationality 2023 rivelano una realtà preoccupante: su un totale di 19.458 richieste di asilo presentate da cittadini messicani, solo il 4% ha ricevuto esito positivo. Al contrario, il 16% è stato respinto, e ben l’80% delle richieste è stato archiviato sotto la voce “altro”, creando un gigantesco punto interrogativo su questi casi.

Nel frattempo, la violenza in Messico continua ad aumentare, costringendo sempre più persone a cercare asilo al confine. Secondo i dati di CBP One, tra il 2021 e il 2024 sono stati registrati oltre 2 milioni di encounters (incontri), ovvero persone che si consegnano volontariamente alle autorità di frontiera senza documenti, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata, mentre sono trattenuti in strutture di detenzione su territorio statunitense. Di questi, ben 680.700 sono migranti messicani, la categoria più numerosa tra gli indocumentati.

Il muro non si estende molto nell’oceano, teoricamente si potrebbe attraversare a nuoto. Ma l’acqua è gelida e le onde, forti e incessanti, ne rendono l’attraversamento un’impresa difficile.

A rendere tutto ancora più rischioso, c’è la sorveglianza militare: i soldati scrutano ogni movimento, ogni intenzione, ogni sguardo di chi si trova vicino al muro, zaino in spalla, fissando l’altro lato.

È il caso di una signora che, mentre siamo sulla spiaggia, decide di entrare in acqua, completamente vestita e con lo zaino in spalla. I suoi pantaloni blu scuro si bagnano rapidamente appiccicandosi alle gambe mentre avanza tra le onde, sempre più in profondità. Ogni tanto si volta, come per controllare che nessuno la stia osservando.

Quando vede quattro soldati, sguardi di ferro nascosti dagli occhiali da sole, rallenta il passo. Giunta in un punto dove l’acqua le arriva al bacino, si ferma, fissando la spiaggia. Le onde, come a voler rispecchiare la sua esitazione, si infrangono contro di lei, mentre rimane lì, per un lungo momento, aspettando che qualcosa o qualcuno distolga l’attenzione dei soldati.

Ma il momento fortunato non arriva mai.

L’acqua ora le batte più forte contro la schiena e un vento gelido inizia a soffiare insistente. Dopo una lunga attesa, la donna, con i vestiti fradici e lo zaino rosa stretto tra le mani, decide di tornare a riva. E mentre cammina all’indietro, non smette di voltarsi, fissando l’orizzonte, come se vedesse nell’oceano la sua occasione persa.

Le foto sono gentilmente offerte dall’autrice

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