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ITALIA
Non solo stipendi: la battaglia delle scuole di Bolzano
Nella scuola pubblica della provincia di Bolzano l’astensione dalle attività extra-didattiche ha ottenuto aumenti salariali superiori alla media nazionale. Abbiamo intervistato Stefano Barbacetto, il Segretario FLC/GBW della provincia di Bolzano
In provincia di Bolzano è in corso una lotta sugli aumenti salariali da più di un anno e oggi nei tavoli di contrattazione provinciale si sta discutendo di cifre rilevanti, soprattutto se comparate con quelle nazionali, e stupisce che fuori dell’Alto Adige se ne parli così poco
È stata una cosa che ha stupito anche noi. Noi siamo in una periferia remota e un po’ esotica per ciò che riguarda il diritto scolastico. Non tutto quello che si applica qui è immediatamente applicabile a livello nazionale, ma spesso non è nemmeno comprensibile a chi non conosce la specificità territoriale e storica di questo territorio. Da settembre le scuole di lingua italiana e tedesca sono in subbuglio nella provincia di Bolzano. Ma la mobilitazione è cominciata a primavera del 2025, quando gruppi spontanei di insegnanti di lingua tedesca, in particolare nella zona di Brunico, qui in Val Pusteria, e altri in Val Venosta hanno iniziato a organizzarsi. Gruppi spontanei nella scuola italiana si sono aggiunti in seguito all’inizio di questo anno scolastico. In realtà chi avesse osservato con attenzione i fenomeni se ne sarebbe accorto già qualche anno fa, perché iniziative simili si erano già manifestate nel periodo post-Covid.
Quali sono le differenze che esistono tra il livello nazionale e provinciale nella contrattazione e nelle condizioni di lavoro?
La premessa necessaria è capire che il sistema scolastico della provincia di Bolzano è dotato di larga autonomia. I finanziamenti della contrattazione derivano tutti dal bilancio provinciale e dal 1998 il livello locale è più importante di quello nazionale. A questo livello si definiscono delle indennità aggiuntive, che però sono estremamente cospicue, e generalmente l’Insegnato altoatesino è pagato di più che nel resto d’Italia. A fronte, però, di un carico di lavoro maggiore: le ore di lezione settimanali sono 20, sia nelle scuole medie superiori che inferiori, anziché 18, e le ore funzionali possono arrivare fino a 220 all’anno anziché 80, e poi c’è una settimana di scuola in più. La contrattazione autonoma normalmente segue quella nazionale, per sistemazioni contabili tra le varie voci, ma le rivendicazioni sul recupero dell’inflazione sono rivolte alla provincia autonoma e non allo Stato.
Quali erano le richieste di questi gruppi informali? Quali sono state le forme di lotta portate avanti?
Questi gruppi di protesta, come noi sindacati, lamentano offerte economiche inferiori all’inflazione registrata nel periodo triennale 22-24. La contrattazione del comparto scuola della provincia è al rimorchio della contrattazione dell’intercomparto provinciale dei dipendenti pubblici che tiene conto dei tassi di inflazione misurati in loco dall’Istituto di Statistica Provinciale, che per il triennio 22-24 ha superato il 16%. Qui, il costo della vita è più alto che nel resto d’Italia, in particolare per l’abitazione.
Di fronte a questa situazione, questi gruppi spontanei, con i quali i sindacati intrattengono un dialogo complesso, hanno fatto irruzione nello scenario politico, adottando una strana strategia di lotta che in sostanza è consistita nell’astenersi da attività non obbligatorie. E a differenza che in passato, come durante il Covid, non hanno adottato una posizione antisindacale. Il contatto non prevede molte attività che gli insegnanti fanno comunemente: come portare studenti in uscite didattiche, viaggi d’istruzione, spettacoli teatrali o cinema e l’organizzazione di visite di esperti esterni alla scuola o altri progetti didattici, insomma gli insegnanti si sono sostanzialmente limitati a fare lezioni seguendo strettamente il contratto.
Ma anziché passare in sordina, questa cosa ha scoperchiato una serie di reazioni a catena nella politica locale, prima di tutto perché questi gruppi erano geograficamente basati nelle zone di maggior peso elettorale del partito di maggioranza relativa, la Südtiroler Volksparteri (SVP) o Partito Popolare Sudtirolese. Per la prima volta era una protesta cospicua e visibile all’interno della scuola di lingua tedesca che comprende oltre settanta istituti scolastici contro la trentina delle altre lingue e ha reso visibile la dimensione economica dell’indotto della scuola. Ad esempio, il Teatro stabile della città di Bolzano ha minacciato di chiudere la propria attività, gli autotrasportatori dei pullman di alcune valli che vivono di turismo scolastico e gruppi vari di esperti e formatori si sono trovati sostanzialmente senza lavoro. La scuola ha continuato a funzionare normalmente, è possibile persino che gli insegnanti abbiano lavorato di più, perché c’è chi – come altrove – lamentava in qualche maniera l’espropriazione della classe docente da parte di iniziative esterne, quella che viene definita “la mania del progetto”. Dilagata questa protesta nella scuola di lingua tedesca, si è poi allargata anche all’interno delle scuole di lingua italiana. Le rivendicazioni sono economiche ma anche relative al ruolo dell’insegnante nella didattica e contro l’aumento strisciante del carico di lavoro.
Qual è stato il ruolo dei sindacati in questa astensione da attività non obbligatorie?
In questo contesto i sindacati hanno principalmente fatto consulenza ai singoli docenti, spiegando cosa sono tenuti a fare e non fare senza trasgredire gli obblighi contrattuali. Tengo a precisare che, nonostante le forti tensioni, non sono stati comminati provvedimenti disciplinari, proprio perché la strategia è stata quella di rientrare strettamente nei limiti formali del contratto, mettendo in agitazione chi non sapeva quante cose non previste fanno gli insegnanti.
I sindacati si sono trovati spesso a fare da mediatori con la politica provinciale, consultando la base di fronte a pretese che non stavano né in cielo né in terra e diversi ultimatum. Ma dopo varie fasi, oggi, nel contratto di novembre 2025, si è arrivati a un riconoscimento quasi totale dell’inflazione, anche se siamo un po’ più poveri del 2022, ma si tratta di percentuali consistenti e che non si sono viste nel resto d’Italia.
E ora a che punto si trova la trattativa?
Ora stiamo trattando la fase successiva di aumento strutturale del salario e abbiamo già raggiunto un’intesa preliminare. Oltre a un riconoscimento quasi totale dell’inflazione pregressa nel triennio ‘22-’24, la politica provinciale ha messo sul piatto un innalzamento strutturale di stipendio riconoscendo la maggiore complessità del lavoro di insegnante. Questa trattativa non è completamente terminata, ma abbiamo un accordo preliminare che sarà poi tradotto a breve in un contratto collettivo da firmare. In questo accordo in sostanza c’è un aumento strutturale per gli anni a venire e dovrebbe essere retroattivo da gennaio ‘26. L’aumento varia a seconda delle fasce di età dei docenti, si va dai 2.000 euro annui lordi nel caso dei docenti in fascia 0 senza titolo di studio fino a una cifra che si aggira intorno ai 6.000 per chi ha 35 anni di anzianità.
Sono cifre abbastanza grosse sulla carta se si sommano allo stipendio che è già più alto di quello dei colleghi/e nazionali. Ma andranno messi in prospettiva con il costo della vita della provincia di Bolzano. Abbiamo fatto dei confronti sui prezzi degli affitti tra città del nord e del sud e il nostro territorio è tra più cari. Infatti i gruppi di insegnanti che si sono mobilitati non sono del tutto soddisfatti e ora probabilmente si aprirà una fase di mediazione. Però devo dire che da parte di chi normalmente un compromesso lo deve stipulare, si tratta di un compromesso, sicuramente, di rango elevato.
E ora qual è la situazione nelle scuole?
La politica provinciale ha chiesto e ottenuto qualche segno di riattivazione di attività extra-scolastiche, quasi come tributo mediatico per cominciare a trattare, e qualche scuola e qualche altro sindacato questo segnale lo ha dato. Ma essendo la programmazione scolastica su base annuale, molte attività riprenderanno l’anno prossimo. Scoperchiato questo meccanismo, c’è sicuramente chi tornerà volentieri all’organizzazione di attività extra-scolastiche, visto che costituiscono anche una parte importante della soddisfazione dell’insegnante. Ma compreso meglio quanto sia l’aumento strisciante dei carichi di lavoro e della burocratizzazione, che è particolarmente spinta da queste parti, può darsi che a livello individuale qualche progetto in meno venga fatto. Non tanto per protesta ma come forma di autodifesa.
Questo lo possiamo solo ipotizzare, non siamo in grado di misurare, anche perché questa protesta è sicuramente deflagrata sui media, ma la sua misura è molto complicata. Anche perché il nostro consiglio è stato sempre quello di non pianificare attività nuove, ma di concludere tutte le attività in itinere, dove c’erano già progetti finanziati o contratti firmati. Evitare però tutto il superfluo, quindi il taglio è stato più evidente in determinati ordini di scuole, meno grande in altri ed è stato variegato a seconda dell’autonomia scolastica.
Dal tuo punto di vista, questa protesta può parlare alla situazione nazionale, oltre le specificità della provincia di Bolzano?
L’aumento del costo della vita, l’inflazione e il tema del costo degli affitti sono questioni sentite nella provincia di Bolzano ma che parlano a tutto il territorio nazionale. Ma anche le altre questioni sollevate da questa protesta: ricentrare la didattica sull’insegnante e non sui progetti, il carico di lavoro nascosto, la burocratizzazione enorme della scuola, questi sono chiaramente problemi nazionali. Non c’è dubbio che ci sia interesse anche per la strategia di lotta, comunque delicata e che noi non abbiamo suggerito, anche perché andava a colpire alcuni lavoratori e lavoratrici non colpevoli della situazione. Ma se guardo indietro devo dire che questi gruppi spontanei di docenti hanno aiutato le nostre rivendicazioni.
Qui c’è un altro aspetto che va considerato, noi siamo una zona di confine, una zona dove buona parte della scuola si svolge in lingua tedesca e il mercato del lavoro non è lo stesso che nel resto d’Italia. Le abilitazioni all’insegnamento si possono ottenere in territorio austriaco, moltissime persone studiano all’Università di Innsbruck e scoprono che sia il salario iniziale che gli scatti successivi di un insegnante in territorio austriaco sono di gran lunga superiori al territorio italiano, compreso l’Alto Adige. Quindi la scuola di lingua tedesca ha sempre meno insegnanti, perché non può reggere la concorrenza nel mercato del lavoro con il Land del Tirolo. Anche io ho lavorato in Austria, quando ero più giovane, salari più alti, tassazione più bassa, aiuti alla famiglia cospicui, poi è vero che la sanità non è esattamente come in Italia e non c’è una legge come la 104, ma il paragone diretto con il o la collega rimasti a lavorare in Austria è frustrante. E dopo decenni di tutela della minoranza tedesca, si scopre che c’è un’estrema carenza di insegnanti per le scuole primarie di lingua tedesca, le quali sostanzialmente vengono assunte in grande maggioranza senza titolo di studio valido.
Nella scuola italiana il carico di lavoro è più sentito, perché la scuola italiana importa laureati del resto d’Italia, le persone arrivano qui, si trovano pagate di più, ma a fronte di un carico di lavoro maggiore e di un costo della vita più elevato. Infatti i gruppi di protesta delle scuole di lingua italiana hanno sottolineato con forza questo problema. Per questo sono convinto che la mobilitazione possa interessare anche il resto d’Italia.
Per concludere…
Come sindacalista è stata una sfida complessa, perché è stata una mobilitazione che è nata fuori dal sindacato, una mobilitazione che però ha coinvolto il dibattito interno al sindacato e sulla quale abbiamo lasciato libertà di coscienza ai tesserati e tesserate. Inoltre l’abbiamo supportata sul tema della legalità, del rispetto delle norme, per evitare che qualcuno venisse sanzionato/a. Dopodiché ci siamo presentati in trattativa. Questo è stata anche un po’ una lezione sul ruolo dei sindacati in un ambiente mutato, se vogliamo. E anche molto interessante, perché molte proteste oggi nascono tra gruppi informali di docenti ma non è detto che durino nel tempo. Però ci sono stati anche fenomeni interessanti, perché in questo territorio ancora piuttosto diviso c’è stato un serio dialogo tra insegnanti della scuola italiana e tedesca, a cui noi abbiamo assistito, partecipato, in qualche caso anche co-organizzando, e la consapevolezza di mettere insieme è prevalsa su tutte le divisioni storiche di una terra particolare.
La copertina è di Berdikari Sastra (Pixel)
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