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EUROPA

Victor Orbán ha perso ma la democrazia illiberale è ancora in piedi

Le elezioni in Ungheria sono state stravinte da Magyar, enorme partecipazione al voto, Orbán accetta la sconfitta, ma il suo partito Fidesz rimane nei gangli istituzionali del potere e il Parlamento è composto solo da partiti di destra. Nonostante la svolta il percorso è ancora lungo

Il 79,55% della popolazione ungherese si è recata alle urne e la maggioranza di questi ha votato contro Orbán. E questo è il primo dato: quando le elezioni sono contese e le persone sentono di poter cambiare qualcosa con il proprio voto vanno a votare, così com’è già successo nelle ultime elezioni federali tedesche del 2025, e nelle precedenti elezioni legislative francesi del 2024. È quindi possibile portare le persone a votare, non viviamo nell’epoca del narciso, individualismo, e apatia – o almeno non solo – e quando il conflitto politico torna al centro della scena anche il voto torna ad avere un senso condiviso. 

Orbán ha perso, e ha perso in tutto il paese. E ha perso nonostante l’appoggio di Putin e di Trump e i video di Netanyahu, Milei, Meloni, Salvini, e Le Pen. E dopo il no al referendum di Meloni, questa è una seconda piena sconfitta al progetto reazionario delle destre globali. E in particolare una sconfitta di Trump, che ha provato a inserirsi in tutti i modi nel gioco elettorale ungherese, anche se non ha promesso soldi come nel caso della rielezione di Milei in Argentina. 

Dopo 16 anni al potere e la costruzione di un vero e proprio regime illiberale e paramafioso, Orbán perde le elezioni, proprio grazie alla sua legge elettorale. Potremmo dire che “chi di governabilità ferisce, di governabilità perisce”.

Infatti, l’oppositore, ex-delfino del partito di Fidesz, Magyar, stravince nei collegi uninominali, 93 seggi conquistati contro 13, e riesce anche a guadagnare 45 seggi grazie al sistema compensativo che ripesca i voti non utilizzati del sistema maggioritario per darli al partito di maggioranza, e non di minoranza, un unicum del sistema elettorale ungherese. Un sistema che premia il partito di maggioranza in maniera sproporzionata rispetto alla minoranza, infatti Tisza ha vinto con il 53,07% dei voti, ma guadagna 133 seggi dei 199 dell’unica Camera che forma il Parlamento, raggiungendo la soglia dei due terzi, necessaria per modificare la Costituzione.

Alcune delle tendenze che abbiamo riscontrato in tutte le ultime elezioni europee sono riscontrabili anche nelle elezioni magiare. Le città votano di più e votano contro Orbán, così come le persone giovani, più istruite. Insomma il cuore dell’opposizione è giovane, metropolitano, e di classe media impoverita, ma da solo non basta per vincere.

Sono le campagne, che hanno da sempre sostenuto Fidesz, che non hanno tenuto questa volta. Anche perché Magyar ha compreso che questi sarebbero stati luoghi decisivi e quindi da due anni, cioè da quando ha fondato il suo partito, gira per i villaggi ungheresi e tiene comizi nelle piazze per farsi conoscere in prima persona, aggirando, in questo modo la chiusura del sistema mediatico. Si sono presentati al voto indecisi e astensionisti per votare contro Orbán e sono stati l’ago della bilancia. L’unico altro partito che entra in Parlamento è un partito etno-nazionalista di estrema destra. Si forma così un Parlamento dove la sinistra, neanche quella moderata, non esiste. E questo non è un buon segno.

Magyar è veramente un’alternativa? 

Peter Magyar è cresciuto dentro Fidesz per 12 anni ed è stato membro del gabinetto del Presidente. È uscito dal partito e ha fondato Tisza, il Partito del Rispetto e della Libertà, nel luglio del 2024 dopo uno scandalo in cui è stata coinvolta l’ex-moglie, ministra della Fiustizia del governo Orbán. Nel febbraio del 2024, si è scoperto che il Presidente della Repubblica, con la controfirma della ministra della Giustizia, ha concesso la grazia a un funzionario pubblico che aveva insabbiato abusi contro bambini e bambine in una casa famiglia. L’episodio ha sconvolto l’opinione pubblica, portando a grandi manifestazioni, e minato la retorica governativa sulla “protezione dell’infanzia” utilizzata per approvare leggi contro la comunità LGBTQIA+. Sulla scia di questa breccia nel sistema di potere orbaniano, Magyar esce dal partito, più per una questione personale che per una vera e propria divergenza ideologica, e fonda il suo partito centrando il discorso politico sulla corruzione del sistema. 

Nei suoi due anni di comizi nelle campagne ungheresi non ha mai preso una posizione netta sulle questioni dei diritti civili o delle politiche migratorie, anzi, ha costruito i suoi consensi su una strategia “pigliatutto”, contro il sistema corrotto, che ha distrutto l’economia ungherese, dando i soldi a una cricca, per la meritocrazia e la trasparenza.

Mantiene tratti conservatori e reazionari chiari, ad esempio, è contrario al sistema delle quote di ripartizioni delle persone richiedenti asilo tra Stati europei. La posizione “più netta” è quella verso l’Unione europea, giocata sempre in chiave anticorruzione, ma anche per riattivare i fondi europei bloccati al regime di Orbán e su cui il nuovo governo conta per migliorare la situazione economica ungherese. 

Per questo conservatori di destra e (neo)liberali progressisti dell’Unione europea stanno dipingendo Magyar come un liberatore che restaurerà la democrazia. Ma per ora, l’unica cosa certa è che la sua politica estera prenderà le distanze sia da Trump che da Putin, in particolare sulla guerra in Ucraina, ritornando nell’orbita europea. Ma anche questo passaggio non sarà così scontato, perché al momento l’Ungheria è altamente dipendente dal gas russo per l’approvvigionamento energetico.

Come spiega il politologo Georgios Samaras, intervistato nel podcast di Owen Jones: «questa è una rottura interna al regime, non una rottura esterna, è una crisi di riproduzione del regime, non una rottura democratica»

In questi 16 anni le istituzioni statali ungheresi sono state profondamente trasformate in senso autoritario, ma le basi su cui poggiavano erano già molto fragili. Basti pensare che l’Ungheria è l’unico paese post-comunista che nel 1990 non ha scritto una nuova Costituzione, ma ha semplicemente riformato quella esistente tramite sentenze della Corte Costituzionale, una cosiddetta “costituzione invisibile”.

È stato Orbán nel 2011 a scrivere la nuova Legge Fondamentale dell’Ungheria, su cui ha fondato le sue riforme successive: la riforma elettorale, la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali, la riforma dei regolamenti parlamentari, la centralizzazione del potere del Governo nel Premier, un giustizia sottoposta al controllo del Governo, una presa sul sistema mediatico e dell’istruzione pubblica, la distruzione dell’opposizione politica, la restrizione dello spazio civile, la distruzioni dei diritti delle persone LGBTQIA+, una politica etnica e apertamente razzista, e l’appoggio ai gruppi di estrema destra più violenti. 

Il processo di Ilaria Salis e di Maja T., ancora ingiustamente incarcerata dopo 600 giorni nelle prigioni ungheresi, chiarisce come le e gli oppositori politici oggi in Ungheria possono subire trattamenti inumani durante la detenzione e sottostare a un processo basato su prove falsificate, se non completamente inventate, dalla polizia, senza che alcun giudice, corte, o giornale si opponga contro il sistema politico. 

Oggi in Ungheria tutte le scuole pubbliche utilizzano gli stessi libri di testo, che devono passare per l’approvazione del governo. Questo forse chiarisce perché possiamo parlare di un vero e proprio regime autoritario che si è imposto silenziosamente senza esercito nelle strade, ma che ha profondamente cambiato non solo le istituzioni ma la struttura della società ungherese. E un processo di democratizzazione che possa veramente trasformare questo regime ha bisogno di tempo e difficilmente può fondarsi su un partito personalistico e leaderistico. 

La situazione è per certi versi simili ma anche molto diversa da quella polacca: Donald Tusk è un (neo)liberale europeista convinto, eletto nel 2023 in Polonia dopo anni di governi dominati dalla destra reazionaria del Pis. Tusk ha delle posizioni molto più chiare di Peter Magyar, ma la sua maggioranza è meno stabile. Lo Stato polacco non ha subito la stessa profonda trasformazione di quello ungherese, eppure al momento le riforme più importanti, come quella sulla giustizia e sull’aborto, sono bloccate dai veti del Presidente della Repubblica. Ma anche quelle che sono riuscite a essere approvate incontrano una pubblica amministrazione fondata su valori, routine, prassi istituzionali e culturali formate sotto la destra reazionaria e così stentano a trovare piena applicazione.

Insomma la democrazia non è un insieme di regole formali, di riforme burocratiche, di passaggi di potere – a differenza di ciò che pensano i burocrati dell’Unione europea – ma un processo di partecipazione e profonda trasformazione della società e delle istituzioni. Un processo che al momento necessità di essere rinvigorito in tutto il continente e non certo solo in Ungheria, che da sola rischia di non farcela.

La copertina è di Wikimedia

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