approfondimenti

OPINIONI

Streets of Italy

L’effetto Trump ha messo in serie difficoltà il governo Meloni, già stressato dalla campagna referendaria e da problemi interni. Ora l’esecutivo si gioca la carta della vendetta e dell’evocazione del terrorismo interno, ma ha il fiato corto mentre riprendono le mobilitazioni

Grande cosa la resistenza di Minneapolis ma è ora che anche noi ci diamo una mossa e «We’ll take our stand for this land /And the stranger in our midst». Ovvero cominciamo a fare i conti con l’effetto Trump sui suoi rispettosi satelliti e sulle destre sovraniste nella colonia Europa.

La premier Meloni è nervosa. Ultimamente non gliene è andata una giusta e prende uno schiaffo dopo l’altro. Soprattutto in quello che aveva spacciato come il suo punto di forza: la presenza internazionale. Il primo passo falso l’ha fatto, dopo aver legittimato (non richiesta e unica in Europa) il sequestro Maduro in Venezuela, quando ha proposto per la sostituzione la Nobel per la Pace Corína Machado, invisa a Trump che aveva già puntato sulla vice-Presidente Delcy Rodríguez. In seguito ha balbettato sulla Groenlandia rifiutandosi perfino di inviare simbolicamente un drappello di alpini nell’isola contesa e tacendo accuratamente su Minneapolis e dintorni.

La sua tormentata ratifica del Mercosur – che nelle circostanze date equivaleva a una cauta adesione a un eterogeneo fronte europeo avverso alle politiche doganali Usa – si è risolto in un pasticcio politico (non senza responsabilità di parte della sinistra) e in una disfatta della maggioranza Ursula; aggiungiamo che l’intesa in funzione anti-cinese con il Giappone, condita di molte smancerie manga, non è sembrata affatto un contributo al ben più vasto accordo di libero scambio con l‘India. Poi sono arrivati gli incidenti diplomatici del duo Meloni-Tajani in cascata inarrestabile: l’indignazione a scoppio assai ritardato per le offese trumpiane ai nostri militari in Afghanistan, la quasi guerra dichiarata alla Svizzera gestendo in modo ben poco garantista l’indignazione popolare per la strage di Crans-Montana, la penosa figura per i carabinieri minacciati e fatti inginocchiare da un trucido riservista-colono israeliano (giusta ricompensa per il costante servilismo governativo nei confronti del genocidio di Gaza e delle sopraffazioni in Cisgiordania).

Ciliegina finale la vicenda grottesca del Board of Peace che dovrebbe gestire le varie fasi della “pace” a Gaza e in prospettiva sostituire l’Onu. Ma la nostra PdC [Presidente del Consiglio, ndr] aveva strombazzato ai quattro venti che Trump l’avrebbe fatta entrare in quel bar di Guerre Stellari, con tutti gli altri mostri, Blair e Netanyahu in testa, e continua (al dire del tycoon), a desiderarlo desperately, tuttavia ha dovuto fare marcia indietro, appellandosi a presunti ostacoli dell’art. 11 della Costituzione e conseguenti perplessità mattarelliane, in realtà terrorizzata dall’idea di sganciare un miliardo di dollari, sottraendolo ai già esigui stanziamenti della Finanziaria sul welfare e alle spese impreviste sulla sottovalutata frana di Niscemi (su cui si è esibita in seconda battuta dopo la visita il giorno prima di Schlein). Il tutto nel pieno della campagna referendaria e del varo dell’ennesimo pacchetto sicurezza.

Per tamponare questa difficoltà Meloni ha di colpo rallentato l’iter del decreto “Sicurezza”, sfrondandolo in parte, fatto sparire qualche mancia e condono e rinviato il decreto “Grandi opere”, pressata com’è dalla richiesta corale di stornare un miliardo di euro destinati al mitico Ponte verso l’umile catastrofe meteorologica del Sud – il voto referendario incombe e pure il 2027 si avvicina!

E, già che c’era, ha pure inserito il fascismo fra i responsabili della Shoà – tanto non costa niente. In cambio ha chiesto con forza il meritato premio Nobel per la Pace per Trump, il quale (ingratissimo) le spedisce provocatoriamente in casa per le Olimpiadi invernali quattro sgherri dell’Ice, sputtanando clamorosamente i dinieghi di Piantedosi e le prime smentite ufficiali. Ma ne riparleremo più sotto.

Giorgia, la regina delle retromarce, sceglie dunque un profilo basso, sfuma, dilaziona, adula con imbarazzo, chiagne molto e fotte poco. Sarebbe il momento giusto per bastonare il Calimero che affoga. Nel frattempo va avanti l’ordinaria pratica di repressione sociale e intensificazione dei controlli.

Morte nell’hinterland milanese

Anche da noi, a Corvetto e a Rogoredo, sono arrivati i buoni a «enforce the law» e «we’ll remember the names of /those who died» sulle nostre strade. Abderrahim Mansouri detto Zack era, secondo le notizie di stampa, un anello intermedio della lunga filiera dello spaccio che si dipanava sino al malfamato boschetto ai margini di Rogoredo. Non era quello che si definisce una brava persona, non era una poeta madre di famiglia disarmata come Renee Nicole Good o un solerte infermiere dotato di regolare porto d’armi come Alex Pretti. Non era neppure un “maranza” incensurato (cioè un italiano di seconda generazione, secondo l’infame profilazione oggi corrente, che riprende un termine spregiativo già usato per i “terroni” negli anni del boom) come Ramy Elgami, morto l’anno scorso durante un inseguimento al quartiere Corvetto. Zack era un immigrato marocchino “irregolare”, pregiudicato, che neppure aveva richiesto il permesso di soggiorno. Per il colore della pelle negli Usa passerebbe per un “brown” o “swarthy” (come un tempo venivano bollati gli immigrati italiani). Possedeva e pare avesse minacciato di usare un’innocua pistola giocattolo. Che nel buio del boschetto poteva sembrare un’arma vera, così come il poliziotto in borghese e incappucciato che gli ha sparato (peraltro coinvolto un anno fa nella gestione opaca dell’arresto di un altro spacciatore) poteva sembrare uno spacciatore di una banda rivale.

In ogni caso, in Italia non c’è la pena di morte e i reati di cui Zack era probabilmente recidivo non sono neppure sanzionati con pene elevate.

I due omicidi milanesi (uno stradale, l’altro volontario, allo stato delle indagini) non sono perfettamente sovrapponibili ai misfatti di Minneapolis ma, si sa, prima di arrivare a uccidere due bianchi perbene, il percorso passa per l’applicazione della morte a figure e situazioni ibride, l’opinione pubblica deve assuefarsi a un certo livello di allarme sociale e accettare “eccessi” di legittima difesa e di giustificata reazione a trasgressioni minori, solo in un secondo tempo si passa dall’oscurità della notte all’agire in pieno sole e arrivano le squadracce dell’Ice e la caccia all’uomo.

Lame di ragazzi e armi per adulti

La concomitanza fra questi episodi di disinvolto uso delle armi e lo scatenamento dall’alto dell’allarme sociale sulla violenza e in particolare sull’uso delle “lame”, che ­meglio si prestano agli stereotipi – e ricordiamo che negli Usa gli immigrati italiani venivano insultati con il termine “dago” da dagger, lame – è un momento della crescente integrazione della politica nazionale con le pratiche e lo stile del regime di guerra dominante su scala internazionale. I metal detector davanti alle scuole (a spese degli istituti) sono un frammento del programma di Rearm Eu.

L’appiattimento della politica europea su quella statunitense, e dunque sulla Nato, già presente durante la presidenza Biden, comporta ora conseguenze drammatiche con l’avvento di Trump, che ha portato alla dissoluzione di ogni residua autonomia e mediazione – come ha recentemente spiegato in una recente intervista a questo sito Sandro Mezzadra.

Dunque ogni sviluppo di movimenti sociali deve farsi carico della prioritaria dimensione internazionale e mirare a ricostruire uno spazio europeo alternativo alla deriva del riarmo e della guerra.

Il contrario di quanto fa Meloni che, proprio nei giorni in cui a Milano arrivano per la “protezione” degli atleti olimpici gli agenti provocatori dell’Ice, difende tale ingerenza come “naturale” e ribadisce che la Ue ha bisogno della presenza militare Usa.

Decretone 2, la vendetta

Tuttavia il Governo è palesemente preoccupato, anche in base ai sondaggi di cui dispone, del clima sempre più acceso di una campagna referendaria dai toni non eccessivamente garantisti, per la presentazione vigorosamente pompata di un ennesimo pacchetto sicurezza, in una situazione globale semplicemente esplosiva. Buttava dunque acqua sul fuoco perché temeva una nuova fiammata di movimenti proprio quando li credeva sopiti e si illudeva da far passare in relativo silenzio decreti sicurezza e referendum.

Si è trovata invece subito, grazie alle prepotenze Ice in Usa e alla loro missione olimpica da noi, davanti ai due grandi cortei di sabato 31 gennaio a Milano e Torino, che non segnano tanto la prosecuzione di precedenti scadenze (la chiusura del Leoncavallo e di Askatasuna) quanto l’avvio di un nuovo ciclo di contestazioni.

Lo svolgimento agitato del post-corteo di Torino ha dato la stura alle consuete speculazioni apocalittiche sulla guerriglia urbana, su Aska e sull’area grigia della pavida borghesia riflessiva che la proteggerebbe. Il trumpismo in colonia affila le sue armi e Meloni e Piantedosi sono già passati al contrattacco per salvare l’Italia dal baratro terrorista, evocando gli immancabili black bloc e la civiltà occidentale in pericolo. La prima si è perfino staccata dall’affresco ossequioso di San Lorenzo in Lucina per accorrere, ancora rivestita di penne d’angelo, al capezzale di un agente ferito. Nei prossimi giorni i movimenti dovranno calibrare le loro pratiche guardando al modello Minneapolis e ai nostri cortei per Gaza, puntando all’espansione comunitaria e a una campagna capillare di lungo periodo, non all’estetica identitaria e pirotecnica. Disseminare trappole piuttosto che cascarci dentro. Innovare e non ripetere. Battere il terreno della contro-informazione e del sabotaggio della sorveglianza davanti al dilagante uso repressivo del controllo preventivo e dell’IA.

Un cenno conclusivo su situazioni minori. Finora l’opposizione dello schieramento “progressista” all’effetto Trump e alle mobilitazioni reazionarie indotte è stata migliore dell’assordante silenzio precedente ma più esile di quella dei dem Usa, soprattutto della loro società civile. Certo, molte deputate e molti deputati si sono raccolti nell’aula della Camera impedendo l’adunata dai fascio-leghisti vannacciani e remigrazionisti e hanno cantato Bella ciao, ma forse è stato più pragmatico il Boss, invitando la cittadinanza a scendere in strada, e questo dovremmo fare anche noi, occupando nei modi giusti le streets of Italy.

«No retreat, baby, no surrender!».

La copertina è di Renato Ferrantini

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