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MONDO
Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
Il Venezuela è stato negli ultimi decenni del XX secolo un laboratorio politico progressista e socialista, che grazie al carisma di un leader popolare è riuscito a rompere la cupola dell’élite politica neo-liberale. Ma il nuovo corso portato avanti da Maduro si è allontanato dalla base sociale richiudendosi su se stesso
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto, l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore».
Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”.
Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane.
Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su “Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro».
E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se stessa.
Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti. Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il nuovo imperialismo.
La rivoluzione bolivariana
Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la rivoluzione bolivariana, che gli Stati Uniti hanno cercato di distruggere per 27 anni, dalla prima elezione di Hugo Chavez. Ed è anche la continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina, iniziata con il processo coloniale.
Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non ufficiali parlano di migliaia.
Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico.
Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento, nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra oligarchie.
Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il referendum confermativo della Costituzione.
Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze.
Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti».
I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà, diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela.
Il colpo di Stato
Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo porta al tentativo di rimuovere Chávez con la forza con il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla.
Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con Cuba e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito e tutto l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria mobilitazione il colpo di stato è fallito.
Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro?
Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile all’interno del Venezuela e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo occidentale e dai governi latinoamericani filo-statunitensi. È qui che la politica di Chávez si fa più socialista e anti-imperialistica, non solo nelle politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle alleanze con i governi progressisti latinoamericani, dell’ALBA, l’abbandono del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite definisce Bush «Mr. Danger».
Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La prima è una corrente autoritaria, che risale […] a quella visione più aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere nell’esecutivo e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali e partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata. Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chávez è stato un catalizzatore per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non solo».
Il passaggio di potere, la crisi economica e le sanzioni USA
Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lasciando in carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro non ha il carisma di Chávez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio, si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate e l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%.
Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono.
In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della mortalità e sanzioni.
A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità, accentrando il potere, aumentando la repressione e costruendo intorno a sé una nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei salari in bonus […], senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta.
La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora e che lentamente hanno iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn* della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari, sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il 2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute come valide, con più di duemila persone arrestate e migliaia ferite dalla polizia.
Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense.
I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e una parte – lo abbiamo visto –ha accolto con favore o con indifferenza la fine del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale e dalla repressione. Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas: «Se oggi una parte significativa della diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra e al progressismo».
La copertina è di Alex Lanz da Flickr
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