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Erdogan “vince” il referendum, ma ha metà Turchia contro

Nessun plebiscito per il Sultano. Paese diviso. Il No avanti nelle grandi città e in Kurdistan. Denunce dei partiti di opposizione e proteste contro la sede della Commissione elettorale generale.

Poco più di un punto percentuale separa il risultato finale dell'Evet (sì) da quello dell'Hayir (no). 51,18% contro 48,82%. 24 milioni e 300mila voti contro 23 milioni e 200mila. Nel voto estero, invece, il sì raggiunge quasi il 60%, con poco più di 250mila voti di distacco. Per la prima volta da quando l'AKP è al potere, però, Erdogan perde l'appoggio delle grandi città. Ad Istanbul, Ankara e Izmir vince il No. E la stessa cosa accade in Kurdistan e sulla costa.

Il voto referendario mostra un paese spaccato, in cui il consenso del Sultano continua ad erodersi. Nonostante le operazioni militari, le minacce, gli arresti, il controllo quasi totale dei mezzi di informazione, i brogli, la vittoria nel voto sulla riforma più importante per i progetti autoritari di Erdogan è stata risicatissima.

La riforma accentra ulteriormente enormi quote di potere nelle mani del presidente. Questo sarà eletto direttamente dal popolo e acquisirà tutti i poteri esecutivi, dal momento che la figura del Primo Ministro viene eliminata. Potrà nominare e far dimettere gli esponenti del governo e sciogliere il Parlamento, nonché sospendere o limitare diritti civili e libertà fondamentali durante lo stato d'emergenza. Anche buona parte del potere legislativo viene consegnato nelle mani del presidente, che potrà emanare decreti legge senza alcun voto parlamentare. E anche rispetto al potere giudiziario, il presidente giocherà il ruolo più importante, nominando il Consiglio superiore della magistratura e agendo, anche formalmente, in una quasi completa immunità.

Durante le operazioni di voto e quelle di spoglio, le denunce di brogli sono arrivate da più parti. Sono centinaia gli episodi segnalati in tutto il paese da giornalisti e osservatori internazionali e dai principali partiti di opposizione. Nessuno poteva pensare che in un paese in cui quartieri e città si trovano costantemente sotto assedio militare, in cui i civili vengono bombardati dall'esercito e lasciati morire in strada, in cui i due leader di opposizione si trovano da mesi in prigione con accuse assurde, il voto si sarebbe potuto svolgere secondo le procedure delle democrazie rappresentative occidentali. Eppure, oltre ai soliti episodi di militari dentro e fuori i seggi, di minacce, pressioni e violenze, stavolta sembra che il livello delle interferenze del governo sia stato ancora più elevato.

A poche ore dall'apertura delle urne, l'YSK (Commissione elettorale generale) ha approvato una norma che considerava valide anche le schede non timbrate dagli uffici elettorali. Qualcuno ha raccontato di autobus pieni di schede già votate in giro per il paese, altri di scatole sostituite direttamente nei seggi. Durante lo spoglio il sito ufficiale dell'YSK ha interrotto le trasmissioni e i dati sono stati divulgati al mondo esclusivamente dall'agenzia governativa Anadolu.

Stavolta, non sono stati solo i curdi a protestare. Se l'HDP ha denunciato che il 3/4% del risultato finale è oggetto di manipolazione e che presenterà ricorso contro due terzi dei voti, il partito repubblicano CHP ha espresso l'intenzione di contestare 2,5 milioni di voti (cioè tutti quelli privi del timbro degli uffici elettorali). A un certo punto, i due principali partiti d'opposizione avevano addirittura affermato che, secondo i dati in loro possesso, il No era avanti e l'agenzia del governo stava trasmettendo dati falsi. Entrambi i partiti hanno chiesto l'annullamento del referendum.

Intanto, già ieri notte migliaia di persone sono scese in piazza, principalmente a Izmir, Istanbul e Ankara. Le proteste sono iniziate quasi subito dopo la chiusura dello spoglio e gli annunci del governo, con le persone che, dalle finestre e in strada, sbattevano pentole e coperchi per far sentire la loro opposizione al Sultano. Nella capitale turca un corteo diretto contro la sede centrale dell'YSK è stato attaccato dalla polizia. Altri scontri si sono verificati tra manifestanti e gruppi di sostenitori di Erdogan.

 



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