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“3000 night”: Intervista a Mai Masri

Un focus sull’ultimo film della regista.
Un film che parla delle condizioni nelle carceri femminili in Palestina e della solidarietà e della lotta nel conflitto Israelo-Palestinese degli anni '80 .  

Alla fine di 3000 nights, il primo film di fiction di Mai Masri, regista palestinese, la platea di 500 persone tra curiosi, appassionati e studenti presenti al teatro Palladium di Roma il 6 aprile si è alzata in una standing ovation. Meritatissima. Perché Il film è toccante, perché i personaggi raccontati ci portano alla realtà del carcere (al di là del paese in cui è ambientata) ma anche al conflitto israelo-palestinese, ancora così pressante nel nostro presente.

Il film narra in maniera poetica, ma non per questo morbida, le giornate in carcere di una giovane donna, Layal, arrestata per aver aiutato un ragazzo coinvolto in una esplosione un attentato ad un checkpoint. Lì si trova a condividere la vita con tossicodipendenti israeliane e combattenti libanesi, a sottostare alle dure regole della prigionia e degli equilibri tra detenute e guardie carcerarie. Lì scopre di essere incinta. La storia di Layal è soprattutto una storia di dignità, la storia dell’assumersi la responsabilità delle proprie scelte, di fronte ad un sistema ingiusto, non solo all’interno del carcere, ma soprattutto all’esterno.

La storia è anche la poetica scandita dalle lunghe ombre che ne caratterizzano la fotografia, le scene girate in un carcere militare ormai abbandonato che comunicano allo spettatore l’orrore che vi era rinchiuso, ma anche la solidarietà tra donne che diventa più forte delle imposizioni dall’alto: l’organizzazione degli scioperi della fame, la battitura. Sullo sfondo, le carezze con gli uomini detenuti al di là del muro, con la madre di Layal al di là delle sbarre. Il quadro dipinto resta impresso per realismo, realismo dovuto all’adesione alla realtà delle storie raccontate, riportate da ex detenute palestinesi che la regista ha incontrato prima di girare il film, ma anche dall’aver scelto attrici che avevano realmente vissuto in carcere, o che conoscevano il carcere perché vi erano detenuti parenti.



Abbiamo intervistato Mai Masri, per farci raccontare meglio perché abbia girato questo film ora.

• Che tipo di femminilità rappresentano i personaggi raccontati?

Tutti i personaggi sono ispirati a storie vere, compresa quella della protagonista, o delle avvocate israeliane che difendono i e le detenute palestinesi. Ogni personaggio dà un diverso taglio alla femminilità. Layal è una donna comune, arrestata per la sua “umanità” e si politicizza solo successivamente nella prigione. Poi ci sono la nonna, le giovani studentesse che rappresentano l’innocenza e l’amore, gli spettri caratteriali sono tantissimi. Anche con le israeliane detenute “comuni”, si innescano meccanismi di solidarietà e umanità che nascono dalle relazioni. E dalla solidarietà tra detenute nasce lo sciopero che viene raccontato. Anche l’avvocata israeliana che difende Layal è ispirata a molti avvocati che ho conosciuto e che si battono quotidianamente per i diritti dei palestinesi.

• E che può dirci del personaggio della direttrice, che sembra mancare completamente di senso di umanità?

La direttrice descritta non è la peggiore di cui ho sono venuta a conoscenza. In una situazione di occupazione è normale che il sistema carcerario sia differente, tutto il sistema carcerario è basato sull’idea di annientare i prigionieri. Negli anni ’80, in cui è ambientato il film, israeliane e palestinesi erano insieme, ora non più. , ma c’erano poche guardie carcerarie e le donne erano detenute insieme, oltre che per creare possibili situazioni vessatorie sulle palestinesi (puntualmente descritte nel film, soprattutto all’inizio). Al tempo stesso però si poteva creare una solidarietà contro un nemico comune. E le detenute e i detenuti “politici”, spesso più acculturati, potevano avere un’influenza sulle guardie carcerarie e gli altri detenuti.

• Perché ambientare un film proprio negli anni ’80?

Intanto perché la storia cui mi sono ispirata è avvenuta negli anni ’80. Poi proprio perché detenuti politici e criminali comuni erano trattenuti insieme. Inoltre per il periodo politico, in cui la rivoluzione palestinese era molto sentita. C’erano forti scioperi nelle carceri e spesso erano iniziati proprio dalle donne, in più ci sono stati eventi importanti per la storia palestinese e mondiale in genere, tra cui il massacro di Sabra e Shatila che viene narrato nel film. Anche il momento in cui i soldati israeliani sono stati scambiati con i detenuti palestinesi è stato un momento molto interessante. Infine non c’era abbastanza produzione culturale su quel periodo, ma al tempo stesso l’esperienza carceraria descritta è ancora molto simile a quella di oggi.

Ci sono anche degli elementi in comune con l’attualità. La Palestina è al momento sotto occupazione e ancora si creano nuove colonie nuovi insediamenti. È stato costruito un muro, illegale secondo le Nazioni Unite, e tutti i giorni ci sono vessazioni della popolazione palestinese. Al tempo stesso c’è una resistenza – culturale e non – che viene messa in atto da molte persone, ma non si riescono a creare reali risposte e pressioni internazionali per far finire l’oppressione palestinese il conflitto e trovare una soluzione.

Anche la proposta di creare due Stati è fallita e si è creata una situazione di apartheid. Tuttavia, il Sudafrica costituisce un buon esempio di come si possa superare un regime del genere. Non è stato un processo facile e ci sono voluti secoli, ma non si può opprimere per sempre un popolo: l’oppressione il conflitto brutalizza entrambi i lati. I gruppi che protestano e le persone che rifiutano la leva in Israele sono importantissime per costruire una soluzione comune, ma al tempo stesso subiscono anch’esse la repressione.

• Che può dirci dei gas che vengono utilizzati contro le detenute in sciopero?

Ritengo che le scene in cui si usa il gas contro le detenute siano molto potenti perché rievocano un immaginario legato a quello dei campi di concentramento, ma non sono stati una invenzione scenica. I gas descritti nel film sono stati usati e vengono usati ancora oggi. Anzi, dopo essere stati testati sui detenuti sono ora stati venduti anche negli Stati Uniti, dove sono stati impiegati ad esempio contro le manifestazioni Black Lives Matter.

• Entriamo nella parte più “artistica” del film. Cosa ha ricercato?

Volevo trasmettere l’umanità del film e il senso di speranza attraverso la qualità estetica della pellicola. Era importante produrre un film che potesse avere una poetica e un linguaggio cinematografico. Ho usato la metafora degli uccelli in molte scene, perché rappresentano l’immagine della libertà. Ogni scatto, ogni sbarra, ogni colore rinforzano invece il senso di confinamento, ma anche il contrasto con le relazioni umane descritte, in particolare quella tra Layal e suo figlio. Ho cercato anche di creare situazioni realistiche scegliendo attrici e attori vicini al tema. Colori e movimenti di camera erano tesi a lasciare le attrici il più possibile libere di recitare. La prigionia stessa è stata usata come metafora della Palestina e rappresenta l’occupazione, ovvero la vita stessa dei palestinesi.



• Anche la musica è stata utilizzata in maniera oculata, lasciandola per i momenti finali ed enfatizzando i suoni naturali per tutta la prima parte. Come mai?

La musica arriva solo alla fine, per il resto del film volevo essere il più possibile realistica. Catene, serrature e un sound-design tutto teso a rinforzare l’idea di cattività. Vento, uccelli, pioggia sono in qualche maniera una musica “organica”.

• Cosa può dirci sulla proiezione del film a Roma, che ha incontrato così tante difficoltà?

Le cinquecento persone che hanno riempito il Teatro Palladium e la standing ovation seguita al film sono state importantissime. La prima volta che sono venuta a Roma la proiezione è stata cancellata e c’è stato il tentativo di farla saltare. Penso sia stato dovuto a pressioni esterne, perché professori e studenti dell’Ateneo che organizzava hanno apprezzato moltissimo il film.

Comunque siamo riusciti a proiettarlo due volte, quando è saltata la prima proiezione al Palladium ci siamo infatti spostati alla sede dell’Aamod (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico) e quattrocento persone hanno assistito alla prima, che ha incontrato anche il favore della critica, in particolare Roberto Silvestri ne ha parlato alla trasmissione “Hollywood party” su Rai Radio 3. Nonostante tutto, l’esperienza è stata molto positiva e il film sarà proiettato in numerose città italiane, tra cui Perugia, Napoli, Torino, Verona, forse nuovamente a Roma e durante il festival Salina a Cagliari.

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